Cerco una donna di nome Alessandra.

Cerco una donna di nome Alessandra.

Mi rivedo ancora, tanto tempo fa, passare sotto unarcata bassa ed entrare nel cortile a pozzo, una fitta tappezzata di neve sciolta, in una città come solo Milano può ricordare, a fine inverno. Era già il quarto cortile. Unaltalena arrugginita, un campo di giochi umido, dove ragazzini con le guance rosse rincorrevano un disco da hockey improvvisato, spruzzando acqua tuttintorno, indifferenti al freddo.

Sotto quellarco, restai qualche istante, scrutando il cortile. Quanta voglia avevo che la memoria si aggrappasse a qualcosa, e mi riportasse qualche dettaglio del passato. Ma nulla in quel cortile era più come lo ricordavo, nonostante le decine danni trascorsi. Una volta non cerano che fili stesi a tendere le lenzuola, casupole addossate sotto le finestre, cespugli di ortensie, e poche panchine gelate.

Ora

Tutto poteva cambiare in così tanti anni. O meglio: tutto doveva aver subito un mutamento.

Io, ormai uomo anziano, capelli bianchi sotto un berretto di lana col bordo di pelliccia, non attiravo certo sguardi o domande. In quei quattro palazzi del cortile, molti affittavano a studenti e operai. Milano

Dovevo entrare nella casa a destra dellarco, quello era rimasto invariato. Ricordavo che fosse il secondo piano, la casa era a tre piani. Lappartamento in fondo, il secondo a destra, allangolo. Sullo stipite della porta erano poste, fitte, campanelli di varie forme e colori, con i nomi degli inquilini della vecchia casa popolare.

Ricordavo ogni dettaglio, là dentro: ogni piega sulla tenda, la finestrina storta, il lucido verde anonimo del bollitore, il cigolio del parquet vecchio, la bracciata col quale tentammo, in due, di acchiappare uno scarafaggio che resisteva ormai da giorni. Ogni minimo particolare della casa lo portavo dentro, nel profondo.

Ma non rammentavo il numero, né quello dellappartamento, né quello del palazzo. Ricordavo solo la via, ma ogni cortile su quella strada era uguale allaltro: cortili a pozzo, uno dopo laltro. E anche lentrata, non la riconoscevo forse la seconda dallarco? Quegli edifici sembravano sorti dallo stesso progetto, gemelli costruiti dallo stesso architetto.

Così camminavo avanti, avanti

La casa giusta era la seconda al portone? O la seconda “corte”? Al secondo piano, la porta in fondo La quarantatré? O

Dove trovavo i citofoni, provavo quarantatré.

Buongiorno, cerco Alessandra. Sa dirmi

Spesso mi interrompevano, mi dicevano che lì una tale non abitava, o addirittura uno. Così mi toccava richiamare ancora.

Mi perdoni, è molto importante. Potrebbe dirmi se negli anni Ottanta abitava qui una donna chiamata Alessandra? È fondamentale per me.

Finito il terzo cortile, presi il mio taccuino, annotai.

Sedici nessuno risponde; ventiquattro sicuro no; trentadue A non sanno, hanno comprato da poco

I cortili erano tanti, tanti quelli senza risposta o dove restavano dubbi che sarebbe stato meglio tornare.

Mi arrampicai sulle scale in pietra di unaltra scala buia, spalancata, finestre alte impolverate: odore di gatti, pungente e familiare. Un odore che da ragazzo associavo a quella via.

Buongiorno! Sorrisi, inchinandomi.

Mi si avvicinò una signora anziana, indossava un cappotto grigio e reggeva una borsa della spesa screpolata.

Buongiorno, posso aiutarla? mi chiese cortesemente.

Devo salire al secondo piano. Cerco la signora Alessandra, una donna sui sessantanni. Sa dirmi se abita ancora qui?

In che appartamento? domandò, incuriosita.

Alla destra, in fondo. Era tanto tempo fa, quando cerano ancora le case in affitto fra sconosciuti Non ricordo esattamente il numero, e il palazzo

In fondo a destra? Ora ci stanno i Bianchi, marito, moglie e due figli. Nessuna Alessandra, e di una simile, proprio non ricordo, sono nata e cresciuta qui.

Grazie, abbassai la testa sulle scale consunte.

La donna mi seguiva.

Mi scusi, ma il cognome?

