Un incontro imprevisto

Un incontro casuale

Il cappotto imbottito di Giulia scaldava solo le gambe. Lovatta, dopo tanti anni, si era tutta ammucchiata in basso, e sopra ormai era una giacca sottile, attraversata da tutti i venti. Per fortuna, lì sotto, la salvavano dei pantaloni di lana fatti a maglia e un paio di stivali pesanti; la sciarpa di lana la tirava fin sulle spalle, passando sotto le maniche, così da non gelare.

La macchina che aveva promesso Elena, la sua collega di bancarella, aveva fatto cilecca. Così loro, circondate dai loro borsoni, tentavano la sorte con un passaggio. Ma con tutta quella roba, difficilmente una macchina avrebbe contenuto i bagagli di entrambe, quindi si erano divise, ognuna con i propri pensieri.

Quando Giulia lavorava da commessa, questi problemi non esistevano. Ma i soldi non bastavano: tirava avanti da sola due figli, così aveva deciso, da poco, di unirsi a Elena per un viaggio della speranza a Trieste per comprare merce da rivendere.

I soldi non erano aumentati, la roba era ancora da vendere, ma i problemi cresciuti.

Ogni mattina bisognava portare la merce al mercato delle pulci e ogni sera riportarla su a casa, e portarla fin al quarto piano, su e giù più volte, a meno che suo figlio non fosse a casa ad aiutarla.

Non molto tempo prima, anche lei cantava a squarciagola Cambiare, vogliamo cambiare, e ora quei cambiamenti erano entrati nella sua vita come una burla: il consorzio dove lavorava aveva chiuso, tutti mandati a casa. Il marito, già da tempo sparito. Giulia era stata costretta a mettersi per strada, a fare la piccola commerciante, cosa che aveva sempre creduto non facesse per lei.

Ora stava lì, ai margini della strada, su una fanghiglia nevosa, una donna che era ancora giovane, in fondo, ma con le labbra screpolate dal vento, il viso arrossato dalle lunghe ore in mezzo alle correnti del mercato, e gli occhi umidi.

Le auto le spruzzavano addosso fango e neve grigia, sfrecciando via indifferenti. Giulia cercava di non guardare quella sporcizia e alzava gli occhi ai tetti e agli alberi, dove la neve era ancora bianca e pulita. Di roba sporca nella vita ce nè già abbastanza, meglio guardare dove resiste il candore.

Fece ancora un gesto col braccio, sperando che qualche auto si fermasse, e finalmente si arrestò davanti a lei una vecchia utilitaria sporca, come tutto il resto in quellinverno romano.

Mi può portare verso via Colosseo per qualche euro? domandò spalancando lo sportello, e poi tacque di colpo.

Lo riconobbe subito. Come se non fossero passati tutti quegli anni. Lui era quasi lo stesso: forse persino migliorato. Quello sguardo misterioso e serio, le sopracciglia leggermente sollevate, il sorriso appena accennato sulle labbra.

Mentre cercava di riprendersi, lui uscì dalla macchina e caricò in fretta i suoi borse nel bagagliaio.

Giulia si buttò sul sedile anteriore, aggiustò la sciarpa e cominciò mentalmente a prepararsi delle scuse: si stava già giustificando, pronta a spiegarlo perché era messa così male proprio oggi. Anche lui, senza dubbio, lavrebbe riconosciuta.

O forse

Gli anni, quanti ne erano passati?

***

Aveva ventidue anni allora. La mandarono per il tirocinio pre-laurea in una vecchia casa colonica sulle colline di San Gimignano. A Firenze la aspettava Marco, il fidanzato. Tutto era come doveva essere: tirocinio-laurea-matrimonio.

Cosa avrebbero potuto cambiare tre mesi di tirocinio? Nulla…

Giulia fu sistemata in casa di una donna detà, la signora Caterina, anche lei lavorava al consorzio agricolo. Con lei viveva il suocero, un vecchio sordo e bisbetico. Giulia aveva sempre avuto un carattere socievole, e con Caterina si intesero subito; si davano il cambio a sorvegliare il vecchio.

