Quando venivo a trovare Giulietta, mi sembrava che diventasse improvvisamente un po sbadata. Era la felicità a renderla così. Si agitava, correva a sistemarsi, nascondeva sotto i cuscini gli abiti che aveva provato prima del mio arrivo, e si toglieva i bigodini dai capelli allultimo momento. Poi correva di filato in bagno: si pettinava, si metteva un filo di rossetto. E solo allora, in tutto il suo splendore disarmante, veniva finalmente da me.
Daltronde, come avrebbe potuto non essere felice? Rifletteteci un attimo.
Giulietta era una madre single, e a dire il vero non era mai stata davvero sposata. Aveva avuto una breve storia con il suo Michele, un mesetto o forse due, e poi lui aveva lasciato Firenze per tornare alla sua terra dorigine, che Giulietta non aveva mai capito bene quale fosse. Forse era della Calabria o forse della Sicilia. Da loro lavorava al mercato, ma anche lì, Giulietta non aveva mai capito con precisione che mestiere facesse.
Così se nera andato, insomma, il principe azzurro di Giulietta, lasciandola incinta. Solo di pochissimo, a dire il vero. Aveva appena due settimane e nemmeno lei se ne era accorta. Poi, quando Michele non si fece più vedere né sentire per più di un mese, Giulietta capì che beh, sarebbe rimasta da sola.
E così, in tempo debito, mise al mondo un bambino, un maschietto davvero bello! Aveva preso il meglio di entrambi, perché Giulietta era splendida e Michele, a suo modo, era un ragazzo affascinante.
Devo dire che Giulietta fu fortunata col bambinotranquillo come pochi: dormiva quasi tutto il giorno, e quando si svegliava
si attaccava al seno con una concentrazione da manuale. Fortuna che a Giulietta il latte non mancavane aveva quanto una buona mucca maremmana! Avrebbe potuto allattare tranquillamente un altro figlio.
E neanche le solite malattie infantili lo toccarono granché.
Giulietta lo chiamò Andrea, in onore dellattore Andrea Giordana, che aveva visto recitare da incinta nel vecchio film Il Gattopardo. Andrea somigliava anche un po al suo Michele, e così non ci fu alternativa su quel nome. Così allanagrafe lo registrarono come Andrea Michele Bianchi. Giulietta si ripeteva quel nome per ore: le sembrava musica. Un vero motivo da romanzo damore.
Andrea era un bambino solare. Quando Giulietta doveva preparare il pranzo o sistemare la casa, stendeva una coperta per terra, costruiva una sorta di recinto con le sedie e ci piazzava Andrea nel mezzo. Gli dava la sua vecchia borsa, qualche bigodino e dei fazzoletti, e lui si divertiva a giocare in silenzio, senza capricci o lamenti. Una volta, Giulietta lo sorprese con la testa incastrata tra due sedieprobabilmente voleva uscire dal recintoma lui, serio e determinato, cercava di spingere via le sedie con le manine paffute, senza fiatare.
Col passare degli anni, Andrea non diede problemiGiulietta lo lasciava giocare nel cortile sotto casa, accertandosi che ogni dieci minuti venisse a gridarle sotto la finestra (abitavano al piano terra): «Mamma! Ci sono!».
Peccato che Andrea, non avendo orologio, veniva a chiamarla ogni tre minuti. Urlava finché Giulietta non si affacciava e gli rispondeva: «Va bene, amore!». Ma lui restava lì fermo. Solo quando lei gli chiedeva Perché non vai a giocare? lui diceva: «Non mi hai sorriso». E allora Giulietta sorrideva davvero, di cuore, e Andrea correva di nuovo fuori dai bambini.
Un giorno, mentre gridava il suo mamma, ci sono!, Giulietta vide che teneva stretto tra le braccia un gattino:
Mamma, me lha dato la signora del secondo piano! Dice che si chiama Ernesto e che saremo felici tu ed io a tenerlo con noi.
Andrea era così sinceramente fiero che Giulietta non seppe fare altro che sorridergli e poi disse:
Probabilmente Ernesto ha fame. Venite su, che gli do un po di latte.
Così figlio e gattino salirono di corsa, felici. Andrea lo era più di tutti. Ernesto, per ora, era ancora un po spaesato.
E così andava avanti la nostra famiglia in treanzi quattro, con Ernestofino a quando Giulietta non incontrò me.
Ero suo coetaneo, mai stato sposato. Un uomo serio, lavoravo in una fabbrica di mobili e guadagnavo bene. Cominciai a passare da Giulietta il sabato sera, restando a dormire. Non ero di molte parole, ma di buon appetito e non amavo bere troppo. Quando arrivavo, Giulietta si preparava sempre con una bottiglia di bianco fresco appena uscita dal freezer e mi serviva il mio bicchierino preferito, un calicino panciuto dal gambo corto. Minnamorai di quei bicchierini come di Giulietta.
Anche quella volta tutto avvenne come al solito. Arrivai e, entrando, strinsi la mano ad Andrea. Mi sedetti sul divano mentre Giulietta finiva di prepararsi. Poi, insieme tutti e quattro (Ernesto era sulle ginocchia di Andrea), ci guardammo la TV e poi a tavola per il pranzo.
Dopo pranzo, la nostra abitudine era fare un riposino. Nel tardo pomeriggio, saremmo andati a passeggiare al Parco delle Cascine.
Quando Giulietta chiuse la porta della stanza di Andrea e si mise accanto a me, la testa poggiata sul mio braccio, per la prima volta le feci un discorso serio:
Pensavo che per ora potremmo stare qui da te, poi magari insieme ci prendiamo un posto più grande, o magari affittiamo il mio appartamento Potrebbe essere una piccola entrata in più. Solo che, Giulietta, cè una cosa I gatti non mi piacciono molto. Bisognerebbe trovare a Ernesto una nuova casa
Si chiama Ernesto, mi corresse lei, irrigidita.
Già, Ernesto
Tacqui un po, poi, come chi ha già deciso:
E Andrea potremmo mandarlo da mia madre, in campagna. Lì cè aria buona, cè la scuola Noi siamo giovani, potremmo avere tutti i figli che vogliamo.
La testa di Giulietta sul mio braccio sembrava di pietraimmobile. Restammo in silenzio qualche minuto. Poi Giulietta si alzò, impacciata come se io non lavessi mai vista senza vestiti, si avvolse nella vestaglia, prese i miei pantaloni dalla poltrona, me li porse e disse:
Bene Prendi questi e vattene
Dove?
Da tua madre, in campagna, a respirare aria buona Noi tre laria buona la troviamo anche qui al parco.
Così ho imparato che lamore vero non impone condizioni, non cerca di sistemare chi ci sta accanto, ma accoglie e protegge. E a casa di Giulietta quella domenica il vero amore restò, anche se io, per una volta, me ne andai da solo.



