Piero. Un racconto
La finestra dell’ospedale era socchiusa. L’infermiera l’aveva aperta quella mattina presto. Laria si sentiva fresca, le tende si muovevano leggere, il verde delle foglie fuori rincuorava lo sguardo, e il caldo opprimente dellestate era ancora lontano.
A Piero avevano tolto lappendice. Dicevano fosse stata unoperazione difficile, giusto in tempo, però Piero non era tipo da aver paura.
Non hai paura delle punture? sorrideva linfermiera, facendo uscire laria dalla siringa.
Piero si girava in silenzio su un fianco, non poteva ancora alzarsi dal letto.
Cerca proprio di spaventarmi
Lavevano portato in ospedale dalla strada, lì dove laveva sorpreso il mal di pancia. Non era un ragazzino di strada, era cresciuto in orfanotrofio. Tornando dal mercato con gli altri, dopo aver tentato di lavorare di nascosto, il dolore era arrivato improvviso.
Gli dispiaceva solo di una cosa: aveva messo nei guai Lino e il piccolo Sergio allorfanotrofio ora ci sarebbe stato scompiglio. Ieri, dopo loperazione, era venuta di corsa la vice direttrice, la signora Irene, fingendo preoccupazione. Lui era ancora intontito dallanestesia, ricordava vagamente le sue premure, il volto chino su di lui, ma non i dettagli.
E perché poi non era successo quando erano già rientrati? Ormai mancava pochissimo per arrivare!
Ecco, dava la colpa alle albicocche. Al mercato avevano regalato loro una cassa di albicocche un po andate Ma erano dolcissime, mica proprio da buttare. E loro si erano abbuffati, ecco tutto.
Ehi campione! Come ti senti? Il medico, un uomo anziano con le braccia pelose, controllava la cicatrice. Ormai il peggio è passato, non hai più motivo di temere.
Ma io non ho avuto paura.
Ah sì? Bravo, sei coraggioso il dottore diventò serio. Però ancora niente cibo, capito? Vietate anche le visite con dolci. Pazienta. Stasera ti daremo un po di mela cotta.
Piero annuiva per rispetto. Sapeva che nessuno gli avrebbe portato dolci: in orfanotrofio ora erano tutti arrabbiati con lui per essersene andato, per aver messo in mezzo agli adulti gli altri due. Loro andavano al mercato di nascosto, passando da un buco nel muro. E nella via del ritorno cera stata la crisi!
A proposito di coraggio, il medico aveva ragione. Piero era coraggioso, la vita lo aveva reso tale. Sua madre, pensa, forse laveva avuto per caso. Probabilmente non aveva i soldi nemmeno per abortire. Piero aveva dieci anni, e ne parlava come tutti i bambini di istituto, senza emozioni.
Non provava rabbia verso la madre. Anzi, la ringraziava, almeno lo aveva fatto nascere. Anche se laveva lasciato subito dopo. Pazienza.
Fino ai tre anni era stato un trovatello, poi orfanotrofio a Parma, poi spostato vicino Roma. Quanto si ricordava di sé stesso, aveva sempre lottato per sopravvivere.
Ricordava le risse per il cibo in mensa. Erano gli anni tranquilli di Craxi, ma cuoche e staff portavano via la roba di nascosto, persino con la macchina.
E non era solo per il cibo! Si litigava per tutto. Piero era robusto, si faceva rispettare con la forza. Si era rotto due volte un braccio. Una volta, la parrucchiera che veniva a rasarli quasi si era messa a piangere vedendo la sua testa piena di cicatrici.
Ma piangere, perché? Piero non aveva mai pianto in vita sua.
E ora vogliono spaventarlo con una cicatrice sulla pancia o con le punture
Patetici!
Considerava gli adulti distanti e calcolatori. Lui non era né un piccolino dolce da coccolare né una bella bambina, era un ragazzino rude, un po scontroso, diretto.
