Il posto in cucina
Giulia, ti sei addormentata là dentro? Guarda che gli ospiti sono già seduti al tavolo, eh!
La voce di suocera squarciò il trambusto della cucina come un coltello che affetta il parmigiano fresco. Giulia Maria Bianchi non sobbalzò neanche. Era abituata a quel tono, a quella voce, a quel già seduti, come se lei fosse lunica in ritardo su tutto il calendario gregoriano.
Arrivo, Lidia Francesca, ancora un attimo.
Un attimo? Sono già quaranta minuti che aspettiamo!
Giulia in silenzio girò le polpette nella padella. Sfrigolarono allegre. Lodore di cipolla e aglio fritti riempì la cucina. Mise il coperchio, abbassò la fiamma e guardò lorologio: otto minuti spaccati prima di servire il secondo. Tutto calcolato. Come sempre.
Oltre il muro le voci andavano su e giù. Oggi era unoccasione speciale: trentacinquesimo anniversario di matrimonio di Lidia Francesca e Giuseppe Antonio Bianchi. Erano arrivati i due figli con mogli, quattro nipotini, persino i vicini Sandra e Peppino erano della partita. Giulia era in piedi dalle cinque del mattino. Allinizio il brodo di carne. Poi insalata russa, caponata, affettati misti e crostini vari. Poi tortelli con ricotta, ché Giuseppe Antonio quelli voleva. Poi ancora la lasagna. E queste benedette polpette di casa, con pane nel latte. E la torta. Quella sì, laveva preparata già la sera prima: pastiera napoletana su richiesta della suocera, che aveva gusti granitici in materia di dolci.
Giulia si tolse il grembiule, lo appese al gancio, si diede una pettinata veloce e prese il vassoio con le polpette. Entrò in sala dalla porta a vetri.
Ah, finalmente! disse Lidia Francesca, rivolta più ai commensali che a lei.
Gli ospiti mormorarono contenti. Sandra si allungò già verso il vassoio.
Giulia, e le patate? chiese il marito Andrea, occhi solo sul cellulare.
Arrivo subito.
Si rifugiò in cucina, mise le patate in una zuppiera, le condì con prezzemolo e olio buono, aggiunse una cucchiaiata di panna (che chiamavano panna, ma era la solita crema di latte). Tutto come piaceva a loro. Come piaceva al suocero. Come piaceva ad Andrea.
Quando tornò, stavano già sghignazzando per una barzelletta che ovviamente non era raccontata da lei.
Giulia aveva cinquantadue anni.
Ventisette li aveva trascorsi in quella famiglia. Prima lei e Andrea avevano affittato un miniappartamento, poi con la nascita di Riccardo si erano trasferiti nel grande alloggio dei Bianchi, in Via Don Minzoni (così è più comodo, i suoceri aiutano, dissero). Aiuti da parte dei genitori di Andrea, Giulia ne aveva visti ben pochi. In compenso, il suo contributo era costante. Tutti i giorni. Ogni festa. Ogni domenica.
Giulia, porta ancora un po di pane, fece Lidia Francesca.
Giulia portò il pane.
E la senape, non dimenticare.
Giulia portò pure la senape.
Lei cenava in piedi, appoggiata al bancone, ché il suo posto era sempre allangolo del tavolo ed era più semplice non sedersi mai, per non dover continuare ad alzarsi ogni tre minuti.
Poi venne il momento della torta.
Lidia Francesca si ritagliò il compito di tagliarla di persona, tutta cerimoniosa, con Giuseppe Antonio a tenerle la mano. Tutti a fotografare. Gli invitati sgranavano gli occhi alla vista degli strati.
È della pasticceria? chiese Sandra.
Ma no, fece la suocera, è la nostra, fatta in casa.
Nostra. Giulia alzò la tazzina, bevve il tè. Silenzio.
Poi Giuseppe Antonio alzò il bicchiere e brindò: alla famiglia, alla fedeltà, ai figli che sono la vera ricchezza. Chiamò Lidia Francesca la regina della casa. Lei sorrise composta. Applausi generali.
Anche Giulia applaudì.