Se lo ricordassi, avrei già trovato nei registri o su Internet. Non lo so proprio.

E chi è per lei, se posso?

Non seppi cosa rispondere. Forse non lo sapevo neanchio.

Alessandra… Sandra… Sandrina

Lamore vero non ha definizioni universalmente esatte. Esiste o non esiste. Tutto il resto: colori offuscati da emozioni e conseguenze. Ho sempre pensato che lamore fosse fragile. Che non resistesse alle separazioni prolungate, che si dissolvesse, sparisse. Mi sbagliavo. Quei lampi di gioia che emergevano dal ricordo dei miei pochi giorni damore mi aiutavano a sopravvivere, e facevano male. Ero colpevole. Mi portavo una menomazione nel cuore da quarantanni.

Forse sono stati quei ricordi a tenermi vivo. Anche se il cuore, beffardo, fu il primo a cedere. Quando è morta mia moglie, con lei ho diviso tutta la vita, pure se senza grandi slanci. Il cuore ha protestato, e sono finito in ospedale.

Non litigavamo, non discutevamo. Un giorno abbiamo smesso di vivere insieme. Solo la stessa casa, camere separate, dialoghi ridotti allessenziale.

Per lei quella casa era solo sua. Io, tanto ormai dove vuoi che vada? Così diceva alle sue amiche, ridendo: “Dove lo metto? Che resti!”

Nellappartamento, unesposizione: quadri in cornici dorate, cristalli, mobili intagliati, costosissimi soprammobili, tappeti stesi ovunque. Un pianoforte bianco in salotto, sopra un vaso con fiori finti.

Quel pianoforte era autentico, uno Steinway americano. Eppure, mi pareva falso. Perché nessuno in casa mai aveva saputo suonarlo. Solo decorazione, mai aperto. Da subito, mia moglie aveva invitato qualche musicista alle sue serate, ma la compagnia preferiva ascoltare le cassette. Lei stessa aveva provato a prendere lezioni, ma aveva presto rinunciato. Non portava mai nulla a termine, esclusi massaggi e manicure.

Neppure la gravidanza era arrivata a compimento. Ingiusto incolparla, ma mi restava addosso lidea che un po per il suo egoismo le fosse mancato qualcosa per diventare madre.

Negli ultimi anni pensavo spesso a tutto ciò. Conoscevo bene una donna che avrebbe davvero fatto vivere quel pianoforte

Eppure aveva nostalgia di mia moglie. Quando la salute ci aveva abbandonato, eravamo più uniti. Passeggiavamo nel cortile, o lungo il Naviglio, e davamo da mangiare alle papere della darsena. Avevo scoperto la pesca. Non cera più nulla da dimostrare, solo la necessità semplice di stare insieme.

Perché non venivamo qui prima, Silvana? chiesi un giorno guardando le oche.

Scemi mi rispose con una risata dolce.

Ma da giovani si correva sempre. Io, la carriera pubblica, fino al Ministero a Roma, sempre più in alto, trainato dal padre di Silvana. Cambiavo ruolo appena mero ambientato, e lui già mi voleva promuovere.

Ho meritato ogni passo, si può dire: lavoravo, intelligente, abile. Un suocero vice ministro, a capo di un importante reparto, non poteva sognare di più.

Allinizio, però, rischiai di sfuggirgli. E la verità la scoprii solo molti anni dopo, quando Silvana con rabbia, dopo una lite con la madre, mi raccontò cosa aveva fatto suo padre per piegare il mio destino.

***

E chi è per lei, se posso? domandò la signora, insistentemente.

Mi fermai. Non sapevo che rispondere.

Lei… Forse è tutto ciò che mi rimane.

La donna smise di fare domande. Nel suo sguardo lessi la compassione. Aveva intuito che cercavo una persona davvero importante.

Ripresi la ricerca, ormai i piedi bagnati, chiamando, bussando, affrontando indifferenze, brontolii, a volte raccontando la mia storia a qualche sconosciuto gentile. Poi lo stesso, cortile dopo cortile.

Tornai in albergo la sera, sfinito. Caddi sul letto, vestito, senza forze neppure per togliere la giacca. Gambe e schiena indolenziti, il petto pesante. Il mattino seguente ricominciai.