Stai attento, Varonese! Se combini qualcosa, ti mando in isolamento! minacciava leducatrice Irene.
Non rispondeva mai, ma nemmeno si sottometteva. Aveva le sue regole e i suoi principi.
Un solo adulto ricordava spesso. Non sapeva come i bambini pensano alle mamme, ma con quella donna, passata per caso nella sua vita, parlava spesso nei suoi pensieri.
Aveva sei anni quando era arrivata. Piero era nellistituto di Parma allora. Non sapeva esattamente il suo ruolo. Ricordava il sorriso dolce, gli occhi chiari, le mani calde, il profumo. La ricordava mentre lo prendeva in braccio e gli sussurrava:
Devi essere forte, Pierino! Mangia bene, abbi cura di te, ascolta. Sarà dura, lo so. Ma tu devi farcela. Prova, daccordo?
E poi gli cantava una canzone.
Micio micetto, con la coda grigia
Ninna nanna, ninna oh.
Le zampette bianche, le orecchie nere,
Ninna nanna, ninna oh
Anche se si sentiva ormai grande, quella semplice canzone tornava spesso nei momenti peggiori. Chiudeva gli occhi, la canticchiava piano, ricordava il calore di quelle mani, e si sentiva meglio.
Quella donna poi era sparita, lasciandogli solo la ninna nanna e il ricordo. Nessuno gli aveva mai cantato, nessuno lo aveva mai cullato. Non ricordava nemmeno il nome, ma nella testa la chiamava mamma. Anche se sapeva che era solo una balia. Ma lasciava che la sua mente fantasticasse.
Linfermiera chiuse la finestra e iniziò a rifare il letto di fronte. Piero fu contento stare soli era noioso.
Poco dopo, portarono un letto con un altro ragazzo, seguito da una folla di adulti in camice bianco. Cera movimento, ma Piero riuscì a vedere: cera steso un ragazzino magrolino, il volto appuntito e una flebo attaccata. In poco, in stanza rimasero solo uninfermiera e un uomo col camice.
Nessuno dei due, né luomo né linfermiera, parlavano molto. Solo qualche parola.
Dormirà, disse linfermiera.
Va bene. Grazie.
Chiama pure, se serve
Sì, grazie.
Linfermiera uscì e luomo restò seduto, la testa fra le mani. Il ragazzo dormiva.
Faceva caldo, ma luomo restava vestito di tutto punto. A Piero sembrava quasi che dormisse anche lui.
Piero si stancò di stare steso, si mosse. Il letto scricchiolò. Luomo si voltò. Tra le sopracciglia una ruga marcata, sotto gli occhi le borse, ma nel suo sguardo cera gentilezza.
Buongiorno, sussurrò, come accorgendosi solo ora della presenza di Piero.
Buongiorno, rispose Piero.
Luomo si riscosse, guardò il figlio sul letto e poi si avvicinò a Piero.
Intervento anche tu?
Sì, appendicite.
Bene, non ti alzi ancora?
No, ancora no.
Serve qualcosa?
Non posso mangiare fino a sera. E lui? Piero accennò al letto accanto.
Lui? luomo sospirò, Unaltra malattia. Se per te va bene, resto qui. Ti aiuto se hai bisogno. Se vengono da te, esco.
Va bene, rimani pure Piero non aveva alcun diritto ad opporsi.
Luomo accennò un sorriso.
Lui si chiama Simone, ha undici anni. E tu?
Piero, dieci anni.
Grazie, Piero, disse luomo. Piero non capì il perché, ma rimase zitto.
Il giorno dopo la camera fu sempre piena di gente. Al mattino a Simone mettevano le flebo, i medici entravano e uscivano, il padre restava lì, a volte parlava col figlio. Simone muoveva appena le mani e la testa, ma gli occhi restavano chiusi.
