Dasha è tornata a casa prima con specialità tipiche ricevute dai genitori. Voleva sorprendere il marito, ma Ivan invece di accoglierla con calore le ha chiesto di andare al supermercato. Le conseguenze sono state inaspettate.

Giulia era arrivata a casa tre giorni prima del previsto, portando con sé una valigia piena di leccornie che la mamma aveva preparato, marmellate e formaggi, pane casareccio, una pioggia di mele raccolte nell’orto. Una sorpresa per suo marito, Antonio. Ma, invece di accoglierla con gioia, lui la mandò immediatamente a fare la spesa. Nessuno avrebbe potuto prevedere ciò che accadde dopo.

Il sacco pesante tagliava la spalla di Giulia, costringendola a emettere un gemito. La schiena le doleva, ormai una compagna fedele da quando aveva saputo di aspettare un bambino, il sesto mese di gravidanza era diventato il suo lungo tempo di attesa e fatiche. Posò con attenzione i borsoni sullasfalto crepato della fermata, nel bagliore soave dei lampioni che sembravano sospesi nel colore notturno di una Milano irreale.

Inspirò profondamente, sentendo la creatura muoversi infastidita nella pancia, una farfalla che batteva ciglia. Pensava che mancava poco, solo dieci minuti a piedi per rientrare: dopo tante settimane di nostalgia, aveva contato i platani e i cassonetti dalla finestra dellautobus.

Chissà cosa stava facendo Antonio in quel momento? Forse non si immaginava che già si trovasse quasi sotto casa. Si avviò lungo un marciapiede bizzarro, disseminato di sedie rotte e ombrelli aperti al contrario. I pacchi con i regali dei genitori le pesavano tra le mani, lattine di conserva, formaggi che profumavano come domeniche dinfanzia.

Dopo cinquanta passi storti, capì che non ce lavrebbe fatta. La schiena sembrava unarmatura di piombo. Afferrò il cellulare e compose il numero di Antonio.

“Antonino, amore, sono io,” sussurrò quando finalmente rispose.

“Giulia? Oddio, che succede? Perché mi chiami ora?” rispose lui, la voce spezzata da uninquietudine irreale.

“Nulla, sono sotto casa. Vieni giù, per favore, sono carica come un mulo. Mamma mi ha riempito di cose…”

Ci fu una pausa, talmente lunga e pesante che Giulia guardò lo schermo, credendo che la chiamata fosse caduta.

“Stai già sotto casa? Ma oggi è solo lunedì! Dovevi arrivare giovedì! Perché non mi hai detto nulla?”

“Volevo farti una sorpresa,” si rabbuiò Giulia. “Antonio, insomma, non sei contento? Sono stanca scendi!”

“Aspetta!” gridò lui, quasi arrampicato sulle parole come su uno scivolo rotto. “Non venire. Cioè, sì, vieni, ma… Giulia, qui è tutto vuoto. Ho finito il sugo ieri. Fai una cosa: vai dal supermercato allangolo, quello che non chiude mai. Prendi della carne di manzo, bella fresca. Oggi sono rimasto a casa dal lavoro apposta e volevo cucinarti un pranzo come si deve.”

“Quale carne, Antonio?” Giulia si fermò, trafitta. “Mi senti? Sono incinta, pesante come il Duomo! Sto in mezzo alla strada, sotto un lampione, piegata dalle buste!”

“Ma è solo per noi, Giulia. Il supermercato è dietro langolo. Porta anche delle patate, quelle nostre fanno pena. Chiedi se qualcuno ti aiuta coi sacchi fallo per noi, ti prego!”

Guardando le sue mani arrossate, Giulia sentì una tristezza calda scendere nel petto e una brezza di malinconia soffiarle tra i capelli.

“Antonio, ma stai bene?” la voce le tremava, come una moneta lasciata cadere in una fontana. “Mi stai dicendo di andare al supermercato, in queste condizioni, solo perché ti va di cucinare?”

“Ho iniziato a preparare! Se ora esco, rovino tutto. Giulia, per favore, per me. Otto etti di manzo e una rete piccola di patate.”

E la chiamata si chiuse. Restò a fissare il telefono spento, mentre laria odorava di pioggia vecchia. Piuttosto che entrare in una casa scaldata dagli abbracci, sarebbe invece andata verso il banco della carne, nel supermercato illuminato di blu. “O forse lui davvero sta preparando qualcosa di meraviglioso?”, pensò, trascinando silenziosa le buste fino al negozio come un gambero che sogna di essere una farfalla.

Giulia si aggirava tra gli scaffali che si diluivano come la nebbia, fissata dalla cassiera assonnata. La carne era pesante, le patate un macigno da trasportare. Uscì dal negozio con le dita irrigidite, simili a grucce arrugginite.

Il telefono squillò: “Hai comprato?” domandò Antonio, allegro come un ragazzino.