***

Era un autunno piovoso, quel fine anni Settanta. Milano sembrava coperta da un plaid doro e lavata da mille piovaschi. La città era piena dei banchi dei mercanti, di ambulanti, di carretti ai bordi della strada.

Ero venuto da Bologna insieme al suocero, per una riunione sulle nuove strategie nelledilizia, nel clima di apertura democratica del periodo. Un evento decisivo per lui, che bramava una promozione a Roma. Io, giovane Andrea Merlini, non aspettavo nulla. Fui catapultato dalla gavetta della gioventù socialista al ruolo di braccio destro del segretario provinciale. Facevo quel che potevo. Supervisavo la nascita di uno stabilimento: mi pareva che tutto, alla mia età, fosse possibile, che la vita potesse avere la direzione che più avessi voluto.

A Milano, godevo della città, respiro pieno. Ivan, il mio superiore, mi mandava per incombenze. Finii, come spesso in quegli anni, nella metropolitana di Porta Venezia. E fu lì che sentii, allimprovviso, una melodia sottile. Mi scivolava nellanima. Invece di salire, andai verso la musica.

Una ragazza sottile, riccioli chiari, cappellino azzurro e sciarpa leggera, suonava il violino con passione. Il muro grigio dietro di lei, il cappotto corto a quadri, le scarpe da danza, le gambe esili, la custodia del violino appoggiata davanti, un magro bottino di monete offerte dai passanti.

Mi fermai, incantato. Tutto, in lei, sembrava provenire da un altro mondo: la disperazione della musica, il fazzoletto blu, le mani viola dal freddo. Era evidente che tremasse, eppure il freddo pareva darle energia.

I mercanti commentavano, la gente passava rapida, gettava qualche moneta, pochi si fermavano. Io non riuscivo a staccare gli occhi da quella scena.

La melodia finì, lei infilò il violino sotto il braccio, si strofinò le mani, incrociò le braccia nelle maniche del maglione. Poi, dun tratto, di nuovo lo strumento alla spalla, larchetto si levò quasi con un gesto da danzatrice. Lei chiuse gli occhi, li serrò, abbandonandosi tutta alla musica. Sembrava che donasse la sua anima a quel suono malinconico che si spandeva fra i marmi.

E fu allora che tutto accadde: un ragazzino si avvicinò, poi afferrò la custodia e scappò. Ha rubato! Fermatelo! strillò per prima una venditrice, e le urla si mescolarono alla melodia.

La violinista, con gli occhi ancora chiusi, continuava a suonare. Io mi lanciai dietro al ladro, corsi sulle scale, urlando: Fermatelo!

Un omone si parò davanti al ragazzo, che lasciò cadere la custodia e continuò la fuga, saltando tra le auto. Non tentai un inseguimento inutile. Raccolsi i soldi sparsi, la custodia spaccata, la violinista, stanca, si avvicinò sconvolta.

Ecco, ha lasciato la custodia, è rovinata… Feci per raccogliere altro.

Lasci stare, la custodia era già malmessa Grazie rispose. Voce calda, forte, nonostante laria fragile.

Qualcosa, però, la colpiva più della violenza del ragazzo. Aveva un dolore più profondo.

Capita spesso qui? chiesi ansioso di avvicinarla.

A volte, disse distaccata, girandosi per andarsene.

La seguii, tirato da un impulso. Avanzava sempre più piano, finché si bloccò su un ponte sopra il Naviglio. Stava lì, guardava lacqua, la sciarpa ondeggiava nel vento.

Poi sollevò la custodia con il violino, e la tese fuori dal parapetto. Persi la testa: capii che stava per lanciarla nellacqua! Corsi.

Signorina, la prego, no!

Esitò, mi guardò stupita. La mano, tesa sulla custodia, tremava. Mi avvicinai, afferrai la custodia con lei. Restammo così, a trattenerla assieme sullacqua.

Cosha intenzione di fare?

Lho disonorata. Non dovevo suonare lì. Ho promesso

A chi?

A mia madre.

Peccato! Vostra madre è ben severa. Io, per esempio, non avevo mai sentito nella vita un violino vero come il vostro.

Non è lanima che chiedeva musica, ma il portafoglio. Non ho più soldi, ho fame…

Ma questa è cosa che si sistema! Estrai alcune banconote Porta poco, ma posso tornare domani.

Lei si fermò, mi fissò con occhi severi.

Credete che io accetti i vostri soldi? Basta, non seguitemi.