Poi arrivò una coppia anziana con una donna più giovane: la madre di Simone. Era alta, con il naso aquilino e capelli ricci raccolti in una coda. Pallida, gli occhi ancora rossi. La fecero sedere accanto al figlio, e lei lo accarezzava, gli parlava sottovoce.
Forse dovreste spostare laltro ragazzo? il padre chiese al medico, indicando Piero, preoccupato per la moglie.
Sì, oggi lo portiamo in unaltra stanza.
Il medico si rivolse a Piero per la prima volta.
Come va, ragazzo? Dolore?
Un po.
Quella notte, Piero dormì male, tra il dolore della cicatrice e il fastidio del catetere. Non era stato neppure nutrito la sera. Avranno dimenticato?
Ora puoi iniziare ad alzarti. Ti trasferiamo nellaltra stanza oggi, disse la caposala il mattino dopo.
Piero voleva alzarsi, ma la caposala tardava. In camera la gente entrava di continuo. Solo lì iniziò a capire che Simone stava morendo. Dormiva sempre, gli adulti parlavano tutti a bassa voce, tesi, con unombra di rassegnazione sul volto.
Durante il giorno restò in stanza una ragazza, parente di Simone. Piero si vergognava di lei; quando la caposala venne a togliergli il catetere, fece capire che era in imbarazzo, ma lei tagliò corto.
Ma sai per chi sei importante tu qua! Faccio in fretta, su.
E davvero, la procedura durò poco, ma Piero rimase steso a sentirsi finalmente libero dal catetere. Era nudo, non sapeva dove fosse la sua roba. La ragazza guardava fuori dalla finestra, o Simone. Gli sistemava la coperta, gli bagnava le labbra. E Piero si rincresceva di non aver chiesto dove fosse la sua roba.
“Nessuno ha bisogno di me”, pensava.
Ma dopo unora si decise a sedersi, coprendosi con il lenzuolo.
La ragazza si voltò.
Serve aiuto?
No, rispose, ma un giramento di testa lo rimise subito disteso.
Provò a rialzarsi poco dopo.
Scusi, sa dove hanno messo i miei vestiti?
Lei non lo sapeva, disse che avrebbe chiesto.
Però tu intanto stai attento a Simone, va bene?
Piero, avvolto nel lenzuolo, voleva andare in bagno, ma le gambe tremavano, aveva paura. Non immaginava sarebbe stato così difficile soltanto camminare in stanza.
Alla fine gli portarono vestiti, ma solo quelli ospedalieri.
Mi giro, tranquillo ridacchiò la ragazza.
Lui si sedette, tirò su i pantaloni che erano giganti per lui e sistemò la coulisse, un gesto che sapeva fare bene. Avrebbe dovuto arrotolare le gambe dei pantaloni, ma piegarsi era una missione impossibile. Solo mentre arrancava con i vestiti troppo lunghi, la ragazza si accorse.
Fermo un attimo. Ma sono enormi! Dai, che ti risvolto i pantaloni
Si inginocchiò davanti a lui, armeggiando così tanto a lungo che Piero si sentì male.
Sto per cadere
Ehi, ehi la ragazza lo sorresse e lo fece sedere sullo sgabello. Mannaggia, sei ancora debole. Hai mangiato oggi? Come ti chiami?
Piero.
Io mi chiamo Lisa. Ma dove vivi, Piero? Vuoi che chiami tua madre?
Non ho la mamma.
Ah E il papà? O chi si occupa di te?
È tutto a posto, sto meglio. Vado in bagno.
In bagno, davanti allo specchio, vide le occhiaie viola e le labbra bianche. Solo gli occhi erano neri e brillavano. Una volta, una maestra aveva detto che forse il cognome “Varonese” glielo avevano dato proprio per lo sguardo cupo. E allorfanotrofio lo chiamavano “Corvo”, e lui ne andava fiero.
Si sciacquò il viso, si sentì subito meglio. Forse Lisa si era data da fare, perché poco dopo gli portarono una mela cotta.
Devi venire tu in mensa, ora che ti sei alzato, disse la signora delle pulizie.
