Diario di Paolo Ruggeri, 27 settembre
La Strada Statale 9, nel tardo pomeriggio, sembrava immersa in un silenzio irreale quella calma dorata che si respira appena prima che il sole svanisca dietro le colline emiliane. Il cielo ardeva di un arancio mielato, e lasfalto si stendeva davanti a me, familiare quanto le vene sulle mie mani. Da anni il rombo costante della mia Moto Guzzi era il mio unico conforto, il battito che non permetteva ai ricordi di spezzarmi del tutto.
Dun tratto, le luci lampeggianti nello specchietto mi riportarono alla realtà.
Rosso. Blu. Forti e insistenti come il rintocco dun campanile a mezzanotte.
Accostai senza fretta e spensi il motore. Sospirai, intuendo già la causa: il fanale posteriore faceva i capricci da giorni. Avevo promesso a me stesso di sistemarlo quella mattina, ma come spesso accade, il tempo mi era sfuggito di mano. Alcune abitudini vengono con letà; altre, purtroppo, con una vita tinta un po troppo di solitudine.
Era facile abituarsi allasfalto mai alle sorprese che ti scuotono il cuore.
Tenevo ancora il casco in testa; le mani rilassate sul manubrio. Sentii passi in avvicinamento: decisi, regolari, di chi è abituato a camminare sicuro.
Buonasera, signore.
La voce era pacata. Femminile. Giovane, ma ferma.
Sa perché lho fermata? chiese la collega.
Scossi la testa, tranquillo.
Immagino sia per il fanale, dissi con tono ruvido, da chi ha respirato troppa strada nella vita.
Esatto. Potrei vedere i suoi documenti?
Allungai la mano alla tasca interna della giacca. Le dita tradivano un lieve tremolio mentre estraevo il portafoglio. Le consegnai patente e libretto, solo allora sollevai lo sguardo.
E tutto, dentro di me, si bloccò.
Era vicina, la divisa perfetta, la postura impeccabile. Una spilla scintillava sulla camicia con gli ultimi raggi dorati. Sul tesserino si leggeva: Agente Elena Bonomi.
Elena.
Quel nome mi colpì più impietoso dei lampeggianti.
Il cuore si strinse, il respiro spezzato. Tentai di convincermi che fosse solo un gioco della memoria, che rimpianti e rimorsi sapessero suggerire coincidenze dove non cerano. Gli occhi, però, non mentivano.
Aveva gli occhi di sua nonna, li avrei riconosciuti ovunque: scuri, profondi, pieni di quellattenzione gentile che esce solo nei rari istanti senza pubblico.
Subito sotto il lobo sinistro, quasi invisibile, una voglia a mezzaluna.
Gli stessi movimenti, la stessa cura nonostante la rigidità della divisa.
La stessa voglia che avevo cercato per trentuno anni.
Le gambe mi tremavano. Per un attimo, la strada, la moto, la volante sparirono dalla mia testa.
Trentuno anni.
Trentuno anni a cercare quellunico segno.
Lei riabbassò gli occhi sui documenti:
Paolo Ruggeri Questo è il suo domicilio attuale?
Sì, agente, risposi distinto.
Il mio nome intero non lo usava nessuno; per tutti, in giro, ero solo il Fantasma: sparivo e tornavo, mai nel medesimo posto, mai abbastanza a lungo per mettere davvero radici.
Sul volto della giovane collega nessuna emozione trapelava e come avrebbe potuto? Se sua madre, un giorno, era sparita nel nulla cambiando nome e vita, se lei era cresciuta con un altro cognome, come avrebbe potuto lagente riconoscere Ruggeri?
Eppure io captavo i dettagli: quel modo di spostare il peso da un piede allaltro, la ciocca sistemata dietro lorecchio, il modo di leggere con attenzione. Lo stesso che ricordo in una bimba seduta sul pavimento della nostra cucina tra fogli e matite.
Signore, mi riportò al presente. Dovrebbe scendere dalla moto, per favore.
Era cortese ma professionale: un lavoro, non unelemosina emotiva.
Feci cenno di sì, scesi a fatica: le giunture protestavano, ma nemmeno me ne accorsi. In testa ricordi e emozioni si rincorrevano come folate di vento contrario.
Non dimentico la sua piccola mano che stringeva il mio dito, né le promesse sussurrate: Ti troverò, sempre.
Rividi il suo volto da neonata tra le mie braccia. Le notti in cui mi ripetevo di non arrendermi. E quel giorno in cui tornai e la casa era vuota. Senza spiegazioni, senza biglietti, senza tracce. Solo silenzio, quello che per anni non ti lascia andare.
Lho cercata, tra documenti, telefonate, sguardi fugaci e indizi raccolti da sconosciuti. Poi i fili si erano spezzati. La vita chiedeva altro, ma il vuoto dentro non si era mai colmato.
Mi dia le mani dietro la schiena, per favore, ordinò lagente Bonomi.
Le parole arrivarono in ritardo. Sentii il freddo del metallo stringere i polsi.
Si bloccò laria intorno a me.
Mi mise le manette con serietà, ma senza durezza. Una calma quasi paterna.
Ha una multa non saldata, risulta unordinanza. Devo accompagnarla in caserma per laccertamento, spiegò con voce neutra.
Una multa. Un pezzo di carta mai ricevuto, forse. Ormai, sembrava irrilevante.
Contava soltanto una verità: la mia figlia perduta era lì davanti e non sapeva chi fossi.
Fece un passo indietro, mi fissò negli occhi. Per un attimo parve affiorare qualcosa: curiosità, forse il dubbio, un briciolo di familiarità.
Io vedevo in lei tutto il mio passato. Lei, uno sconosciuto.
Agente Bonomi, sussurrai.
Diventò vigile.
Mi dica pure.
Posso farle una domanda?
Ci pensò, poi annuì con un cenno secco.
Faccia presto.
Si è mai chiesta perché ha quella piccola cicatrice sopra il sopracciglio?
Mi strinse più saldamente la catena delle manette.
Come, scusi?
Aveva tre anni, dissi dolcemente. È caduta dal suo triciclo rosso, nel cortile dietro casa. Ha pianto poco, cinque minuti, poi ha voluto un gelato come se nulla fosse.
Laria si fece densa.
I suoi occhi si ampliarono: quasi impercettibile, ma bastava per capire che le mie parole avevano colpito nel segno.
Come fa a saperlo? chiese a voce appena incrinata.
Unauto passò lontano, ma il suo rumore arrivava attutito, come venisse da unaltra vita. Il sole calava, allungando le ombre.
Deglutii.
Perché ero lì, risposi. Ti ho raccolta e portata in braccio fino a casa.
Restò a fissarmi, in silenzio, come se dovesse ricucire la voce alle immagini, mettere insieme ciò che non può spiegare un regolamento.
Le nostre strade, parallele per trentanni, si erano infine incrociate. E nessuno di noi sapeva dove li avrebbe portate.
Considerazioni finali: Quella che sembrava una semplice sosta si è trasformata in una svolta. Ho visto negli occhi di Elena una porta socchiusa sul passato, e forse lei si è accorta che nella sua storia cè una pagina mancante. Ora, a decidere cosa succederà, non saranno i lampeggianti o la burocrazia: sarà la verità che, finalmente, ci è passata accanto sul bordo di una strada italiana.






