La vendetta di Giulia

La vendetta di Giulia

Caro diario,

Oggi il cielo di ottobre a Parma era grigio e piovigginoso. Il pullman sgangherato correva tra i paesini emiliani e io, Giulia Bellini, tornavo verso casa con la testa piena di pensieri. In realtà, da anni la mia vera casa è la mia piccola mansarda in centro, tra i rumori e le luci di Bologna. Il villaggio della mia infanzia, la vecchia cascina con il cortile di ghiaia e il glicine intrecciato, ormai era solo il luogo dove vivono i miei genitori, quello da cui sono partita a diciannove anni per lUniversità e dopo non sono quasi più tornata se non per poche giornate rubate tra una sessione e laltra.

Quando penso a quello che ho realizzato prima dei trentanni, sono fiera: laurea in Medicina alla Statale, un impiego stabile da estetista in un centro rinomato, corsi per migliorare sempre, convegni, lavoro che non finisce mai. Se non avessi sentito qualcosa di strano tra mamma e papà, nemmeno sarei tornata. Nei rari momenti in cui chiamavo casa, mia madre si limitava a risposte evasive, a volte papà non era in casa, o mi dicevano che era uscito chissà per cosa. Sempre più rari i momenti in cui li trovavo insieme.

Mamma, ma che succede davvero? domandavo.

Lei mi rispondeva: Tutto bene tesoro, non preoccuparti

Dal piccolo aeroporto di Bologna il viaggio verso la provincia non mi è sembrato lungo, ormai sono abituata ai treni e ai chilometri.

Il bus si è fermato davanti alla stazione delle corriere. La piazza era rimasta quasi uguale a quella della mia infanzia, solo l’insegna del negozietto di alimentari aveva cambiato colore e i tigli erano più grandi. Là, tra i ragazzi che fumavano chiacchierando, un tassista abbronzato si è avvicinato a me. – Dove andiamo, signorina? ha chiesto, spingendo la mia valigia sulle ruote difettose.

In via San Prospero, 14 ho risposto.

Dalla recinzione della vecchia villetta dai vetri azzurri, vedevo il giardino. Il melo piantato da papà quando mi sono diplomata cresceva vicino al cancello, e la siepe di rosmarino era esattamente come lavevo lasciata.

Giuly! la mamma, Emanuela, si è precipitata ad aprirmi la porta. Aveva le lacrime agli occhi e mi abbracciava forte, come non faceva da tanti anni.

Mamma, dai, non piangere! le ho detto, anche se una fitta di nostalgia mi si è infilata nel petto. Sono qui, ora.

Abbiamo parlato poco: lei mi ha fatto sedere, mi ha dato da mangiare, aveva preparato le sue famose polpette, le verdure dellorto e una torta di ricotta. Mi sono rilassata, ma qualcosa mi rodeva dentro.

Mamma, papà dovè? È in viaggio per lavoro? ho chiesto, vedendo che la camicia blu e le scarpe di mio padre non erano più nellarmadio.

Lei sospirava, accarezzando il bordo della tovaglia nuova. Giuly, volevo dirtelo di persona, non al telefono Io e tuo padre ci siamo lasciati. Siamo ancora amici, ma non stiamo più insieme.

Una coltellata. Ma come lasciati? Non posso crederci…!

È successo da poco. Da tanto ormai cera solo abitudine, e dopo venticinque anni insieme… Succede anche questo, Giulia mi ha confidato con la voce rotta.

Non riuscivo a stare seduta. Sono cresciuta come figlia unica, ho sempre potuto chiedere quello che volevo e i miei genitori hanno sempre fatto fare i salti mortali. Ricordo ancora quando a dieci anni avevo implorato papà di comprarmi la bicicletta rosa, mentre a quindici volevo lo stereo più alla moda. Papà faceva straordinari, la mamma stringeva la spesa, tutto pur di accontentare me.

Allora ora tu da sola e lui dove? ho chiesto.

È nella casa della nonna, che è rimasta vuota da un po. Lì al paese accanto. rispondeva mamma, ormai rassegnata.

E già ha qualcunaltra, vero? sibilavo tra i denti.