Ma come? protestò Lisa. È troppo stanco, che ci può andare da solo? Vado io a prendere il cibo!
A Piero non andava di stare sdraiato. Iniziava a camminare in stanza, osservò Simone: bello come una ragazzina, riccioli come la mamma, ma gracile.
Sta morendo, vero? nessuno è diretto come i ragazzini cresciuti in istituto.
Lisa sussultò.
Non lo sappiamo. Ma Sì, Simone sta molto male. Quattro interventi negli ultimi mesi I genitori sono esausti. Anchio mi sono fermata per aiutarli, sono sua zia. Però, a volte accadono i miracoli, no?
Non so, Piero si sdraiò sul letto.
Pensava a Simone. Una vita diversa, TV: mamma, papà, nonni, parenti eppure se ne stava morendo.
Che sfortuna
Alla sera, invece di trasferirlo, ancora venne in stanza il padre di Simone, nuova confusione tra i letti. Piero si rese conto che parlavano di lui: Non ha ricevuto nessuna visita oggi!
Dottore dice che sei dellorfanotrofio? chiese il padre di Simone.
Sì.
Ti piacerebbe andare in unaltra stanza? Solo che Simone è grave
Ma qui va bene. Posso restare?
I giorni divennero tutti uguali. Piero si prese la febbre e lo spostarono in una stanza con altri anziani. Si annoiava, tornava spesso in quella di Simone. Nessuno lo cacciava.
Le sue dimissioni vennero rimandate.
Intanto, il padre di Simone si chiamava Domenico Esposito sapeva già tutto di lui. Si era informato, lo osservava, aveva ascoltato. Gli portò dei vestiti e Piero fu contento, era abituato ai vestiti presi in prestito, ma guardò Simone.
Sono suoi, vero?
Sì
E se non muore?
Domenico lo guardò stupito. In famiglia non si pronunciava mai quella parola morire. Tutti la temevano. Quando se ne va una parte di te, anche il corpo cede. Così la moglie Sofia si era lasciata andare, e le facevano le punture calmanti.
E se invece non morisse? domandò di nuovo Piero.
Domenico sentì il bisogno di rispondergli con sincerità, più a sé stesso che al ragazzino.
Purtroppo non ce la farà. Sta lasciandoci, Piero, le parole uscirono pesanti.
Fa male morire? Piero teneva stretti i vestiti di Simone, la fronte aggrottata.
Domenico vedeva nel suo sguardo partecipazione, compassione, solidarietà.
Meno che addormentarsi. Facciamo tutto perché non abbia dolore, è questo il nostro compito.
Ma si muove ancora.
Sì, per questo gli parliamo. Sperando che senta.
Simone era sempre circondato dalla famiglia. Una sera Domenico dovette allontanarsi, lasciando Piero da solo vicino a Simone. Si attardò e tornando, rimase sulla porta.
Piero sedeva, teneva Simone per mano e gli parlava.
e non so dove sia mia madre. Magari è già morta. Ma se venisse, la perdonerei. Non mi credi? E sbagli Tu però non morire. Guarda come piange la tua mamma. E tuo padre! Io, con un padre così, non morirei mai. I tuoi vestiti te li riporto, ci tengo. Non li sporco. Ne ho già tanti, io. Non morire, impegnati! Da tutto te stesso
Domenico tossì, sentiva un nodo in gola. Piero saltò in piedi.
Sente, lo giuro! Mi ha stretto la mano, lo giuro, ci credete?
Ci credo, Piero, ci credo. Io penso che senta davvero.
Domenico e tutta la famiglia aspettavano la fine. Il loro Simone, unico e brillante, un fiore, stava morendo. La diagnosi era arrivata a otto anni: atrofia muscolare, poi cuore, polmoni, intestino Seguiti a Milano e a Roma, dai migliori medici. Grazie a ciò Simone era arrivato agli undici. Aveva imparato a convivere con la malattia, e a non lamentarsi.
