Semplicemente uno sconosciuto

Solo uno estraneo

Sara non vedeva lora che il suo fidanzato uscisse da casa. Appena la porta si chiuse alle sue spalle, lei si voltò verso la mamma con gli occhi che le brillavano.

Allora, mamma, che ne pensi? Ti è piaciuto? Ammettilo, è fantastico! Con lui mi sento al sicuro davvero!

Se ne stava al centro della sala, il mento un po allinsù come se già si immaginasse moglie di quelluomo. Nella voce cera più che speranza: era praticamente certa che sua madre sarebbe stata daccordo con lei.

Lucia era seduta sulla poltrona, sfogliando svogliatamente una rivista. Sollevò lo sguardo verso la figlia e, con una leggera alzata di spalle, pesò bene le parole:

È una scelta tua, amore mio. Sembra perbene, educato, ambizioso. Se davvero guadagna quanto dice, tutto sommato potrebbe essere un buon marito. Ma sei tu che devi decidere.

La faccia di Sara si illuminò come se le avessero acceso una lampadina dentro. Era talmente contenta che quasi saltellò di gioia:

Lo sapevo che mi avresti capita, mamma!

Poi si girò verso il patrigno, seduto nella poltrona accanto col telefono in mano. Lui piegò il giornale con calma, puntando lo sguardo curioso su Sara.

E tu? Che ne pensi? Mi interessa anche il parere di un uomo!

Giulio abbozzò un sorriso ironico e si appoggiò bene allo schienale. Parere maschile per lui suonava quasi come una provocazione. Conosceva Sara fin troppo bene: il parere degli altri linteressava solo quando combaciava col suo.

Il tuo Davide mi sembra arrogante, egocentrico e troppo attento ai soldi disse calmo e misurato, scrutandola dritto negli occhi. Tu lo idealizzi e non vedi i suoi difetti. Se ci costruisci una vita assieme, fra qualche anno te ne pentirai amaramente.

Anche lorologio a muro sembrava fermarsi in quella sospensione. Giulio parlava senza indorare la pillola: voleva che Sara sentisse la verità, per quanto potesse essere scomoda.

Lei scattò in piedi: le guance le si erano colorate e negli occhi le balenava la solita scintilla che partiva ogni volta che qualcuno metteva in discussione le sue decisioni. Detestava essere giudicata, soprattutto da chi secondo lei non aveva voce in capitolo nella sua vita.

E certo, tu sarai mica psicologo! sibilò, incrociando le braccia sul petto. Aveva la voce che le tremava dallirritazione. Solo tu sai come devo vivere e chi devo amare, eh?

Giulio rimase impassibile. Alle sue esplosioni emotive era abituato, sapeva che facevano parte di lei. Rispose tranquillo, senza mostrare nessun malumore:

Forse sì, ci capisco più di te. Ti vanti di essere adulta solo perché hai compiuto ventanni, ma a giudicare dalle tue frequentazioni, non hai ancora imparato a capire le persone. Evita di buttarti a capofitto nelle cose, Sara.

E aveva ragione. Lesperienza lo dimostrava: le amiche e gli amici di Sara erano sempre poco affidabili. Qualcuno la fregava, qualcuno spariva appena cera un problema. Era brava a fare nuove conoscenze, ma quasi mai riusciva a vedere dietro le maschere e le belle parole.

Solo una vera amica le era rimasta quella che paradossalmente la pensava più come Giulio. Più di una volta aveva provato a farle notare certi segnali preoccupanti nel modo di fare di Davide, ma Sara niente, ostinata a negare. Per lei Davide era il principe azzurro, forte, sicuro di sé, realizzato. E il resto non contava.

Non capisco le persone? Questa poi! le si alzò la voce, lasciando trasparire tutta la rabbia e la tristezza. Ma perché ti chiedo pure il parere? Cosa rappresenti tu per me? Solo lennesimo compagno di mamma, uno che si è fermato un po di più degli altri. Tu non conti nulla! E non puoi comandarmi!