Una volta, proprio davanti a Giulia, il vecchio ebbe un malore. Lei corse dai vicini ma non trovò nessuno. In quel momento, ecco passare un trattore. Salutò con il braccio. Ne scese un ragazzo: bello, alto, dagli occhi seri e un filo enigmatici.

Si precipitarono in casa, lui era forte: prese in braccio il vecchio e lo portò sul sedile del trattore. Giulia dietro, preoccupata: ce la faranno a portarlo dal medico?

Ce la fecero. Lo affidarono al dottore, e nel frattempo arrivò anche lambulanza. Il ragazzo salì anche lì, accompagnando Giulia fino in città.

Solo quando il vecchio fu sistemato sotto le cure dei medici, cominciarono a parlare sul serio.

Scoprirono di lavorare nella stessa ditta, e abitavano anche vicini. Il ragazzo si chiamava Andrea.

Ma la sera era ormai avanzata. Avevano sistemato il vecchio in ospedale, per fortuna giusto in tempo. E ora come tornare? Lambulanza mica li avrebbe riportati in paese su quelle stradine fangose di campagna.

Dai, vieni, la mamma di un mio amico abita qui vicino. Passiamo la notte lì, poi domani mattina torniamo col primo furgone.

Giulia intuì che era un tipo serio, non avrebbe tentato nulla, ma comunque esitò.

No, no… Forse è meglio restare qui. Dormo in ospedale e domani venite a prendermi.

Macché, sui sedili scomodi? Coraggio, la zia Lidia è bravissima, ha una casa grande. Io dormo nellaia con Gino.

Giulia accettò. E aveva ragione Andrea: dormì su dei materassi morbidi che sembravano nuvole, finché zia Lidia la svegliò al mattino presto, premurosa e calorosa.

Durante la colazione, zia Lidia le raccontò che Andrea aveva avuto una moglie, arrivata da chissà dove, poco seria però: era scappata lasciandogli un figlio piccolo. Lui, gran lavoratore, con i suoi maiali e il progetto di costruirsi una casa nuova. Chissà, forse la zia pensava che Giulia avesse posato gli occhi su Andrea.

Giulia rideva: lei aveva già Marco, quasi ingegnere, giovane e promettente. Anche lei era piena di ambizioni, e uomini divorziati con figli non lavevano mai attratta.

Ma dopo quellepisodio, cominciò a incontrare Andrea spesso: al consorzio, a mensa, per strada. Caterina lo conosceva bene, insieme riportarono a casa anche il vecchio dallospedale.

Piaci ad Andrea, sai? Gli ho chiesto di te: si è fatto tutto rosso, come un ragazzino! Siete proprio la coppia perfetta.

Ma dai! Io ho Marco!

Eh, ma non siete ancora sposati… Andrea invece è uno affidabile. Ha messo su una bella azienda di suini. Compra attrezzi, maiali… E suo figlio è un amore, gli serve una mamma.

Il cuore di Giulia cominciava a tremare: perché anche lei ormai cercava ovunque Andrea con lo sguardo. Alto, sicuro, irradiava unenergia tranquilla, di quelle che si sentono anche da lontano. E tutti lo rispettavano.

Gli uomini del consorzio le dicevano sempre: Chiedi a Prudente, che era il soprannome di Andrea.

Lei era uno spettacolo in paese: venuta da Firenze con cappotto beige e scarpe chiare, sembrava planare sopra il fango di marzo. Gli uomini si facevano più seri al suo passaggio.

Signora, Sua Altezza, come ha deciso di venire fin qua?

Aspetta, Giulia, ti do un passaggio.

Dal consorzio al paese era poca strada, ma pioveva a dirotto. Giulia si avvicinò al trattore di Andrea.

E con chi sta tuo figlio? per Giulia, un uomo con un figlio era molto adulto, anche se Andrea aveva solo un paio danni più di lei.

Ma dai, dammi del tu! Mio figlio sta con mia madre. La vicina ogni tanto la aiuta. Lo portiamo allasilo, cresce…

Come si chiama?

Enrico… è un terremoto! Occhi aperti, che la nonna è severa.

Non ti trovi bene qui?

