Oggi, scrivendo queste righe nel mio diario, mi ritorna alla mente la storia della signora Bianca, una donna anziana che abita qui a Firenze, due piani sopra di me. Dopo che aveva avuto un infarto, suo figlio Antonio le aveva fatto un regalo molto speciale: una cagnolina piccolissima, minuscola come un confetto, di razza pregiata. Glielaveva regalata proprio per alleviare la sua solitudine, per sollevarla un po dalle ombre della mala salute e distrarla dai brutti pensieri. E funzionò davvero!
Bianca iniziò a riprendersi. Per dirla tutta, era proprio una nonnina dallaspetto fragile, ma di giorno in giorno la vedevo più vivace. Portava la sua piccola Filomena a passeggiare nei giardinetti sotto casa, tenendola con un guinzaglino sottile come un filo di seta oppure racchiusa in una borsetta elegante. Filomena: questo il nome della cagnolina, così minuscola che sembrava un pulcino. Era affettuosa, obbediente, sempre pronta a giocare.
Un pomeriggio, mentre Bianca passeggiava con Filomena, una macchina si fermò vicino a loro. A bordo cerano un ragazzo e una ragazza, incuriositi dalla cagnolina. Chiesero di poterla accarezzare. Bianca avrebbe voluto rifiutare, non le piaceva lidea di affidare la sua piccola a degli sconosciuti, ma le sembrò scortese negare. Avvicinò Filomena al finestrino e la ragazza allungò le mani, la afferrò al volo e il ragazzo schiacciò sullacceleratore. La macchina sfrecciò via nella strada stretta del quartiere lasciando dietro solo il vociare soffocato di Bianca.
La povera signora si mise a gridare, a rincorrerli, piangendo. Inciampò, cadde e svenne. I vicini la trovarono distesa sullasfalto, chiamarono subito lambulanza che la portò allospedale di Santa Maria Nuova. Antonio, il figlio, corse da lei: Bianca era debole, le labbra scure, e non sapeva che mormorare se non il nome della sua cagnolina: “Filomena, Filomena” Piangeva lacrime silenziose, da vecchia, smarrite.
Ma Antonio non si diede pace. I vicini avevano memorizzato la targa della macchina e capito più o meno chi potevano essere quelle persone se si possono chiamare persone. Antonio si affidò agli amici, alcuni dei quali lavorano nella polizia municipale. In poco tempo, individuarono il proprietario dellauto: una persona benestante, con una villa sulle colline, e una macchina inconfondibile.
Antonio si recò in quella casa senza troppi convenevoli. Non importa come, ma riuscì a farsi aprire la porta. Trovò Filomena: la piccola era malata, dal giorno della rapina non aveva mangiato né bevuto, aveva pianto senza sosta, poi non aveva più neanche voce per piangere, solo flebili lamenti e singhiozzi. Insomma: Antonio prese Filomena, non importa come. Anche perché agli stessi ladri ormai non interessava più: loro volevano divertirsi, invece si erano presi un esserino smarrito che non dava loro gioia, solo fastidi.
Alla fine, Bianca si rimise e Filomena pure. Ora passeggiano insieme tutte le mattine, ma sono molto caute, e Filomena si nasconde subito nella borsetta se sente passi sconosciuti. Tutto si è concluso bene, per fortuna.
Rifletto su tutto questo mentre scrivo: non bisogna mai rubare la felicità degli altri, mai portare via lamore che riempie le giornate di qualcuno. Perché a volte è proprio una piccolezza che ci tiene in vita: un altro essere umano, una vecchia Fiat 500, un orticello, o magari una coppa vinta a una gara di quartiere che sembra una sciocchezza. Sono queste cose microscopiche che ci sorreggono.
Non si dovrebbe strappare per divertimento nemmeno una cagnolina minuscola a qualcun altro; la felicità rubata non rende mai felici, non porta mai fortuna. A volte, così si rischia di togliere a una persona lunica ragione per resistere. E la vita umana, dicono, pesa pochi grammi. Ma dentro quei grammi ci sta tutto il nostro mondo.