Parlava di getto, senza pesare le parole, travolta dalle emozioni. Era il suo modo per difendersi, per far valere la propria indipendenza.

Giulio non rispose subito. Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò verso Sara. Nel suo volto nessun accenno di rabbia, solo una stanchezza profonda, un dolore antico.

Ti ho cresciuta che avevi cinque anni mormorò, pacato ma deciso. Ti ho aiutata a fare i compiti, ti portavo al parco, ti ho insegnato un sacco di cose. E ora non conto nulla? E allora perché per tutti questi anni mi hai chiamato papà?

Solo per un attimo la voce gli si incrinò, ma si ricompose subito. Non parlava volentieri di certi argomenti, ma questa volta non ce la faceva più a tacere.

Sara restò un attimo in silenzio. Avrebbe voluto ribattere, alzare la voce come al solito, ma le mancavano le parole. Si voltò, come per aggrapparsi allarredamento di casa.

Perché me lha detto mamma! esclamò, stringendo le labbra. Le tornò in mente suo padre, quello vero: un uomo distante, che vedeva raramente e che non si era mai davvero occupato di lei. Almeno lui è mio padre biologico, anche se non era molto presente. Tu invece per me non sei altro che uno sconosciuto.

Le sue parole suonarono taglienti, quasi brutali, eppure Sara lo sapeva che non era del tutto vero. Per lei, in cuor suo, Giulio era stato molto più padre del suo papà vero. Era sempre stato lì, laveva sostenuta, protetta, amata.

Ma lorgoglio e la rabbia per la critica a Davide ebbero la meglio. E riconoscere che il patrigno potesse avere ragione, era per lei troppo difficile. Più cresceva, più le sembrava che Giulio si facesse troppo presente, che volesse a tutti i costi guidarla. Invece sua madre, lucida e calma, lasciava fare: magari si preoccupava, ma senza controllarla. E Sara questa cosa la apprezzava tantissimo: nessuna pressione, nessun giudizio. Solo libertà.

Durante la lite Giulio sbiancò in volto, le spalle le si fecero pesanti, lo sguardo di solito deciso si spense allimprovviso.

Solo uno sconosciuto, eh?

La voce usciva sfinita. Per anni aveva cercato di essere un vero padre, di colmare le mancanze affettive della madre, che si occupava di Sara solo per il minimo indispensabile: mangiare, vestire, giocattoli. Lucia non aveva mai costruito un legame profondo con la figlia, pensava alla gestione quotidiana, ma poco ai sogni e alle paure. Giulio invece si sentiva responsabile di quella bambina, e ci aveva messo tutto se stesso.

Sì, sconosciuto! gridò Sara, ma subito si pentì. Notò come Giulio sbiancasse del tutto, come si rattrappisse nella poltrona, spento e vulnerabile come non laveva mai visto. Dentro di lei qualcosa si strinse forte. Ormai era troppo tardi per tornare indietro. Aveva paura per lui, non laveva mai visto così abbattuto.

Lucia fu la prima ad intervenire. La sua voce era piatta, quasi distratta, come se stesse discutendo di una cosa banale.

E cosa vuoi che ti dica, Giulio? In fin dei conti, ha ragione. Potevi diventare padre, se avessi firmato ladozione. Ma non lhai fatto. Quindi non puoi prenderla troppo sul personale…

Le parole, fredde e casuali, furono come uno schiaffo per Giulio. Girò la testa incredulo verso la donna. Nessun rimorso nei suoi occhi, solo indifferenza.

Capisco. Allora se per voi sono solo uno sconosciuto e anche tanto negativo, non vedo motivo per continuare a stare sotto questo tetto, mormorò sforzandosi di alzarsi dalla poltrona. Barcollò un attimo, poi si raddrizzò, cercando di conservare un po di dignità. Farò partire subito le pratiche per la separazione. Avete ventiquattro ore per prepararvi. Questa è casa mia.