Mamma non voleva cedere ai pettegolezzi, ma abbassava lo sguardo. Sì, da qualche mese si chiama Irene. Non è di qui, è arrivata con suo figlio. Ma non voglio parlarne male, non è colpa di nessuno.

Mi sono alzata di scatto, le ho detto che avevo bisogno di camminare e sono uscita nella nebbia sottile.

Fuori dallodore casalingo di minestra, laria di ottobre mi pizzicava il viso. Ho percorso la strada verso la casa della nonna, nel silenzio dei campi e dei cani che abbaiavano da lontano. Al cancello ho trovato una donna sui quarantanni che cucinava. Lei è la signora Irene? le ho chiesto con tono tagliente.

Sì, immagino tu sia Giulia si è fatta piccola piccola. Tuo papà mi ha mostrato una fotografia

Lho guardata con disprezzo: Io qui non ci dovrei nemmeno entrare, questa è la casa di mia nonna!

Un ragazzino biondo è sbucato dalla cucina e mi ha osservata incuriosito. Dario, vai a giocare fuori, dài! ha ordinato Irene, imbarazzata.

Poi, a voce bassa, le ho detto: Raccolga le sue cose e lasci questa casa. Mio padre si è fatto fregare, ma io no.

Non puoi capire come è andata tentennava, quasi piangendo.

Sono tornata a casa sotto la pioggia, con un magone dentro che non sapevo come tirare fuori, se urlare o scappare. Avrei voluto buttare fuori quella donna a forza. La Giulia che vive ora in città sa battersi, si sveglia prima degli altri, lotta per lavorare; ma nella notte della provincia mi sentivo sola e sconfitta.

La sera ho raccontato tutto a mamma, che aveva ormai pianto anche abbastanza per due. Non sono pronta a perdonare questa cosa, non voglio più vedere papà le ho detto. Mi sentivo svuotata, come se la mia infanzia fosse tutta una bugia.

Mamma invece mi abbracciava e mi diceva: Tesoro, la vita è questa. Non serve odiare; in amore a volte la felicità è lasciarsi andare. Io ora vorrei essere amata… mi sento ancora giovane, capisci, Giulia?

Mi ha raccontato che, sì, forse aveva conosciuto qualcuno negli ultimi tempi: papà di una mia ex compagna di classe, lingegner Andreoli, il padre di Martina, la mia migliore amica delle elementari. Al ricordo di Martina ho sorriso, sentendomi per un attimo di nuovo bambina.

Il giorno dopo cera sole, sono corsa verso il fiume per trovare un po di pace. Sul ponte, un gruppo di ragazzini schiamazzava. Improvvisamente, uno di loro è caduto malamente e ho riconosciuto il piccolo Dario: urla, pianto Mi sono precipitata, ho soccorso il bambino, gli ho fasciato la gamba insanguinata, gli ho detto dolcemente: Andrà tutto bene. Dentro di me sentivo sciogliersi qualcosa. Ho chiamato papà, che di corsa è arrivato, seguito da Irene.

Tutti allospedale. Io, Irene, papà. Mentre aspettavamo i risultati, Irene piangeva in silenzio. Lui mi guardava pieno di riconoscenza. In quel momento ho capito che basta poco per tornare a sentirsi famiglia.

Il giorno della mia partenza, in stazione cera una folla di persone a salutarmi: mamma, papà, Irene col figlio che mi ringraziava timidamente, Andreoli, e persino Martina, giunta allultimo con la sua bimba. Unonda di dolcezza mi ha travolta: nonostante la rabbia e il dolore, tutti – anche quelli che pensavo mi avessero tradita – erano lì per me. Il pullman si è mosso piano, oltre il finestrino il sole aveva finalmente bucato le nubi e illuminava le nostre facce; e a me sembrava il più grande abbraccio del mondo.

Ciò che ho imparato, caro diario, è che la famiglia non è solo sangue, né solo abitudine: è perdono, è trovare uno specchio nei volti che pensavi di non saper più amare. E che, in fondo, tornare davvero a casa significa imparare a lasciar andare un po di sé per abbracciare tutti gli altri. Sì, tornerò ancora. Lo devo a me stessa e a loro.

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