“Sì,” rispose Giulia con i denti stretti. “Arrivo. Apri.”

“Fermati!” strillò lui, squillante. “Non salire! Aspetta in cortile, dieci minuti, giuro!”

“Dieci minuti? Antonio! Le gambe sono due colonne rotte!”

“Il regalo non è pronto!” ribadì, incantato. “Siediti, respira laria. Cinque minuti! Chiudo, che se no non ce la faccio.”

Seduta sulla panchina di fronte al portone, tra buste sbilenche e brividi, Giulia sognava di scagliare il sacchetto della carne sulla finestra al terzo piano, oppure aprire la busta e trovare dentro una pioggia di coriandoli.

Dieci minuti passarono, poi venti, poi un tempo che si arrotolava su se stesso. Immaginò che dentro casa ci fossero montagne di fiori, la colazione a lume spento, un violinista sotto la doccia. Ma nessuna meraviglia valeva quel freddo e quella fatica.

Dopo trentacinque minuti, la porta si spalancò e apparve Antonio, capelli dritti e il volto zuppo di sudore come dopo una partita calcistica sulle scale mobili.

“Ah, sei qui perché sei così arrabbiata? Guarda che bella aria notturna di Milano!”, forzò un sorriso stralunato, afferrando di colpo le sacche.

“E perché sembri bagnato fradicio? Da te si sente odore di detersivo da chilometri,” chiese Giulia, alzandosi con sofferenza come una venere stanca, aggrappata ai corrimano.

“Vedrai, amore mio!” E saltellava verso lascensore, come se avesse mangiato troppo zucchero filato.

Si fermarono davanti alla porta di casa. Antonio la spalancò e rimase immobile, in attesa di applausi. Un odore di candeggina e deodorante economico simpigliava nellaria come una nuvola di mare sognante. La casa era assurdamente vuota e ordinata: tappeti pettinati, polvere svanita, soprammobili segregati in angolo, stoviglie scintillanti, il tutto immerso in una quiete irreale.

“E allora? Che ne dici? Sorpresa!”

Giulia lo fissò, con unombra nello sguardo.

“Tutto qui?” domandò piano, quasi alla luna.

“Cosa vuol dire tutto qui?! Giulia! Ho passato tre ore a fare i miracoli! Ho lavato persino sotto il divano, strofinato il bidet, sistemato ogni cosa. Così, quando entravi, sentivi solo profumo di nuovo E tu invece mi fissi come se avessi ucciso un sogno.”

Un groppo le salì in gola. “Lo hai fatto per questo? Per pulire il pavimento mi hai lasciata fuori, mezza morta?”

Antonio arrossì, gettando il panno dei pavimenti nel lavandino. “Ecco, ci risiamo! Mai una soddisfazione. Mi sveglio allalba, pulisco come un matto, e tu, invece di ringraziarmi, fai il broncio. Non ti va mai niente bene!”

“A me non serve una casa lucente a questo prezzo!” gridò Giulia, scoppiando. “Sono rimasta fuori al freddo, le gambe gonfie, la schiena spezzata! Dovevo solo trovare la tua mano, la tua voce, non una scopa in azione”

“Sei tu che hai rovinato tutto! Saresti arrivata giovedì, avresti trovato il paradiso. Invece hai anticipato tutto, e ora mi dai la colpa?! Ingrata,” replicò, chiudendosi dietro la porta della camera come un ragazzino scontento.

Il bambino nella pancia si agitava come un pesce argento. Giulia cadde su una sedia, fissando il sacchetto della carne lasciato a languire. Una nausea stanca le saliva in gola a onde intermittenti.

Dopo un po, Antonio sporse la testa: “Allora, preparo la carne? O adesso non vuoi nemmeno mangiare per farmi dispetto?”

“Lasciami in pace Antonio, voglio dormire,” sussurrò Giulia, senza voltarsi.

“Come vuoi!” E rimbombò di nuovo la porta.

Andò in bagno, si studiò allo specchio. Le occhiaie profonde, i capelli in disordine, una Maria Maddalena stropicciata.

Ricordò il viaggio in autobus e il sogno dellabbraccio: “Grazie a Dio, sei finalmente a casa.” Ma invece nessuno laveva aspettata. Quando, più tardi, Anonio tornò a gridare, Giulia prese la sua borsa come se vivesse dentro un quadro di De Chirico, con uomini di pietra e ombre lunghe, e se ne andò verso la casa dei suoi genitori, senza cambiare i vestiti.

Tutti la sconsigliarono dal separarsi: suoceri, cognate, parenti lontani. Anche Antonio chiamava spesso, prometteva che aveva capito. Ma Giulia aveva già deciso: non voleva un marito che aveva messo un pavimento più lucido sopra la salute di un figlio. Il loro matrimonio, pensò, era stato solo un malinteso impolverato da detersivo e solitudine.

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