Gran parte del peso era toccato a Sofia, la mamma. Passava le notti nei reparti, bussava a tutte le porte, pregava ovunque. Domenico era al suo fianco, ma da uomo era più forte.
Quando si rese conto che Simone stava lasciando questa terra, le forze di Sofia si esaurirono. Così le fecero le iniezioni.
Parlagli, Piero, dai. Lui è felice ti sentirebti, diceva Domenico.
Per Domenico, quei dialoghi di Piero erano vita. Ascoltava, fuori dalla porta della camera:
quando il bullo Salvini mi ruppe la mano, ebbi un buio davanti agli occhi, ti giuro. Ma non piansi. Mica per lui! Mi alzai, mostrai la mano storta e gli dissi: Allora? Rompila del tutto se hai il coraggio! Lui corse dalla bidella a piangere. Un fesso.
Guarda, la mano è guarita, come nuova. Anche per te passerà. Alla fine, la frattura era peggio della tua malattia. Forza, amico, riprenditi!
Simone morì nella notte. E Piero non se ne accorse, nessuno glielo disse. Si fece la visita di controllo, andò a colazione, poi tornò a dare unocchiata.
Vicino al letto dove dormiva Simone cera già un nuovo paziente.
Dovè lui? Piero chiese indicando il posto in cui aveva visto Simone dormire la sera prima.
Non ne ho idea, qui ora ci sono io.
Piero corse al bancone delle infermiere, ma non trovò nessuno. Passò allambulatorio, cercò il suo medico, trovò un altro dottore.
Simone! Dovè Simone? Lo hanno spostato?
Simone? il giovane medico fece una smorfia triste. Capisci lui era molto grave.
È morto? lo interruppe Piero.
Il dottore annuì.
A volte succede
Piero si ritrasse verso luscita. Era furioso con lospedale, coi medici, con tutti.
Non avevano salvato il suo amico!
Come poteva mostrare la sua rabbia?
Nel corridoio una signora delle pulizie stava lavando per terra. Piero scalciò il secchio, lacqua si sparse in tutte le direzioni. Lei strillò, accorsero medici e infermiere: tutti rimproveravano, ma lui entrò in camera, si sedette sul suo letto, e si tappò le orecchie.
Così tanti medici, così tanto personale! E nessuno aveva potuto salvare il suo amico. Nessuno!
Perché Simone, che era stato quasi sempre incosciente in quellamicizia, era diventato il suo amico vero, Piero non lo sapeva. Ma era successo davvero. Gli aveva raccontato tutta la sua vita: la madre, la donna che gli aveva cantato la ninna nanna, le botte, le fratture.
Una notte, ancora prima nella stanza, Piero fece un sogno. Simone era seduto sul letto, sorrideva triste. Lui correva da lui, lo abbracciava. Simone allora disse Lasciami solo sedere. Con voce sottile raccontava la sua vita.
Cosa dicesse di preciso, Piero non ricordava, ma gli parlava davvero. Simone guardava la finestra, si alzava, voleva salire sul davanzale. Piero nel sonno si spaventava che cadesse, tanto da svegliarsi di botto.
Fuori i rami neri si muovevano contro la luna. Simone si agitava. Il padre, esausto, dormiva.
Allora Piero si sedette vicino a Simone, prese le sue mani magre e intonò sottovoce la ninna nanna che ricordava:
Micio micetto, con la coda grigia
Ninna nanna, ninna oh.
Le zampette bianche, le orecchie nere,
Ninna nanna, ninna oh
Da quel momento Piero parlava spesso con Simone nella sua testa. Simone gli raccontava la vita di una famiglia normale: vacanze al mare, la nonna, il nonno generale, la scuola, gli amici, la sua stanza…, la mamma che lo svegliava la mattina.