Perché? Ma sì, ci si sta…

Aspetta un po, Giulia: presto tutto si asciuga, inizia a verdeggiare. Da noi ci sono posti meravigliosi, il fiume… Solo i lampioni non funzionano, ma aggiusteremo.

Procedevano nella notte. Il comune aveva tolto lilluminazione pubblica per risparmiare sulla bolletta. E Andrea, con quel aggiusteremo, sembrava prendersi cura di tutto il paese.

Ecco, se lavesse saputo allora che la responsabilità è la prima dote di un uomo…

Andrea ormai le faceva la corte apertamente: passava a trovarle, portava legna a Caterina, medicine al vecchio. E Giulia resisteva ai sentimenti.

Non riusciva a immaginarsi in campagna. In città non la tratteneva molto, solo Marco e le nozze orchestrate già da tutta la famiglia. Immaginava quanto avrebbe sofferto Marco se avesse saputo che nel tirocinio aveva trovato un altro corteggiatore. La mamma si sarebbe disperata.

Ma una laureata in campagna? Ma non potresti mai vivere coltivando maiali!

La sera, ascoltando solo labbaiare dei cani e il vento fuori dalla finestra, cercava di vedersi con Andrea: sarebbe stata amata, protetta, lui le sarebbe stato grato se avesse fatto da madre al suo bimbo. Avrebbero avuto altri figli, magari somiglianti a lui.

Ma sapeva che, da pensare a fare, ce ne passa: non avrebbe avuto il coraggio. Marco era già pronto, aveva comprato gli anelli. Sua mamma risparmiava per la cerimonia. I suoi genitori ci tenevano tanto. Vergogna, lasciare tutti così.

Invece, quel sentimento nuovo, in quel periodo di primavera, la confuse e le fece battere il cuore come non mai.

Adesso Giulia pensava che, forse, Marco non lo aveva mai amato davvero: amava ormai Andrea, e il fatto che a casa la aspettasse il fidanzato, rendeva tutto più drammatico e struggente.

E una sera, in un momento quasi di tragedia, con le lacrime agli occhi, fu lei quasi a provocare la prima intimità. Che cosa la spinse? Un addio al passato, o un addio anche a quella nuova storia? Lui cercava di convincerla a resistere, ma poi decise: che quella sera, tra loro, avrebbe segnato la fine del passato.

Per Giulia fu il primo uomo, ma tutto fu così bello che non ebbe nulla da rimpiangere.

Solo che una decisione definitiva non arrivò mai dalla sua parte. Ingenuità, indecisione o poca esperienza? O forse semplice giovinezza.

Una volta, vicino alla fontanella del paese, uno degli incontri cardine. Giulia andava a prendere lacqua e vide un bambino con i capelli chiari.

Si arrampicava pericolosamente sul bordo del pozzo. Se ci fosse salito sopra, sarebbe potuto cadere dentro. Giulia si affrettò.

Ehi, che fai? Non si sale lì sopra! E la tua mamma dovè?

Si guardò intorno. Di corsa arrivava una ragazza più grande, una specie di passerotto spaurito. Il bambino guardò male Giulia e poi piangendo si gettò tra le gambe della ragazza.

Stava salendo, volevo solo

Enrico, non piangere. Lo sai che non si fa.

La ragazza la guardò un po’ triste, senza grande simpatia, e accennò un grazie.

Mi è scappato, grazie comunque.

Prese Enrico per mano e se ne andò. Enrico? Era forse lui il figlio di Andrea? Un brivido, e un improvviso senso di paura. Un bambino così, come ci si può abituare, visto come la stava già respingendo.

Poi un giorno da Giulia venne la madre di Andrea, la signora Claudia. In lacrime. Diceva che Enrico era abituato a vivere con Galina, la vicina che li aiutava, una ragazza umile, vissuta solo con la nonna, senza madre, e che Galina era innamorata di Andrea. Con Giulia in paese, tutto si era rotto.

Giulia rimase spaesata. Lei la rovinafamiglie? No, era Andrea che aveva quasi portato via lei al suo fidanzato! Si sentiva vittima, invece scopriva di essere diventata la causa della crisi di qualcun altro.