Dopo era il momento di sparecchiare. Piatti, bicchieri, avanzi nei contenitori, piano lucido e stavolta anche la stufa. Portò il sacco della spazzatura fuori. La solita fine di una festa molto italiana.
Andrea arrivò in cucina intorno alle undici, quando già la casa era di nuovo vuota.
Tutto a posto?
Sì, tutto ok, disse Giulia.
Sei stanca?
Abbastanza.
Fece un cenno, si versò un bicchiere dacqua e tornò a vedere la partita in tv.
Una sera qualsiasi. Niente di speciale. O forse invece sì, qualcosa era successo. Qualcosa piccolo, invisibile come una crepa nel vetro che non noti finché la finestra non va in frantumi.
Giulia spense la luce in cucina. Restò in piedi, nel buio. Lodore di polpette aleggiava ancora. Cipolla. Lodore della sua giornata.
Si infilò a letto.
Le settimane volarono. Giulia preparava colazioni, pranzi, cene. Lavava. Stirava. Andava al mercato. Pensava ai menù, ché Andrea non poteva sopportare la pasta e fagioli, il suocero niente pesce dal lunedì al venerdì, la suocera a dieta ma solo se le conveniva. Tutto nella sua testa. Senza foglietti.
Lavorava come ragioniera part-time in uno studio. Tre giorni la settimana. Il resto: casa.
Quel venerdì cominciò tutto per una sciocchezza.
Aveva cucinato per cena pollo alla panna. Ricetta classica, collaudata: non avanzava mai niente. Ma quella sera Lidia Francesca arrivò senza preavviso, con un sacchetto di mele prese allorto.
Ah, pollo, commentò guardando la casseruola, di nuovo alla panna. Andrea sta male con la panna, non lo sapevi?
Sì, lo so, rispose Giulia calma, ma è panna leggera, 15%. È stato lui a chiederlo.
Mah, io lavrei fatto semplice, solo un filo dolio.
Come vuoi, Lidia Francesca.
La suocera si piazzò a tavola col telefono.
A proposito, tenendo sempre lo sguardo sullo schermo, ieri ho parlato con la signora Enrica, la vecchia vicina. Sua nuora fa la cuoca in trattoria. Dice che la suocera mangia sempre benissimo, niente da cucinare.
Giulia aspettava la stoccata.
Forse anche tu dovresti cercarti un lavoro serio, no? Tre giorni alla settimana, cosè, una mezza cosa. Così lavoreresti sul serio, guadagneresti un po di più.
Giulia girò il pollo. Guardò la suocera.
Io lavoro, Lidia Francesca.
Eh, dico solo così, eh. Per te.
Lei diceva solo così. Sempre. Non con cattiveria, né urli, né drammi. Solo come se parlasse del tempo.
Giulia mise il coperchio e sentì dentro una stretta non era la prima, ma quella volta era più forte.
Il giorno dopo chiamò la sua amica storica, Patrizia Ferrari, che conosceva dai ventanni, dai tempi dellistituto tecnico. Patrizia stava dallaltra parte di Milano, lavorava in biblioteca, divorziata da secoli, diceva di essere felice.
Patsy, come va?
Bene. E tu? Senti un po, che cè che non va?
Niente.
Giulia…
Si fermò.
Sono solo stanca, Patsy. Tutto qua. Stanca davvero.
Lamica non le fece prediche, non diede consigli. Solo:
Vieni a trovarmi?
Prima o poi arrivo.
Vieni presto, cè il tè. E qualche pettegolezzo.
Giulia sorrise. Prima volta da giorni.
Poi venne quella sera. Quella.
Era sabato. Andrea aveva invitato il fratello Luca e la moglie Marisa a cena, tanto per gradire. Venerdì sera:
Ti scoccia se vengono Luca e Marisa domani?
A che ora?
Boh, alle sette credo.
Ok.
Non commentò. Sabato alle otto al mercato: carne, verdure, patate, melanzane. Decise: arrosto al forno, insalata greca, vellutata di zucca, crêpes dolci per dopo.
A ora di pranzo già tutto avviato. Arrosto in forno, vellutata a sobbollire, pastella che riposava in frigo.
Alle tre, Lidia Francesca, di nuovo senza preavviso.
Oh, fate festa stasera? Nessuno mi ha detto niente.
