Ah, ascolta Quante volte abbiamo sentito: Oh, ragazza, non te ne fare illusioni, quello mica si sposa.
Allora ti racconto di Clara, che aveva appena compiuto sedici anni quando sua mamma è venuta a mancare. Il papà era sparito da ben sette anni, andato a cercare fortuna a Milanonessuna notizia, niente euro, mai più tornato.
In paese tutti hanno dato una mano al funerale, ognuno come ha potuto. La zia Maria, madrina di Clara, passava spesso da lei, le ricordava cosa fare e come. Dopo la terza media, lhanno sistemata a lavorare in posta nel borgo vicino.
Clara era bella robusta, di quelle che si dice in salute: viso tondo, sempre acceso, naso un po patatoso, ma che occhi grandi, grigi, pieni di luce. Treccia bionda lunghissima, quasi fino ai fianchi.
Il ragazzo più ambito del paese era Nicola. Era tornato dalla leva da due anni e le ragazze non gli davano tregua, nemmeno quelle che venivano giù da Torino destate restavano indifferenti. Col faccino da attore, altro che fare il camionista in paese, quello faceva sognare le donne.
Nicola non si decideva, stava ancora godendosi la gioventù e mica pensava di mettersi con una seria.
Un giorno, la zia Maria si presenta da lui e gli chiede di dare una mano a Clara con il cancello, stava tutto per cadere. Sai, in paese, senza la forza di un uomo, sopravvivere è dura. Clara si sistemava lorto da sola, ma la casa era troppo per lei.
Nicola non fece storie. Venne, si guardò attorno e iniziò a dare ordini: Portami qua, Vai lì, Dammi questo, Passami quello. Clara faceva tutto senza batter ciglio.
Le guance sempre più rosse, la treccia che saltellava dietro di lei. Quando lui si stancava, Clara gli preparava una zuppa di legumi vigorosa, un bel tè forte. Lei lo guardava mordere il pane nero con quei denti bianchissimi.
Nicola ci mise tre giorni per sistemare il cancello, ma il quarto giorno tornò da Clara senza scuseospite a cena, chiacchiere su chiacchiere, e alla fine rimase lì a dormire. Poi ha preso labitudine. Se ne andava prima dellalba per non farsi vedere. Ma in un paese piccolo, i segreti non esistono.
Ah, Clara, non farti illusioni, quello mica si sistema. E se anche si sistemasse, ti farà tribolare. Attenditi lestate e vedi quante belle cittadine arrivano, che farai tu? Schiatterai di gelosia. Non è lui il tipo per te, le diceva zia Maria, saggia per esperienza.
Ma lamore giovane non ascolta mai la saggezza della vecchiaia
Un giorno, Clara capisce che aspetta un bambino. Allinizio pensava fosse una influenza o uno stomaco irritato. Stanchezza, nausea. Ma a un certo punto le arriva la rivelazione improvvisa: era incinta, e il padre era quel bel Nicola.
Aveva pensato, in uno slancio disperato, di liberarsi di tutto: Troppo presto per diventare mamma. Ma poi si disse che era così che doveva andare. Non sarebbe stata sola.
La mamma laveva cresciuta, ce lavrebbe fatta anchella. Del papà, inutile dirlo: più problemi che altro. E la gente, chiacchiera e poi si calma.
Quando arriva la primavera, mette via il cappotto e tutti in paese vedono la pancia che cresce. Le donne scuotono la testa, Povera ragazza, che guaio Naturalmente, Nicola si affaccia a capire cosa avrebbe fatto.
Che vuoi che faccia? rispose Clara. Partorirò, lo crescerò io. Non preoccuparti, vivi la tua vita. E si mise al lavoro in cucina, le guance accese dal fuoco.
Nicola la guardava incantato, ma se ne andò. Aveva già deciso tutto. Come lacqua sulle piume doca.
Arriva lestate, tutte le belle signorine di città in villeggiatura: Nicola sparisce quasi del tutto dalla vita di Clara.
Lei continua a darci dentro con lorto, mentre la zia Maria aiuta come può. Non è facile chinarsi con il pancione. Porta giù secchi dacqua dal pozzo, fatica. Le donne del paese già le prevedono un figlio forte, un piccolo eroe.
Quello che Dio manda, scherzava Clara.
A metà settembre, una mattina si sveglia da un dolore lancinante, la pancia le si spezza in due. Ma passa, poi ritorna. Scappa subito dalla zia Maria, che capisce tutto al volo dagli occhi spaventati di Clara.
Ci siamo? Aspetta qui! E parte di corsa.
Va da Nicola, che aveva ancora il camion parcheggiato davanti casa. I villeggianti sono già tornati in città. Lui, la sera prima, aveva bevuto troppo, ovviamente.
La zia Maria lo scuote via dal letto. Nicola, stordito, non capisce nulla, poi alla fine realizza e sbotta: Sono dieci chilometri fino allospedale! Fai in tempo a prendere il medico, tornare indietro che il bambino nasce. La porto io subito, prepara Clara!
Ma come col camion? La più sbatti che altro, rischiamo di far nascere il bimbo sulla strada! protesta la zia.
Allora vieni anche tu, meglio così, replica lui.