Andrea la supplicava di restare, di non partire. Le diceva che le storie che la madre e Galina si erano raccontate erano fantasie, Galina non era adatta a lui. Una ragazza silenziosa, quasi invisibile accanto a lui.

È sempre zitta, quasi annullata, diceva Caterina mica fanno una bella coppia. Tu sì

Ma Giulia era troppo offesa per sentire ragioni. Non voleva essere una che scombina le vite degli altri. Aveva la sua vita in città, doveva solo tornare a Marco.

E così, lui restò lì in stazione, camicia a quadri con le maniche arrotolate, spalle larghe e lo sguardo spento. Così lei lavrebbe ricordato per molti anni.

Pianse tutto il viaggio in treno.

Fu questo il risultato del suo tirocinio di tre mesi.

Ma la gioventù cura ogni ferita. Si tuffò nella sua nuova vita, si sposò con Marco, tutto sembrava procedere.

**

Giulia si risistemò sul sedile del passeggero, aggiustò la sciarpa e cominciò a cercare dentro di sé degli alibi per quello che era diventata. Lui di certo lavrebbe riconosciuta.

O forse era cambiata tanto. Più pienotta, le labbra screpolate, quel cappotto ridicolo, la sciarpa

Quanti anni erano passati?

Sedici. Sì, sedici anni.

Per un po’ viaggiarono in silenzio.

Che tempo, disse lei, mentre una macchina le spruzzava addosso lacqua di una pozzanghera.

Qua in città è così. Fuori è meglio: pulito, e le strade pure tenute bene.

Sei di là allora?

Sì, faccio avanti e indietro. Affari.

Grazie che ci hai caricato. Oggi la nostra auto ci ha lasciato a piedi. Di solito vado con la macchina ma oggi Pago volentieri…

Lui si girò, guardandola con quegli occhi misteriosi, leggermente offeso. Ed ella capì: laveva riconosciuta.

Ciao, disse lei piano, per essere sicura.

Ciao, Giulia.

Mi hai riconosciuta? Pensavo mi avessi dimenticata.

No, lo sguardo serio rivolto alla strada.

E Giulia sentì una fitta sotto lo sterno, rivedendo nella mente la voce, le mani, gli occhi di lui. Si tolse la sciarpa di lana, sentendo caldo.

Come stai, Andrea? riuscì a dire.

Lui tacque un attimo. Anche lui, forse, aveva bisogno di scrollarsi di dosso il passato.

Io? Tutto sommato bene, mi arrangio. Tempi strani, ma Tu anche.

Lavori sempre lì? Al consorzio?

Figurati, quello non cè più. Chiuso dopo la crisi. Già allora me ne andai. Ora sono in proprio.

Bravo. Adesso è lunico modo. Anche io Hai ancora la fattoria? ricordava che Andrea allevava maiali, vendeva carne.

Sì: fattoria, azienda, anche noi vendiamo carne.

Ormai tutti fanno commercio.

Allimprovviso Giulia si ricordò daver visto alle bancarelle le etichette Prudente sulle confezioni di salumi. Aveva sorriso pensando fosse una coincidenza.

Ferma I salumi Prudente, allora sono tuoi?

Più o meno. Non ti piacciono?

No, anzi Vieni a sapere che mia madre li compra solo lì! Non me lo sarei mai aspettato.

E lui, quasi a scusarsi del successo:

Abbiamo iniziato in piccolo, col tempo abbiamo ampliato, dava lavoro a molti. Poi la fabbrica e infine i negozi.

Complimenti. Sei solo o in società?

Ho una squadra. Ma sono io il titolare. Da solo non ce la si fa. Molti del paese sono con me. Ormai vendiamo da Firenze fino a Grosseto.

Giulia si sentì a disagio: lei lì, con il vecchio piumino e gli stivali da mercato, una volta signorina elegante in capotto chiaro, lui invece ex trattorista diventato imprenditore. Sembrava si fossero scambiati le parti.

Tuo figlio?

Andrea sorrise.

Tre.

Tre figli?

Sì, tre maschi. E tu?

Un maschio e una femmina, disse Giulia asciugandosi la fronte.