Non cera rabbia nella voce, solo una stanchezza infinita. Sara restò bloccata, avrebbe voluto dire qualcosa ma la voce non le usciva. Giulio si avviò in silenzio verso la stanza degli ospiti e chiuse la porta a chiave.

Si sedette sul bordo del letto. La testa un vortice. Non aveva nessuna voglia di vedere nessuno né Lucia, né Sara. Gli aveva fatto male. Tutti quegli anni a impegnarsi per fare il padre… e ora, per loro, non era altro che uno che passava per caso.

Lucia, una volta ripresasi, si appoggiò alla porta:

Giulio, su, non esagerare. Sono parole dette così, di nervoso! Buttiamo via quindici anni di vita per una frase? Dai, smettila…

Parlava e citava tutte le abitudini del quotidiano, la lunga convivenza, ma traspariva solo la paura di cambiare i suoi equilibri, non un filo di pentimento vero.

Giulio rimase al buio, in silenzio. Ripensò al giorno in cui aveva realizzato di non amare più Lucia: una volta laveva trovata in una situazione spiacevole, niente scenate, semplicemente, fine di tutto dentro di sé. Era rimasto solo per Sara, perché percepiva che la ragazza aveva bisogno di lui. Ora, finite anche le sue responsabilità, non aveva motivi per restare.

Aveva fatto davvero il padre: alle riunioni scolastiche, sulle bici, quando lei piangeva. E ora era solo un signore qualsiasi che viveva sotto lo stesso tetto.

Passavano i minuti col ticchettio dellorologio. Giulio chiuse gli occhi, nel silenzio più totale. Decisione presa: separazione.

***************************

La separazione fu un lampo, senza urla, senza scenate. Tutto definito in poche settimane: carta firmata, oggetti spartiti come da legge. Lucia tornò nel vecchio appartamento in una zona popolare di Firenze, quello dove aveva vissuto prima di conoscere Giulio. Le pareti da ridipingere, la cucina rovinata, i tubi che perdevano. Dalle finestre si sentivano le voci dei vicini, lo sferragliare del tram, i clacson delle auto.

A Sara quella casa stava stretta. Era abituata agli ampi spazi della villetta di Giulio, la sua camera luminosa, il grande armadio, lo specchio moderno. Qui solo una stanza minuscola, il letto sfondato e le tende sbiadite. Nei primi giorni cercava di farsi forza pensando è solo temporaneo, cambierà qualcosa ma la nostalgia si faceva sentire ogni giorno di più. Lo spazio piccolo, il rumore e laria pesante la soffocavano.

Cercando una via di fuga, pensava di continuo a Davide. Una volta immaginava che lui le avrebbe garantito la vita cui era abituata. E così, quasi senza troppe riflessioni, dopo qualche mese accettò la proposta e si sposarono in Comune, con una festa raccolta fra pochissimi. Sara pensava che lì sarebbe iniziata la vera felicità.

Eppure bastò un anno per capire che Giulio aveva visto giusto. Dopo la luna di miele, Davide cominciò a cambiare. Sparirono i complimenti, niente più sorprese. Se prima pagava lui per tutto, ora era diventato tirchio. Iniziò a ripeterle che anche lei doveva trovarsi un lavoro anche se studiava ancora. In una famiglia bisogna contribuire entrambi, sosteneva.

Peggiorava giorno dopo giorno. Sara cercava scuse, si diceva che magari era stressato per questioni di lavoro, che era solo una fase. Tentava di non alimentare i litigi, ma ormai la situazione era incandescente: sempre discussioni su soldi, mansioni, sogni inconciliabili.

Lei pensava che un figlio avrebbe addolcito Davide, lo avrebbe reso più responsabile, più attento alla famiglia. Ma quando glielo disse, lui fu secco: Non è il momento, bisogna prima sistemarci economicamente. Quella risposta fu la goccia: litigi sempre più forti, accuse reciproche. Alla fine Sara decise di avere comunque la bambina. E poco dopo se ne pentì.