Vengono Luca e Marisa, spiegò Andrea.
Ah. La suocera gironzolava in cucina, spia il forno. Giulia, hai messo le spezie?
Sì.
Quali?
Rosmarino, timo, aglio.
Mah, non so, a Giuseppe Antonio il rosmarino non piace.
Oggi Giuseppe Antonio non è invitato.
Silenzio. Corto. Poi la suocera, lentissima:
Come scusa?
Giulia si voltò piano, la fissò.
Oggi la cena è per Luca e Marisa. Giuseppe Antonio non ama il rosmarino, ma oggi non cè. Quindi arrosto col rosmarino. È più buono.
La suocera la fissò come se la vedesse per la prima volta. Poi strinse le labbra.
Chiaro. E andò in sala.
Giulia sentiva che parlava con Andrea, un sussurro da non farsi udire dalla nuora. Andrea rispondeva. Poi entrò in cucina.
Giulia, che cè?
Niente. Sto cucinando.
Ma perché così con mamma?
Non ho detto niente di male.
Si è offesa.
Per cosa, scusa?
Non rispose. Non cera risposta. Anche lui lo sapeva. Eppure la guardava come se fosse colpa sua. Tanto meglio dare la colpa a lei, che è comodo.
Luca e Marisa arrivarono alle sette. Allegri, bottiglia di Chianti e scatola di biscotti Dolci Emozioni confezionata. La cena venne fantastica. Arrosto succoso, crosticina da poesia. Vellutata di zucca con panna e noce moscata, tutti a fare il bis.
Giulia, ti viene troppo bene, dichiarò Marisa, allentando la cintura.
Grazie.
Davvero! Io non ci riesco, ti invidio un po.
Imparerai.
Figuriamoci, a me proprio non va. Marisa rise Quasi sempre si ordina da asporto.
Vi va bene così, disse Luca.
Beh, anche qui siete messi bene, fece Marisa, guardando il tavolo. Giulia fa i salti mortali.
Fa i salti mortali. Giulia raccolse i piatti. Portò le crêpes, mise su il tè.
Giulia, siediti che basta correre! esclamò Marisa.
Giulia si sedette. Un sorso di tè, una crêpes sul piatto.
Senti, Luca rivolto ad Andrea, ma mamma dice che tu e Giulia volete rifare la cucina? Giulia, è vero?
Se ne parlava, disse lei cauta.
Mamma dice che tu vuoi rivoluzionare tutto, ma lei non vuole.
Tua mamma sta a casa sua, io vivo qui. Sono cucine diverse.
Eh, ci sta, fece spallucce Luca.
Non è detto, saltò fuori Andrea. Qui è casa sua, alla fine.
Giulia alzò lo sguardo.
Casa di chi, Andrea?
Beh… la casa dei suoi. Tutto è loro, lhanno fatto tutto loro.
Viviamo qui da ventanni.
Appunto.
Un silenzio come una tovaglia fresca. Marisa affondata nel tè, Luca si versa lennesima crêpe.
Buone queste, disse.
Nessuno ritoccò largomento.
La notte, Giulia fissava il soffitto. Andrea dormiva accanto, respiro regolare. Lei ascoltava il suo respiro e ripensava: È casa sua. Sua. Né nostra. Né tua. Solo sua, di qualcun altro.
Ventanni. Dopo ventanni in cui aveva cotto, fritto, impastato, pulito, stirato… Ventanni che quella casa profumava delle sue mani. Eppure non era mai stata davvero sua.
La mattina era di nuovo in piedi: caffè, porridge, solita routine.
Andò avanti altri due settimane.
Poi arrivò la famigerata cena. Lanniversario. Trentacinque anni.
Giulia si preparò in anticipo di due giorni. La lista dei piatti rivista con Lidia Francesca: il brodo, il secondo, due contorni, focaccine salate per il suocero (le vuole quelle di una volta!) e ovviamente la torta. Giù a segnare tutto. Chiede quanti ospiti; le dicono quattordici, forse quindici, aggiorno più tardi.
Aggiorna venerdì sera: diciassette.
Ri-calcola tutto. Torna al mercato. Ricompra.