Accelerò il passo.

Perdonate! Lho capito: sono solo uno sciocco. Sì, lo so! Ma almeno lasciatemi aspettarvi qui, domani! Proteggerò i vostri concerti dai ladri!

Il giorno dopo, feci di tutto per liberarmi dallufficio. Appena potei corsi a Porta Venezia. La ragazza non cera. Nemmeno il mattino dopo. Aspettai ore, avanti e indietro, verso la piazza e la metro. Sapevo che Ivan mi aspettava, ma restavo. Finalmente, fu ricompensata lattesa.

La violinista arrivò. Mi vide, ma non mi rivolse un cenno. Sistemò la custodia, ricominciò a suonare. Una signora mi offrì uno sgabello. Tutti ormai sapevano quanto stessi aspettando. Mi ci sedetti davanti e ascoltai ogni nota.

Lei mi sorrise: era felicità pura. Quando poi la musica finì, mi avvicinai e posai alcune banconote nel fodero.

Ma cosa fate!? lei si allarmò È troppo! Subito, coprì i soldi con le mani.

È giusto. Io pago quanto voglio.

Sciocco! Così qui non si può restare, è pericoloso! Svelta, rimise a posto tutto e mi trascinò via dal sottopasso.

Due ragazzotti ci sbarravano la strada.

Allora, quanto ci dai oggi? domandò uno.

Facciamo pagare al cavaliere!

Scoppiò una rissa. Io sapevo difendermi, ma arrivarono altri due Lei, intanto, corse in un negozietto. In tempo: larrivo della polizia mi salvò dalla peggio. I due delinquenti, battuti, dovettero andarsene a mani vuote.

Lei mi trovò dolorante su una panca.

Bisogna chiamare un medico? chiese, preoccupatissima.

No, starò bene.

Meglio venire da me, decise lei. Aiutandomi, prese un taxi, indicò la via e il numero civico. Avrei passato il resto della vita a cercare di ricordare quellindirizzo.

La casa odorava di minestrone, di umido. Dal piccolo corridoio entrava una striscia di luce. Lei aprì le sue due camere in fondo, una sala ampia e una cameretta. Tende pesanti alle finestre. In un angolo, il ritratto di una donna molto giovane, coperto di fiori. Un pianoforte coperto da un centrino e statuine delefante.

Libri, ovunque libri.

Quei ricordi non mi abbandonarono mai. Tornavano nei momenti peggiori, a farmi sorridere come uno sciocco. A volte, nei momenti felici rendevano tutto agrodolce e silenzioso.

Lei cercò di curare le ferite, versammo il tè con un po di gallette. Non aveva zucchero. Rammendava i vestiti, ascoltava in silenzio. Io raccontavo della fabbrica, della vita che mi aveva portato a Milano. Lei mi confidò di aver lasciato il conservatorio.

Farò la mercante con la signora dellappartamento accanto, al mercato.

Ma il vostro talento! protestai.

Non servono violinisti, ora. È un periodo gramo.

Confidenti, ci salutammo. Tornai poco dopo, carico di spesa. Lei si arrese, sorrise, mi diede appuntamento.

Quella sera guardai a lungo la sua finestra, con i rami del sorbo che tremavano fuori. Un tempo vi cresceva una grossa pianta, la ricordavo, e dietro i pioppi altissimi.

Ivan, vedendo il mio occhio nero, si infuriò.

Ma dove sei stato? In pronto soccorso? Non ti stacchi più da me!

Eppure, riuscì a scappare unaltra volta.

Trovai il cortile esatto. Entro con dolci e cibarie. Sandrina brontolava per lo sforzo. Girammo per la città sotto la pioggia, tra rincorse da un porticato allaltro, ridendo, lei che recitava poesie a memoria. Eravamo felici, la felicità che vive di piccole cose, rubata.

Poi, lamore. Le chiesi di seguirmi a Bologna, di sposarmi. Lei lesse piano, con aria triste, i versi:

È la canzone dellultimo incontro.

Guardai la casa buia,

Solo la camera brillava

Di luce gialla e fredda

Ma che ultime volte? risi Sandra, sei linizio!

Vieni da me, dai mi prese per mano.

Quella sera chiamai Ivan, mentii. Dovevo stare con lei.