La tensione diventò ingestibile. Lincomprensione, la solitudine la schiacciavano. Dopo mesi a ponderare pro e contro, un mattino in fretta, quando Davide era in ufficio, raccolse lessenziale: vestiti, documenti, qualche ricordo della bambina. Aveva le mani che tremavano, ma sentiva una leggerezza nuova: stava facendo quello che avrebbe dovuto fare da tempo.

Serrò la porta, scese le scale e si ritrovò in mezzo a Firenze. Laria le sembrava ancora più fresca del solito. Aveva paura, ma la prospettiva di una nuova vita era meno spaventosa di restare in quellinferno.

Sara tornò da Lucia: nella stessa stanza piccola dalle tende ingiallite e il pavimento che cigolava. Entrò trascinando il passeggino, pochi vestiti e un kit di cambio per la sua bambina di otto mesi. Allinizio Lucia la prese bene, ascoltava, dava una mano sporadica. Ma durò poco.

Una sera, quando la piccola non ne voleva sapere di dormire, Lucia posò la tazza sul tavolo seccata:

Sara, così non puoi andare avanti. Non posso vivere nel caos continuo. Devi trovarti una sistemazione.

Sara si girò, sorpresa, ancora col pigiamino in mano:

Mamma, ma dove vuoi che vada? Appena ho trovato un lavoro, ma prendo poche centinaia di euro al mese e solo lavorando da casa!

Non è un mio problema, troncò Lucia, incrociando le braccia. Io il mio lho fatto: ti ho cresciuta, ti ho fatta studiare. Ormai sei grande, ora tocca a te arrangiarti. Non ho intenzione di fare la nonna a tempo pieno.

Nessuna apertura, nessuna carezza. Sara sentì unaltra botta allo stomaco. Tutto quello che voleva era un aiuto, un tetto, il tempo di riprendersi.

Ma dove la porto, una bimba così piccola?

Sono affari tuoi, disse Lucia ormai già avviandosi verso il corridoio. Ti lascio un po di soldi, ma non aspettare altro. Io ho la mia vita.

Staccò alcune banconote in euro dal portafoglio, le mise sul tavolo e uscì.

Non restava che arrancare. Sara davvero lavorava online: traduzioni, inserimenti dati, qualche lavoretto freelance. Ma lo stipendio era unincognita, e di cercare in ufficio non se ne parlava: chi avrebbe tenuto la bambina? Lucia rifiutava senza troppi drammi: Non ce la faccio, Sara, non ho più energia.

Le giornate erano tutte uguali: sveglia allalba, latte alla piccola, giochi, tentativo di metterla a dormire, unoretta di computer. Spesso doveva interrompere ogni poco: pianti, la pappa, il pannolino da cambiare. Risparmiava su tutto: spesa, detersivi, anche sulle scarpe. Ma i soldi non bastavano, prendere una stanza in affitto era impossibile.

A quel punto si ricordò di Giulio. Solo lui, fra tutti quelli che aveva avuto accanto, aveva dimostrato vero affetto. Forse capirà, pensò, magari davanti alla nipotina si scioglie

Uscì con la bambina vestita a festa, una borsina con le cosine di ricambio, e andò a cercarlo. Immaginava una scena commovente: lui che sorride, prende la bambina in braccio, la aiuta

Aprì la porta e Giulio rimase fermo, tazza in mano, in ciabatte. Appena la vide non fece una piega.

Ciao sono venuta a farti conoscere tua nipote.

Allungò la bambina, che lo guardò con due occhi pieni di curiosità.

Giulio posò la tazza, uno sguardo freddo, distante. Non si avvicinò, non sorrise.

Ho capito. E cosa vuoi da me? Perché sei qui? Dopotutto, per te sono solo uno sconosciuto, vero? disse incrociando le braccia, senza rabbia, solo una stanchezza fredda. Tua figlia per me è estranea. E pure tu. Perché sei venuta?