Sabato, su la sveglia alle quattro.
Il brodo era già in balcone, cotto la sera prima, grasso solidificato, bello limpido. Perfetto.
Poi limpasto per le focaccine. Profumo di lievito, limpasto che danza tra le mani. Ricordava la mamma: limpasto lo senti, ti parla lui. Mamma non cera più da otto anni.
Giulia stendeva limpasto pensando a lei, a quando anche lei si affaccendava in cucina, canzoni vecchie, grembiule e braccia infarinate.
Alle dieci: focaccine pronte. Alle dodici i contorni. Le due: il secondo va in forno. Tutto sotto controllo.
Alle tre iniziò linvasione degli ospiti.
Giulia accoglieva, prendeva cappotti, offriva lantipasto, controllava il secondo, il bollitore, sguinzagliava sorrisi.
Giulia, porti già le focaccine? chiese a sé stessa, visto che nessuno in sala si accorgeva mai di nulla.
Focaccine portate. Tutti felici.
Ma che buone, queste fatte a casa! esclamò la signora Rosa, storica amica dei Bianchi.
Sì, la Giulia è bravissima, rimarcò Luca.
Proprio brava, disse Rosa. Poi dritta a Lidia Francesca: Hai proprio una nuora con la testa sulle spalle!
Fa il suo dovere, replicò la suocera.
Giulia tornò in cucina.
Alle quattro serviva il secondo su un vassoio pesante, due mani per reggerlo. Spallata alla porta, entra in sala.
Finalmente! Lidia Francesca, stentorea Già pensavamo che ci avessi dimenticato!
Qualcuno rise, in modo bonario.
Giulia poggia il vassoio. Si raddrizza.
Che meraviglia! approva Giuseppe Antonio. Complimenti!
Giulia, le patate sono a parte? chiede Andrea.
Sì, porto subito.
Mentre si riallontanava, sentì le parole destinate a cambiarle la giornata.
Rosa chiedeva sottovoce a Lidia Francesca: Ma che lavoro fa Giulia?
È ragioniera, rispose la suocera. Tre giorni la settimana, chissà dove. Ma il vero suo posto è in cucina. E lì deve stare.
“Il suo posto è in cucina. Lì deve stare.”
Giulia restò impietrita. Spalle al salotto, faccia ai fornelli.
Qualcuno rise, un colpetto di tosse.
Qualcuno deve pur cucinare, no?! aggiunse Rosa.
Ecco, appunto, confermò la suocera.
Giulia si rigirò, prese il vassoio delle patate. Tornò in sala. Appoggiò tutto in silenzio.
Grazie, Giulia, qualcuno mormorò.
Annuisce. Si siede nel suo angolo, si versa acqua, nemmeno vino. Solo acqua.
Mastica piano. Risponde quando chiamata in causa. Sorride alloccorrenza. Sparecchia. Porta avanti e indietro vassoi. Taglia la torta.
Il suo posto è in cucina. Lì deve stare.
Quella notte, ancora insonnia.
Ripassava la frase in mente, senza rabbia. Più come chi prova a capire dove si è rotto lorologio, come osservare da tutte le angolazioni una fessura invisibile. Ventisette anni in cucina. Alle cinque, alle quattro. Braccia infarinati, mani nellimpasto, mani nellacqua bollente, mani che portano i vassoi da diciassette. Mani che nessuno vede. Solo il risultato.
Dove andare? Lì dove era sempre stata.
Andrea dormiva. Al buio, lei lo guardava. Un viso conosciuto meglio di sé stessa. Sapeva che odiava il caldo, che aveva male alla spalla destra per una vecchia caduta, che la pasta e fagioli non la sopportava (ma la mangia se deve), che in fondo era un uomo buono. Solo molto, molto distratto.
Si alzò piano. Si mise la vestaglia. In cucina.
Luce accesa. Mise su il bollitore.
Cucina ordinata come un set pubblicitario. Tutto a posto: merito suo, delle sue mani. Oggi come ieri.
Si fece il tè. Aprì WhatsApp a Patrizia.
Patsy, sei sveglia?
Dopo cinque minuti: Sì, sto leggendo. Che cè?
Guardando lo schermo, scrisse: Niente. Solo, domani posso venire?
