Quando rientrai, la porta era socchiusa. Una fitta di inquietudine mi pervase allistante: qualcuno era entrato in casa. Avranno pensato che qui ho nascosto dei soldi o dei gioielli, mi ripetevo tra me e me con la voce impastata dallansia.
Mi chiamo Maria Antonietta Fiore e ho sessantadue anni. Da cinque anni sono sola. Mio marito se nè andato e i miei figli, ormai adulti, hanno messo su famiglia e abitano ognuno per conto proprio. Finché il freddo non arriva sul serio, vivo nella mia casetta fuori Firenze; quando linverno bussa, torno in città, nel mio appartamento con due stanze. Ma non appena la primavera fa capolino, corro di nuovo qui, tra questi alberi silenziosi.
Adoro la vita in campagna. Laria pulita mi rigenera, amo curare il mio orto, potare le rose, prendermi cura degli olivi. Poco distante cè pure un boschetto, dove in estate raccolgo funghi e more selvatiche.
Era successo che mi fossi dovuta assentare per una settimana, questioni di famiglia. Quando tornai, notai subito la porta spalancata. Nessun segno di scasso, però. E dentro, tutto era al suo posto. Solo una cosa mi lasciò un nodo alla gola: su un tavolo, una scodella sporca. Io, che non lascio mai nulla fuori posto prima di andarmene, sapevo di certo che non lavevo lasciata lì.
Fu in quel momento che capii che qualcuno aveva vissuto in casa mia durante la mia assenza. Mi sentii attraversata dalla rabbia. Entrando in soggiorno, trovai un bambino che dormiva profondamente sul mio divano. Tutto divenne chiaro.
Il ragazzino si svegliò piano, gli occhi assonnati e nessun accenno a fuggire. Si mise seduto e, con una voce timida, mi disse:
Mi scusi, signora… non volevo invadere casa sua…
Mi accorsi subito che era educato e molto discreto. Mi fece tenerezza.
Da quanto vivi qui dentro, piccolo? chiesi.
Da due giorni.
Hai fame? Che cosa hai mangiato?
Avevo dei panini. Me ne è rimasto ancora un po, se vuole…
Mi porse un sacchetto di carta, dentro cerano gli avanzi, ormai secchi e raffermi.
E come ti chiami, caro?
Gabriele.
Io sono Maria Antonietta. Sei solo? Ti sei perso? Dove sono i tuoi genitori?
Abbassò gli occhi.
Mia mamma mi lascia spesso solo. Quando torna è sempre arrabbiata, urla e se la prende con me. Mi dice sempre che sono un peso, che senza di me sarebbe stata felice. Due giorni fa ha ricominciato a gridare. Non ce lho fatta e sono scappato.
Forse ora ti sta cercando…
Non credo proprio. Non è la prima volta che vado via. A volte resto via per giorni e lei nemmeno se ne accorge. Senza di me, le viene tutto più facile. E se torno, non sembra nemmeno che le faccia piacere.
Venni così a sapere che Gabriele viveva con una madre che, anziché prendersi cura di lui, passava le giornate a inseguire nuovi amori, spesso ospite da amici, mentre lui si arrangiava da solo.
Mi si spezzò il cuore. Ma cosa potevo fare? Sono una pensionata, nessun assistente sociale mi lascerebbe mai diventare sua tutrice. E lui, allorfanotrofio, non ci voleva proprio andare. Così lo sfamai e gli dissi che poteva restare almeno per una notte: qui era più al sicuro che con una madre così.
Quella notte non dormii: il destino di quel ragazzino mi tormentava. Poi mi venne in mente la mia vecchia amica, Claudia Martini, che lavora ai servizi sociali. Appena il sole spuntò, la chiamai per chiederle consiglio.
Claudia si disse disponibile ad aiutarmi, ma ci sarebbe voluto un po di tempo. Dopo tre settimane, finalmente, ottenni di poter adottare Gabriele. Era al settimo cielo, e grato in ogni sguardo. Sua madre, saputo che c’era chi voleva prendersene cura, firmò subito la rinuncia alla patria potestà.
Ora viviamo insieme, in questa casa tra gli ulivi. Gabriele dice a tutti che sono sua nonna. E io… io sono felice come non mai di aver trovato un nipote che il destino mi ha regalato.
Il ragazzo è intelligente e vivace. Questautunno ha iniziato la prima elementare e la sua maestra me ne parla sempre con toni entusiasti. Ha imparato subito a leggere e fa i calcoli come se avesse sempre saputo contare.
Il mio cuore ora è pieno: nulla vale più del sorriso che vedo ogni giorno sul suo volto.