Nicola guida pianissimo su quella strada dissestata. Un fosso, una buca dopo laltra. La zia Maria sta dietro, seduta su un sacco. Quando arrivano allasfalto, accelera.
Clara soffre sul sedile del passeggero, mordendosi le labbra, stringe la pancia con le mani. Nicola, sobrio allimprovviso, ci butta locchio di tanto in tanto, tutto teso, le nocche bianche strette sul volante.
Arrivano in tempo allospedale. Lasciare Clara e il piccolo al reparto, poi si rimettono in strada. La zia Maria sgridava Nicola tutto il pezzo di ritorno: Hai rovinato la vita a una ragazza! Soli, senza genitori, lei stessa ancora una bambina e tu aggiungi un altro pensiero. Come farà da sola col piccolo?
La macchina ancora non era arrivata in paese che Clara era già mamma di un bel maschietto robusto. Il giorno dopo lo porta al seno, tutta impacciata, non sa neanche come prenderlo tra le braccia.
Gli occhi sgranati vedevano il visino rosso e raggrinzito del bambino. Si morsica le labbra, fa tutto come le dicono.
Ma il cuore le batte di gioia, lo osserva, gli soffia sulla fronte dove salzano minuscoli ciuffetti. Si emoziona come una sciocca.
Passerà qualcuno a prenderti? chiede il vecchio medico prima di dimetterla.
Clara scrolla le spalle e scuote la testa: Non credo proprio.
Il medico sospira e se ne va. Linfermiera avvolge il piccolo nella coperta verde maculata dellospedale, giusto per il viaggio di ritorno, raccomandandole di restituirla.
Federico con la macchina dellospedale ti porta in paese. Non potrai andare col pullman con una creatura così piccola, le dice, seccata.
Clara ringrazia. Cammina nel corridoio, la testa bassa, tutta rossa dallimbarazzo.
Viaggia a casa, stringendo forte il figlio e si chiede come farà.
Il sussidio di maternità è una miseria, veramente pochi euro. Si commisera, ma pensa al figlio innocente. Si guarda il viso accartocciato del piccolo, sente unondata di tenerezza e scaccia i pensieri negativi.
Allimprovviso la macchina si ferma. Clara guarda Federico, un uomo sui cinquanta, basso e serio.
Che succede?
Ha piovuto per due giorni. Guarda che laghi qua, non si passa né si gira. Si rimane bloccati. Qui solo col camion o col trattore.
Mi dispiace. Non manca tanto, due chilometri circa. Ce la fai a piedi? indica la strada dove lacqua ha lasciato unenorme pozza, come un piccolo mare.
Il bambino dorme tra le braccia. Pure seduta è esausta. Un vero baby eroe. E come fai a camminare con un neonato per quella strada?
Clara scende piano, si sistema meglio il piccolo, e si avvia sul bordo della pozza. Le scarpe si riempiono di fango, rischia di scivolare.
Le vecchie scarpe scalcagnate fanno acqua da tutte le parti. Fossero stivali di gomma almeno! Una scarpa gli resta nella melma. Clara ci pensa un attimo, ma non cè modo di recuperarla con un figlio in braccio. Va avanti con una sola scarpa.
Quando arriva finalmente in paese è quasi buio, le gambe congelate non sente più nulla. Ormai non ha nemmeno la forza di stupirsi che le luci siano accese in casa.
Sale le scale asciutte, le gambe fredde, ma lei suda per lo sforzo. Apre la porta ed eccola lì, pietrificata.
Vicino alla parete cè una culla, un passeggino, e tanti vestitini nuovi impilati. Sul tavolo Nicola dorme con la testa tra le braccia.
Si sveglia, o forse la sente subito guardandola: Clara è tutta rossa, spettinata, in piedi nel vano della porta, con il bambino stretto a sé. Il vestito bagnato, le gambe incrostate di fango fino alle ginocchia.
Quando vede che manca una scarpa, Nicola si precipita da lei, prende il bambino e lo mette nella culla, poi corre al forno a prendere lacqua calda.
La fa sedere, la aiuta a spogliarsi e a lavarle le gambe. Appena lei si cambia dietro la stufa, già vede la patata bollita e una caraffa di latte fresco sul tavolo.
Il bambino piange. Clara si avvicina, lo prende tra le braccia, si mette seduta a tavola e lo allatta senza vergogna.
Come lhai chiamato? chiede Nicola, con voce rauca.
Riccardo. Ti va bene? gli chiede, con quegli occhi limpidi.
Cè così tanta nostalgia e amore in quegli occhi che a Nicola si stringe il cuore.
Bel nome. Domani portiamo il piccolo a registrare e ci sposiamo subito.
Non è obbligatorio prova a dire Clara, guardando il bimbo che succhia.
Mio figlio deve avere un padre. Ho smesso con la vita leggera. Non so che uomo sarò, ma Riccardo non lo abbandono.
Clara annuisce, testa bassa.
Due anni dopo, arriva una bambina e la chiamano Speranza, come la mamma di Clara.
Non importa gli sbagli che fai allinizio, limportante è che si può sempre rimediare
Vedi, questa è una storia vera di vita. Dimmi che ne pensi, metti un cuoricino se ti è piaciuta.