Risposta secca: Ovvio. Ti aspetto.
Mattina dopo, caffè e colazione tradizionale: uova al tegamino, toast, pomodori a fettine. Mise tutto in tavola. Andrea, ancora imbambolato.
Buongiorno.
Buongiorno, rispose lei.
Gli versò il caffè. Lo guardò.
Andrea, dobbiamo parlare.
Mhm, masticando.
Vorrei andare via un paio di giorni.
Dove?
Da Patrizia. Per staccare un po.
Alzò lo sguardo.
E io?
In frigo ci sono polpette, cè la lasagna di ieri, in freezer tortellini.
E poi?
Poi ti arrangi.
Partì la domenica dopo pranzo. Una borsa piccola.
Patrizia la accolse in casa. Guardò il borsone, poi lei. Niente domande. Solo: Vieni, prendi il tè.
Rimasero in cucina fino a mezzanotte. Piccola cucina, gerani in finestra, abat-jour retrò. Tè alla melissa, biscotti. Parlavano. Giulia parlava, ogni tanto si ingarbugliava, ogni tanto taceva.
Sai che, alla fine, nemmeno sono arrabbiata. Sono solo stanca. Non del lavoro. Dellessere invisibile.
Ti capisco, disse Patrizia. Può darsi che lo capisco anche troppo bene.
Cosa devo fare, ora?
Non lo so. Ma certamente non tornare correndo.
Giulia annuì. Stretta la tazza fra le mani, il calore vero che passava attraverso la ceramica.
Dopo tre giorni chiamò Andrea.
Giulia, ma quando torni?
Non lo so.
Come non lo sai? Qui non cè più niente da mangiare.
Vai al supermercato.
Silenzio.
Sì, ma io non so cucinare.
Sai fare le uova?
Quelle sì.
Fai le uova.
Chiuse la chiamata. Si appoggiò al muro. Poi rise. Da quanto tempo non rideva così?
Il quarto giorno Patrizia le disse:
A proposito, cè una storia. Una mia amica lavora in una scuola di cucina. Cercano qualcuno per insegnare dolci e cucina casalinga. Temporaneo ma magari dura. Vuoi sentire?
Giulia la fissò.
Ma io non sono uninsegnante.
Cucini meglio di qualsiasi insegnante. Lo so da ventanni.
Vorrai che serva una laurea.
Parla con loro prima. Poi decidi.
Due giorni dopo, Giulia era seduta davanti alla direttrice della scuola Sapori dItalia, Signora Elena, donna spedita e pratica sui quarantacinque.
Patrizia parla bene di lei. Cosa sa preparare?
Giulia ci pensò su.
Cucina italiana, sia dolci che salati. Torte, pane, conserve, minestre, paste, anche qualche piatto francese.
Il pane lo prepara lei dallinizio?
Sempre. Niente preparati.
Un mezzo sorriso dalla direttrice.
Facciamo così: prova una lezione. Se il gruppo ti ama, sei dei nostri.
La lezione era venerdì. Tema: pane a lievitazione naturale.
Quella notte non dormì. Guardava il soffitto: Che ci faccio io lì? Mai insegnato. Chissà cosa dirà Andrea, la suocera
Poi si chiese: Ma importa ancora cosa dicono loro?
Venerdì arrivò in aula. Otto persone. Donne di tutte le età, una poco più che venticinquenne. La squadrettavano incuriosite.
Giulia salutò. Prese la ciotola. Mise la farina.
Partiamo dal semplice, disse. Un bel pane buono nasce dalle mani, non dalla ricetta. Mostrò. Questo è il momento, quando limpasto si stacca dai bordi e diventa liscio: è lì la magia. Nessun timer sostituisce le vostre mani.
Parlava, impastava, spiegava. Si vedeva la differenza tra toccare e guardare. Sapeva rispondere: acqua tiepida, niente fretta nella lievitazione, la pazienza come ingrediente vero.
La ragazza giovane chiese:
E se non riesce subito?
Tranquilla, viene al terzo giro. Limpasto non si offende!
La classe scoppiò in una risata vera.
Elena ascoltava dalla porta.
Dopo: Lei sa spiegare.