Vestita con la mia maglietta, suonò un marcia allegra al piano, la casa ci aiutava a inseguire lo scarafaggio, risultato della convivenza improvvisata, poi la notte

Su davanzale, scrutando la pioggia, lei sussurrò altre strofe:

La natura cede al disordine, la marea diventa onda, e ogni suono tace per colpa della distanza tra me e te.

Basta, nessuna distanza! promisi Torno e dico che vado in Emilia con la mia sposa!

La mattina dopo, la telefonata. Il vicino batte sulla porta. Cercano Andrea!

Ivan era triste.

Stanno per accusarti, Andrea. Dicono malversazioni, falsi

Sandra mi guardava inquieta. Le giurai che sarei tornato. Lei recitò ancora versi. Ci salutammo.

Non avrei mai creduto, a chi mi avesse detto allora che era tutta una messinscena. Ma i documenti, gli interrogatori, i numeri Me li portò lo stesso suocero: lunico modo, disse, per salvare la mia carriera era sposare la figlia. Così, solo così mi avrebbe aiutato.

Terrorizzato, accettai di partire. Ivan mi piazzò su un treno per ritornare a Bologna. Nel vagone delle partenze, ancora riecheggiava un concerto di violino da una radio lontana. Andai dietro, dietro la stazione, e piansi, piansi con la dignità di chi ha amato davvero.

***

Col tempo compresi che le vecchie donne sedute sulle panchine sono la salvezza dei cercatori di memoria.

Alessandra? due nonnine si scrutarono. Ma non è quella morta questa primavera? Ricordi quel figlio arrivato con la macchina grande grande?

Fui colto da un tremore. Lincubo: che lei non ci fosse più, che avesse atteso invano, che fosse morta.

Ma che dici! Il portone giusto è di là. Di morto cè stata lAnastasia, non Alessandra.

Riaffiorò un respiro. Ripresi a girare, chiamando alle porte, suonando, tornando dove nessuno aveva risposto. Nessuna pianta di sorbo trovavo: o mi sbagliavo io, o lavevano tagliata.

Quando ormai non ne potevo più, quasi per caso su una vetrina dallaltra parte della strada, notai un negozio di strumenti musicali. Preziosi violini in bella mostra.

Entrai.

È in cerca di qualcosa? una ragazza dal naso allinsù mi chiese, gentile.

Vorrei vedere questo violino Non suonare. Solo che conobbi una donna, una violinista, viveva qui. Alessandra.

Alessandra? Non sarà la Paci, vero?

Non ricordo il cognome. Ma la conoscete?

Sì, sì.

Sto cercando lei da giorni Ha un indirizzo?

Qui in zona. Vive in questi palazzi, con marito e un bambino, otto anni. Avrà sui trentacinque

Mi sedetti, senza forze. Non era la mia Alessandra, era una figlia? Tutto perdeva senso.

Quando uscii, dalla strada notai, dietro un cortile, i vecchi pioppi. Forse erano loro, forse altri. Ci andai.

Unanziana coppia passeggiava piano.

Mi scusi, cerco Alessandra, una donna sui sessantanni, violinista. Era qui, tanti anni fa

I due sorrisero: Sì, la Sandrina! La figlia della signora Maria Abitavano in quella casa, la prima corte. Cera un sorbo, una volta

Sì, e poi lo hanno abbattuto. Hanno vissuto anni difficili. Maria è morta presto e Sandrina è rimasta sola, incinta. Per un po lavava le scale per mantenersi. Ha preso ragazze in affitto, dava lezioni di violino ai bimbi del quartiere. E la figlia oggi è una celebrità.

E ora, dovè?

Ha cambiato casa, ma la figlia vive qui ancora. Sale, trovi la porta. Non può sbagliare.

Tremando, suonai al portone. Mi aprì una voce maschile.

Cerco la Paci, Alessandra

Entro subito!

Salendo le scale, fui sostenuto dal genero bravo medico, mi rassicurava. Mi fece accomodare, misurò la pressione, sistemò cuscini sotto la schiena.

Allora entrò lei La giovane donna che avevo rincorso credendola la mia Sandra. Stessa voce, stessi gesti. Era la figlia.

Mi scappò: Sei sei mia figlia?

Gli occhi, umidi, incrociavano i miei.

Ed io non ho mai saputo di voi, rispose timida Ma mamma mi parlava spesso di voi. Diceva che vi avrebbe rivisto, prima o poi.