Sara sentì crollare tutto. Aveva sperato che la presenza della bambina potesse sciogliere il cuore di Giulio, ma si era fatta solo illusioni. Con un filo di voce provò a chiedere:

Lo so che ho sbagliato. Ho reagito male. Tu sei stato il mio vero papà per tutti questi anni, anche più di mamma Io

Così tanto vero, che in tutto questo tempo non ti sei mai fatta viva, la interruppe lui, glaciale. Se ti fossi scusata allora, magari ti avrei perdonata. Ma dopo anni? No. Non voglio trattenerti, Sara.

Fece un passo indietro, indicando che il discorso era chiuso. Sara strinse forte la maniglia del passeggino. Avrebbe voluto aggiungere qualcosa, anche solo per chiedere una mano, ma ormai lo sapeva: lui aveva deciso.

Si voltò piano, spingendo la carrozzina. Un passo dopo laltro, come se il pavimento fosse diventato sabbia. Non osava guardarsi intorno, neanche unultima volta. Solo un pensiero che ronzava: Poteva andare diversamente

Giulio rimase in piedi finché sentì la porta chiudersi e il silenzio del pianerottolo. Poi, solo, tornò in salotto e si mise davanti alla finestra.

Sara camminava per strada, il cuore in frantumi. La responsabilità era solo sua, ormai lo vedeva. Aveva allontanato chi le voleva davvero bene, e ora, che avrebbe avuto bisogno, era rimasta sola.

La bambina si agitò nella carrozzina, un mezzo lamento la riportò alla realtà. Sistemò la coperta e trasse un respiro profondo. Aveva solo una missione: prendersi cura della figlia. Come, ancora non lo sapeva. Ma doveva contare solo su se stessa.

Si asciugò una lacrima, tirò su il cappuccio della piccola e riprese a camminare. Per la strada quasi nessuno, i lampioni della sera facevano compagnia, qualche macchina passava in lontananza. Continuava a pensare: Dove posso andare? Come faccio a trovare i soldi per una stanza? Forse può anticiparmi un cliente? Provo a chiedere in qualche struttura? Tanti pensieri, niente panico, solo determinazione. Nessuno, mamma, patrigno o ex che sia, sarebbe venuto a salvarla. Era tutto sulle sue spalle.

La bambina si calmò. Sara si accorse che, in fondo, ce la poteva fare. La paura cera sempre, ma ora insieme alla paura cera la volontà di non mollare. Non avrebbe deluso sua figlia. Un modo lo avrebbe trovato.

Il giorno dopo, seduta al computer, passò allazione: scrisse ai clienti per chiedere un anticipo sul lavoro, mise annunci per una stanza non importa dove, bastava un tetto. E prese appuntamento al patronato, per chiedere il sostegno alle giovani mamme.

Qualche giorno dopo, trovò una camera a Sesto, in periferia. Un posto semplice: mobili vecchi, pavimento rumoroso, ma pulito e caldo. La bimba finalmente aveva il suo lettino, lei una scrivania.

I primi mesi furono durissimi. A volte non aveva quasi i soldi per la spesa. Però trovava sempre un piccolo motivo per andare avanti. Imparò a fare economia, riuscì a trovare qualcuno che le tenesse la bimba per un paio dore al giorno. Nei weekend passeggiavano al parco, guardavano le papere, raccoglievano le foglie. Piccoli momenti, ma pieni di gioia vera.

Un giorno, passando vicino allarea giochi, incrociò Giulio seduto su una panchina a leggere il giornale. Avrebbe potuto fermarsi, ma tirò dritta senza esitare. Lui non la notò, o fece finta. Non aveva più importanza. Non aveva più bisogno che lui o chiunque altro la confermasse. Ce laveva fatta. Non perfettamente, non facilmente, ma ce laveva fatta. E ora sapeva che anche quando tutto sembra finito, cè sempre una strada avanti. Soprattutto quando hai qualcuno per cui vale la pena andare avanti.

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