Non ci avevo mai pensato.
Proprio per questo. Se uno ci pensa troppo, viene finto. Lei è vera. Facciamo contratto?
Giulia accettò lunedì.
Tre lezioni a settimana, paga oraria, buona. Migliore del ruolo da ragioniera.
Chiamò lufficio: aspettativa.
Poi Andrea.
Andrea, ho trovato lavoro. Insegno in una scuola di cucina.
Cosa? Una scuola? E quando torni?
Non lo so ancora.
Davvero?
Davvero.
Silenzio.
Mia madre mi ha chiamato. Dice che ti sei offesa.
No, non sono offesa. Sono solo esausta.
Da cosa?
Cercò le parole. Quelle semplici, senza fronzoli.
Da non esistere mai, Andrea. Ventisette anni senza esserci. Ci sono le polpette, le camicie stirate, la tavola pronta. Io invece no.
Silenzio.
Giulia…
Non sto accusando. Descrivo solo i fatti.
Sentì che non sapeva che dire.
Ti chiamo più tardi, sussurrò lui.
Va bene.
Passarono altre settimane. Giulia stava da Patrizia. Aiutava con la spesa, cucinava sempre lei non per dovere, ma per piacere, seppur Patrizia le diceva ogni volta grazie vero. Non per modo di dire.
Un giorno Patrizia disse:
Sei cambiata.
Come?
Non saprei. Sei più calma, come chi non vive più col timer in mano.
Giulia rifletté.
Forse.
A scuola le lezioni andavano a ruba. Elena notò che più duna iscritta veniva solo per Giulia.
Ha quel qualcosa che non si spiega. La seguono perché sa trasmettere passione.
Passione, quella le era rimasta. Ora qualcuno la vedeva.
Andrea venne a trovarla dopo due settimane. Chiamò, Patrizia si rese invisibile in biblioteca. Discutettero in cucinetta.
Giulia, torniamo a casa.
Lei lo guardava. Lui era persino dimagrito.
Perché?
Come perché? La nostra famiglia, la casa, io sono solo.
Sono ventisette anni che ci sono solo io, Andrea.
Lo vide abbassare lo sguardo.
Non capivo.
Lo so.
Quindi basta? Non mi perdoni?
Sospiro.
Non cè nulla da perdonare. Non sono arrabbiata. Sono solo cambiata.
In che senso?
Semplice. Non posso più tornare come prima. È come una giacca diventata troppo stretta. Non va più.
Stette zitto a lungo.
E quindi?
Non lo so. Forse non ci separiamo. Ma cambiamo metodo. Ora lavoro. Seriamente. E non sarò più la serva di nessuno.
Mamma non voleva ferirti.
Andrea. Ascoltami. Non è questione di offesa. Ha detto davanti a tutti che il mio posto è la cucina. Sai cosa significa?
Alzò appena gli occhi.
Hai sentito.
Sì, e non solo quella volta. Da ventisette anni.
Silenzio.
Ha sbagliato. Dico davvero. Non doveva, sussurrò.
Grazie.
Anche io… Insomma, non vedevo.
Eh.
In quel momento sembrava il vecchio Andrea che aveva sposato, confuso ma autentico.
E io che faccio?
Non lo so. Ma se vuoi cambiare, comincia dal brodo. Imparalo da solo.
Stava per sorridere.
Sul serio?
Certo. Cipolla, carota, patate. Io te lo posso anche spiegare. Sono uninsegnante ora.
La fissò a lungo. Chiese allora:
Tornerai?
Giulia ci pensò, davvero. Alla casa di Via Don Minzoni. Al profumo dellolio alla mattina. Ad Andrea che era stato metà della sua vita. Che in fondo la vita, anche imperfetta, è sempre vita vissuta.
Pensò che aveva cinquantadue anni. Non diciotto. Non novanta.
Forse, disse. Non adesso. Mi serve ancora tempo.
Quanto?
Quanto serve.
Lui se ne andò. Lei rimase alla finestra coi gerani rosa. Ottobre scendeva in cortile, le foglie si staccavano.
Poi si alzò. Frigo, farina, uova, burro. Inizia un impasto. Per lei, solo per lei.