Enrico fa il militare. Ne abbiam passate: Galina è diventata tutta bianca, ma in primavera torna a casa, per fortuna. Il secondo fa il tecnico, il più piccolo è in quinta elementare.

Galina Dunque aveva sposato quella ragazza.

Come avrebbe voluto dirgli quanto si era pentita di essere fuggita, ora che lo vedeva!

Marco era stato un marito inconcludente. Allinizio ancora lavorava con la sua laurea, riuscirono pure a ottenere una casa a Pisa. I bambini erano piccoli, difficoltà a non finire, ma si andava avanti.

Poi Marco iniziò a litigare in fabbrica, cambiava lavoro ogni poco, si attaccò alla bottiglia. Persero anche la casa, si trasferirono dalla suocera. Alla fine Marco la lasciò per unaltra. Anche coi suoceri i rapporti si fecero tesi.

Non ce la faceva più. Chiese il divorzio e tornò da sua madre. Ormai il padre non cera più a sostenere.

Avrebbe voluto raccontare tutto ad Andrea. Ma disse solo:

Il mio è in quarta liceo. Mia figlia in seconda media Il tempo vola.

Già, vola.

Stettero a lungo in silenzio. Avrebbero voluto parlare di ciò che più premeva ad entrambi, ma nessuno osava, credendo che quellimportanza fosse solo privata.

Giulia percepiva un senso di colpa verso Andrea. Poi si ricordò di Claudia, la madre di lui, e di Galina cui aveva lasciato la strada. Solo allora era dominata da una specie di orgoglio, convinta di non aver bisogno di nessuno.

E tu? domandò lui in apparenza distratto.

Io? Ecco cosa vedi. Mi hanno licenziata. Mi arrangio come posso Ma è dura sola.

Tuo marito? Marco, vero?

Te lo ricordi? Che memoria

Giulia, ti ho vista vestita da sposa. Seguii il corteo fino al ristorante, da solo in macchina.

Cosa?!

Già. Caterina mi avvertì il giorno prima: Non ci pensare più, si sposa domani. Presi lauto al volo, ti vidi: bella, felice Non mi feci vedere. Tornai a casa e chiesi a Galina di sposarmi.

Se lavessi saputo allora Giulia sembrava svuotata.

Avrei solo rovinato quel giorno. Eri bellissima, felice…

Sì, per poco. Dopo cinque anni divorziammo e tornai a stare con mamma.

Peccato, scosse la testa lui.

Mi sono abituata, ormai. Ho scoperto di essere forte. I ragazzi vanno a scuola, il grande vuole fare medicina. Mi arrangio: oggi ho venduto due tailleur e tre giacche. Si va avanti. Sul mercato cè vento da tutte le parti, ma almeno il mio banco è molto frequentato.

Voleva fargli capire che non andava tutto male; magari non aveva unazienda, ma non era certo una poveraccia.

Andrea ascoltava, accigliato.

E tu? Con Galina?

Lui alzò le spalle, sembrava pensieroso.

Galina? Bene. Fa il pane.

Il pane? Da sé?

Allinizio da sola. Ora Hai presente Forno Fiorentino? Panetteria e gastronomia.

Certo. Ci sono stata forse una volta… É lei la padrona?

Già. Ho costruito il forno per lei. Il pane le riusciva così bene che ci abbiamo fatto una bottega.

E Giulia si ricordò: una volta unamica del mercato laveva trascinata al Forno Fiorentino, le aveva indicato la titolare: donna minuta, capelli corti, elegante in trench bianco e foulard rosa. Il viso, allora, le sembrava vagamente noto. Ora tutto tornava.

Siamo quasi arrivati, vero? Andrea guardava gli indirizzi. Giulia si riscosse.

Dopo il prossimo incrocio.

Ma Andrea parcheggiò, saltò fuori. Lei lo osservò come in sogno: con il montone aperto, corse verso un chiosco verde con la scritta Fiori, tornò da lei con un sontuoso mazzo di crisantemi. Aprì la portiera e li posò sulle ginocchia di Giulia, nei suoi pantaloni di lana spessi.

Giulia guardava i fiori, e tra i petali candidi le lacrime le offuscarono la vista. Si affrettò a strofinarsi gli occhi. Aveva appena detto di essere una donna forte.