Era come Piero aveva sempre immaginato la vita in famiglia. A volte le sue fantasie erano esagerate, ma non avendo mai vissuto in una famiglia vera, non conosceva altro che quello visto alla TV.
Ad esempio, credeva che nelle case i letti fossero tutti in ununica stanza, uno per ogni componente. Che nellingresso, ogni persona aveva un armadietto, che il giovedì si mangiava sempre pesce e che il tè lo serviva la mamma con il mestolo.
***
Strano ma vero, quando il figlio morì, Domenico tirò un sospiro. Non perché non amasse Simone, né perché fosse un cattivo padre. Anzi. Simone non viveva più davvero, solo vegetava. Senza il sostegno costante, avrebbe solo sofferto ancora.
Doveva accettare la perdita, aiutare Sofia ad accettarla, andare avanti.
Negli ultimi giorni pensava sempre più spesso a Piero.
Adottarlo? Sapeva che parlarne subito non sarebbe stato il momento. Sofia non avrebbe capito. Nessuno avrebbe mai sostituito Simone. Il suo ritratto pieno di fiori era ancora al centro della sala, la moglie vi si sedeva davanti ogni giorno, accendeva candele, andava in chiesa, al cimitero. Otto anni prima aveva avuto una gravidanza extrauterina bambini non ne avrebbero mai più potuti avere.
E Piero non avrebbe mai avuto una madre o un padre.
Era diverso, ruvido, occhi nerissimi, nulla a che vedere con Simone. Eppure, nelle sue parole cera una dolcezza e una purezza rara.
Sofi, oggi sono stato in ospedale. Piero lo hanno finalmente dimesso
Perché? Perché sei tornato lì? domandò lei meravigliata.
Eh dovevo prendere qualche documento medico per Simone.
Domenico raccontò anche a sua cognata Lisa e al suocero dei suoi propositi. Lisa fu felice, il ragazzino le era piaciuto; prometteva di parlarne con Sofia anche lei.
Ma Sofia appena si affrontava largomento scoppiava a piangere.
Lui non sostituirà Simone! Perché non capite?!
E chi lha mai detto? Piero non può rimpiazzare nostro figlio. Ma hai sentito cosa diceva a Simone? Quanto era tenero, quanto desiderava che Simone si riprendesse? Questo ragazzino mi ha dato coraggio. Dai, almeno conosciamolo.
Basta che tu non mi forzi
Fu già qualcosa.
Alla prima visita, in ufficio della direttrice dellorfanotrofio, Piero sembrava impaurito: non alzava gli occhi, le mani strette con le unghie nella pelle. Neanche la mano a Domenico voleva dare.
Con loro cera anche la consulente sociale, la signora Tatiana, che lasciava fare. Domenico vedeva quanto fosse teso il ragazzo, quanto fosse cambiato rispetto alla degenza.
Avrebbe voluto abbracciarlo e dirgli Coraggio! ma non osava. Così iniziò a chiacchierare di sciocchezze, per spezzare il silenzio.
Piero era così in tensione che lo rimandarono in reparto anche prima del tempo.
Altro che senza paura!
Secondo me ha capito tutto e non vuole venire con noi, si domandava Domenico tornando a casa.
Ti sbagli, rispose Tatiana, sogna che lo prendiate con voi, ma ha terrore di essere rifiutato, di non essere abbastanza.
Siamo così terribili? chiese Sofia.
Siete i genitori che non ha mai avuto. Non sa come comportarsi, ha solo paura di sbagliare davanti a voi. Ora siete il suo unico pensiero.
Decisero di ospitare Piero un pomeriggio. Non aveva ancora detto sì, e anche Sofia era molto titubante.
Quando lo accompagnò Domenico, iniziarono a bere il tè. Piero aveva le mani sudate, fissava la tazza, temeva di far rumore o rovesciare qualcosa. Gli spazi così pieni, eleganti, lo mettevano a disagio.
Aveva una paura tremenda di Sofia.
Quando a Domenico cadde il cucchiaino, Piero si irrigidì e disse:
Caspita.