Limpasto era caldo, vivo. Si plasmava docile nelle mani.
Impastava e non pensava a nulla.
Un mese dopo, Elena le propose il contratto fisso.
Sono sicura che qui serve una persona come lei. Non solo di passaggio. Tre moduli settimanali, più un masterclass al mese. Ecco le condizioni.
Giulia lesse. Stipendio giusto, onesto. Non ricchezza, ma libertà.
Accetto, disse.
Era sulla porta, piano terra, ad assaporare laria dautunno.
Chiamò Patrizia.
Ho ottenuto il posto fisso.
Giulia! Ma che brava! Si festeggia?
Certo. Preparo qualcosa.
Ci mancherebbe.
Sorrise.
Con Andrea, da allora parlarono senza più drammi. Lui telefonava spesso. Raccontava cosa cucinava (sto a dieta duova), poi chiese la ricetta del risotto alla milanese. Giulia la spiegò. Seguivano chiamate: quanto zafferano, quando salare, perché viene troppo denso.
Troppo denso? Forse troppo riso, Andrea.
Ne ho messo due bicchieri come hai detto.
Ma bicchiere grande o piccolo?
Pausa.
Sono diversi?
Scoppiò a ridere. Pure lui.
Alla fine di ottobre lui tornò con un mazzo di crisantemi (la conosceva: li adorava, ma non li aveva mai comprati prima).
Sono bellissimi, disse.
Lo so che ti piacciono.
Bevvero il tè. Parlarono a lungo. Della scuola, dei nipoti, che Luca e Marisa forse traslocheranno, che Giuseppe Antonio si era ripreso da un malanno.
Poi Andrea ammise:
Mamma vuole parlarti.
Giulia manteneva il silenzio.
Seriamente. La vedo cambiata, da quando sei andata via.
Come cambiata?
Ha cucinato da sola. Per la prima volta dopo secoli. Ha fatto una crostata. Venuta così così, ma era sua.
Giulia fissava la tazza.
Bene.
E ha detto che ha sbagliato, davanti a tutti quella volta.
Meglio tardi che mai.
La sentirai?
Giulia alzò lo sguardo.
Sì, ma quando sarò pronta. Non oggi.
Daccordo.
Non la pressava. Una novità importante: lui che aspetta, per una volta.
Uscendo, si fermò in ingresso.
Giulia.
Sì?
Avevi ragione. In tutto questo tempo. Non vedevo comera.
Lei lo guardava.
Lo so.
Mi dispiace.
Giulia annuì. Non aggiunse tutto bene, perché non lo era ancora. Però forse, un giorno, poteva tornare ad esserlo.
Chiamami domani, disse. Dimmi come ti viene il risotto.
Daccordo.
Porta chiusa.
Giulia rimase in corridoio. Poi tornò in cucina. Mise su il tè. Guardò Milano fuori dal vetro: erano già accese tutte le luci. Calde, gialle, da nebbia lenta.
Pensava che dopodomani avrebbe insegnato la frolla. Mani fredde, burro freddo. Non bisogna scaldare limpasto. Un dettaglio che i più ignorano: premono, stringono e la frolla si rovina, perde la sua friabilità.
Avrebbe spiegato tutto. Sapeva spiegarlo. Chissà come, lo sapeva fare.
Il bollitore fischiava. Mise il tè, si sedette alla finestra.
Lì, nella città, la sua vita scorreva. Quella vecchia e quella nuova un po insieme, aggrovigliate. Non sapeva ancora come sarebbe andata a finire. Se sarebbe tornata in Via Don Minzoni, se sarebbe rimasta, se avrebbe scelto una terza strada che ancora non vedeva.
Ma quella sera, davanti ai gerani, col tè e le mani pulite, guadagnava i suoi euro, insegnava alle donne sentire limpasto. E si sentiva vera.
Per ora le bastava.
Il giorno dopo, Andrea chiamò a pranzo.
Il risotto… iniziò solenne.
E allora? domandò lei.
È venuto bene. Finalmente il profumo è giusto.
Eh, vedi che non hai bruciato lo zafferano!
Stavolta no. Ero attento!
Pausa.
Giulia, e tu?
Io sto bene, disse. E stavolta, era vero.