Poi lui laiutò coi borsoni, li portò fino a casa, scale con muri scritti e scarabocchi. Lei, confusa, abbracciava i fiori al petto.

Sali? Forse era meglio se rifiutava: la casa forse era in disordine, piena di scatoloni e merce in ogni angolo. E poi cera la madre, pronta con mille domande.

Ma se solo avesse accettato Forse avrebbe capito tutto, e lavrebbe capita, e forse anche compresa

No, Giulia, vado. Oggi ho mille cose. Le prese il polso, lo strinse per un attimo, come fosse un addio.

Poi corse via per le scale.

Chiamarlo? Confidarsi?

Guardando la schiena di Andrea che si allontanava, Giulia capì che in realtà era più dura per lui: aveva salutato davvero, non si sarebbero mai più rivisti. E con questa consapevolezza, ebbe finalmente pace.

Trascinò le borse in casa.

Alla porta la mamma: domande, problemi, notizie familiari. Ma Giulia ascoltava distratta, ancora con la sensazione delle sue mani su di sé. Si tolse gli stivali, li mise a scaldare, fece tutto come sempre, per abitudine.

La mamma la seguiva parlandole addosso, senza capire che la figlia non ascoltava.

Solo quando Giulia si fu cambiata e seduta a tavola, domandò:

Mamma, ti ricordi quando prima del matrimonio ti dissi che in tirocinio cera stato un ragazzo che mi corteggiava in campagna? Un giovane allevatore Te lo ricordi?

Sì, qualcosa ricordo. Perché?

Allora dicesti: Manco per sogno, vivere in campagna tra i maiali…

E avevo ragione. Saresti piena di letame.

Lho incontrato oggi.

Dove?

Non importa. Mamma, la linea di salumi Prudente che tanto ti piace È sua. E la moglie è la padrona del Forno Fiorentino.

La mamma rimase con la tazzina in mano. Poi la posò piano, con una luce spenta negli occhi. Rimase in silenzio, e poi, quasi per tranquillizzare entrambe, disse:

Non si sceglie il destino, cara. Se si potesse, la gente litigherebbe tutto il tempo.

A Giulia spiacque per la madre.

Dai mamma, in fondo si vive. Oggi ho venduto due tailleur e tre giacche. Ce la faremo, eh! Su col morale!

Così va bene. Sapere dove si cade sospirò la madre, ma la notizia la lasciò pensierosa.

Poco dopo rientrò il figlio. Alto, fisico robusto e quello sguardo serio, un po misterioso. Ora più che mai Giulia vedeva quanto assomigliava al suo vero padre.

E chi avrebbe mai pensato che quel bambino di tre chili fosse nato prematuro di sette mesi? Nessun sospetto allora. Giulia era una ragazza troppo responsabile.

Il figlio si sedette a tavola.

Mamma, non arrabbiarti. Ho trovato lavoro in un maneggio. Curaremo i cavalli, paga ad ore. Giuro che non influirà sulla scuola. Te lo prometto, mamma…

Giulia sospirò. Fino al giorno prima si sarebbe arrabbiata. Oggi

Va bene, Andrea. Sei grande. Ogni lavoro è dignitoso. E i soldi ti faranno comodo. Sono daccordo.

Lui, felice, cominciò a cenare, lanciando occhiate di gratitudine e incredulità: sua madre era cambiata, ma non sapeva spiegarsi come. Però si sentiva bene.

Giulia non riusciva a dormire. Non piangeva, non era infelice, no. Un sentimento strano la invadeva.

Guardava i crisantemi, pensava al destino, allincontro di oggi e al fatto che ciascuno doveva ormai proseguire la sua strada, prendere il nuovo cammino senza laltro.

Quel loro incontro aveva già diviso la sua vita in due: prima e dopo di lui. Oggi era stato proprio così.

E per entrambi, nel futuro, cerano ancora sorprese, possibilità di felicità. Non si sarebbero più rivisti, ma avrebbero in qualche modo continuato ad influenzarsi.

Ogni cosa che accade ha un senso.

E anche quellincontro, oggi, le era stato dato per capire qualcosa di estremamente importante.

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