Domenico rise.
Già, caspita! Sono proprio distratto oggi Dai, Piero, mangia un po di patate, che aspetti?
Piero mise in bocca un pezzetto ma non riusciva a masticare dalla tensione.
Forza, amico, rilassati!
Vuoi vedere la camera di Simone? gli propose Sofia.
A quel punto Piero si animò e annuì.
Entrò nella stanza, vide subito il grande ritratto di Simone. Era diverso, più vitale che in ospedale, sorrideva sicuro da quella foto. Era bellissimo vederlo di nuovo così. Era come se dicesse: Non avere paura, io sono qui.
Oh, Simone! Ciao! andò vicino, toccò la cornice, e si voltò a Sofia, Qui sembra più in carne.
Ormai era già molto magro, questo è un vecchio scatto.
Quando era già insomma, quasi alla fine, sì? chiese Piero, senza filtri.
Sì, prima che Sofia non riusciva a dire quella parola.
Prima che morisse, vero? rispose schietto il ragazzino, accarezzando la cornice. Mi fate vedere come viveva?
Sofia non capì, ma prese in mano un album di foto.
Vuoi guardare da solo? Io ancora non riesco.
Piero si mise sul divano, aprì lalbum, Sofia si sedette accanto dopo poco, come attirata da lui.
Che buffo carino un mito commentava Piero.
Tutto lo interessava, poneva mille domande.
Improvvisamente, sollevando una foto con il mare, esclamò:
Guardate! Il mare! Mi aveva detto che siete stati al mare
Sofia abbassò la testa triste.
Te lo aveva detto? Ma ormai non riusciva già più a parlare.
Piero la guardò negli occhi, saccorse di aver esagerato con la fantasia, si vergognò un attimo, poi concluse ostinato:
A me parlava!
Sofia non replicò. Sfogliando lalbum, pian piano, la paura di guardare le foto svaniva, e vicino a questo ragazzino ingenuo riusciva quasi a sentirsi in pace, senza quel dolore che lacerava ogni cosa.
Prese respiro e domandò:
Piero, e se volessimo adottarti, tu cosa diresti?
Piero irrigidì, rimase qualche secondo in silenzio, gli occhi bassi.
Non lo so. Simone era bravo. Io non tanto. Non so come si fa
Sofia lo abbracciò di slancio e lo strinse forte.
Non ti preoccupare. Non vogliamo prendere te per sostituire Simone. Solo perché sei stato il suo migliore amico.
Piero si irrigidì a quell’abbraccio. Nessuno lo abbracciava, nemmeno durante le risse. Sentì il profumo della donna, il calore delle sue mani.
Per non farsi coinvolgere troppo, continuò a sfogliare lalbum. Ma Sofia non lo lasciava andare, lo cullava un po, assorta nei suoi pensieri.
Piero non aveva mai pianto, mai.
Eppure ora sentiva il groppo in gola, e le lacrime gli scesero.
Stai piangendo, Pierino? Non piangere Se no piango anchio. Tieni duro, sei un ometto! Devi essere forte! Sofia gli asciugava le lacrime col palmo caldo.
Quelle parole, le aveva già sentite.
La finestra della stanza era ancora aperta. Laria pulita faceva tremolare le tende, il verde si rifletteva sul pavimento, e dal ritratto Simone sorrideva amico.
E Piero, con voce da bambino, chiese piano:
Sapete mica quella canzoncina “Micio micetto, con la coda grigia, ninna nanna, ninna oh, zampette bianche…”
Sì, credo di conoscerla. Vuoi che la impari per te?
Piero annuì commosso. Non avrebbe potuto desiderare altro dalla vita.
***
Non siamo soli finché, anche nella perdita, sappiamo donare un po del nostro cuore agli altri. Lamore vero non è sostituire chi abbiamo perso, ma imparare a voler bene ancora, e a non smettere mai di sperare.