Bevemmo tè in cucina, silenziosi. Poi mi raccontò: È stata dura, ma mamma dice che io le ho dato una seconda vita. Ha lavorato ovunque. Ma era felice. Io E ora anche lei sarà felice: bisogna avvisarla che siete qui!

No Devo essere io. Devo affrontarla io, andarci da solo.

Il genero mi accompagnò. Dentro di me il cuore batteva. Arrivati, il quinto piano, un quartiere nuovo di periferia.

Al numero 118, suonai. Nessuno mi chiese chi ero, la porta si spalancò. Davanti a me, era lei. Capelli argento, il viso smagrito, ma gli stessi occhi. Tremando, avanzai. Non serviva parlare.

Caddi in ginocchio ai suoi piedi. Lei fece lo stesso.

Andrea Andrea Sei qui, dopo tutto questo tempo.

Ci sorreggevamo a vicenda, balbettando parole spezzate.

Ho trovato te Perché ho aspettato tanto? Perché?

Non sapevo della bimba. Non ho colpe, Sandra.

Ma io ho sempre saputo che saresti tornato. Ti ho aspettato.

Ricordi la poesia?

Sì, dille pure

La natura cede al disordine, la marea diventa onda

E ogni suono muore colpa della distanza, tra me e te

Sorridemmo, tra le lacrime. Lei mi passò il braccio attorno. La vita, la vera vita, era ancora possibile.

Pochi minuti dopo, lo sposo medico ci portava insieme in ospedale. Noi, stretti sul sedile posteriore come due ragazzi.

Non piangere. Ora resteremo insieme, mi rassicurava, tenera, Devi solo curarti, e finalmente…

E io, fra le lacrime, pensavo solo: avrei potuto trovarla prima avrei potuto. Quanti anni persi. Ma ero tornato. E non lavevo persa.

Sapevo che non avrei più lasciato andare Alessandra. Adesso, davvero, solo insieme.

In auto, con la città che già lavava via la notte, lei mi restituì la promessa: … Ed io sento, se la sera è abbastanza blu, il presagio di un secondo incontro, inevitabile incontro con te.

Non sono arrivato tardi. Ho fatto in tempoRientrammo a casa insieme. Alessandra mise su il bollitore, due tazze di porcellana un po sbeccate; mi sedetti, esitante, al vecchio tavolo. Fuori, il giorno si spegneva nella nebbia di Milano e il mondo sembrava improvvisamente semplice, raccolto in una piccola cucina. Lei sorrise, accarezzandomi la mano: nessuna ombra, solo la quieta certezza di due vite che, finalmente, potevano ricongiungersi senza rimpianti.

Andrea, domani ci sarà mio nipote. Suona il pianoforte. Vieni a sentirlo? sussurrò, con la voce piena di briciole leggere.

Sentii quellinvito come il regalo che avevo atteso per una vita. Passammo la sera raccontandoci ciò che era stato, luna perdonando i silenzi dellaltro. Tra biscotti sbriciolati e fotografie sparse sul tavolo, le distanze si accorciavano; la malinconia cedeva il passo a una quieta gioia. Quando, più tardi, il piccolo nipote entrò come un turbine gridando Nonna, nonna! Chi è questo signore con gli occhi lucidi?, Alessandra rispose: È un vecchio amico, venuto da lontano per ascoltare un concerto.

Sulle prime note, il vecchio Steinway prese a vibrare. Chiudemmo gli occhi, mano nella mano. Ed ecco che la stanza non era più nuovo quartiere, né inverno che brucia le ossa, ma di nuovo il ponte sul Naviglio, il salotto di una giovane promessa, la pasta del futuro che sussurrava alla porta.

In quellistante compresi che nulla di ciò che avevo amato era stato vano. Ogni attesa, ogni notte insonne, conduceva qui: dove passato e presente si intrecciavano gentili, come le dita sulle corde, e la musica ricominciava. Alessandra mi sorrise con una luce nuova, giovane, e nei suoi occhi seppi che il tempo non può davvero separare i cuori che si cercano senza mai arrendersi.

Così, nella sera che profumava di tè, lultimo frammento di paura si sciolse. Avevamo ritrovato la nota mancante: ora, insieme, potevamo suonarla. E fu davvero amore, quello che restava limpido, ostinato, come la promessa infinita di una canzone che non muore mai.

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