Il padre aveva sempre sognato un maschio. Invece, nacque quella che per lui era una inutile figlia, a cui girò le spalle con una durezza da far sembrare Attila una mammoletta. Ma, si sa, la vita gioca strani scherzi: proprio quella non voluta ragazzina, cresciuta tra umiliazioni e solitudine, sarebbe diventata il suo unico sostegno, e avrebbe insegnato a quel mondo crudele il significato del rispetto.
La notizia della nascita della figlia lo colse mentre era in ufficio a Pratovecchio, proprio il giorno della paga. Gli altri uomini, con le tasche gonfie di euro e il sorriso sornione, lasciavano il deposito ridendo e facendo tintinnare le taniche vuote del gasolio, ma lui restava lì, immobile davanti alla guardiola, stringendo banconote stropicciate in mano.
Ma guarda te che sfiga, sibilò Gaetano Bernasconi fra i denti sputando con indignazione fra la segatura. Le avevo detto: fammi un maschio! E invece una femmina. Giusto per complicarmi la vita.
Dentro di lui ribollivano rancore e rabbia verso la moglie, Caterina. Così tanto che in casa, nellappartamentino sopra la bottega, nemmeno ci voleva rientrare, ora che perfino la voce di Caterina mancava: era allospedale con la neonata. Così Gaetano raccolse le sue cose due stracci, un cambio di calzini e mezza ciabatta di pane infilate in un vecchio zaino di tela e se ne andò a rifugiarsi da sua madre, appena oltre il fiume Arno, nel paesino di Stia, che pareva lontanissimo, ma in realtà erano dieci chilometri scarsi.
Quando Caterina tornò a casa, dopo due settimane, la trovò vuota come una cattedrale alla sera. Gettò sul letto linvolto della neonata, si lasciò cadere vicino e si prese la testa tra le mani, le spalle scosse da singhiozzi silenziosi. La piccola Giulia, con quella pieghetta buffa sulla nuca e le gambe corte come salsicce, dormicchiava tranquilla, ignara di tutto. Chi avrebbe mai detto che saresti diventata il motivo della nostra rovina, creaturina mia? pensò Caterina con amarezza.
Gaetano era un uomo tosto nei modi e nel fisico, con la mascella da marmoraro e il carattere di chi, in paese, si dice abbia il diavolo per capello. Contraddizioni non ne tollerava, ogni parola fuori posto lo faceva accendersi come un fornello. Gli si era fissato in testa questo mito del figlio-maschio, del continuatore del casato, e guai a chi osava fargli cambiare idea.
Sua madre tentò più volte di convincerlo a tornare da Caterina. Torna a casa, figliolo, quella piccina è sangue del tuo sangue! Ma lui niente: Finché quella femmina non la sistemate da unaltra parte, io non rimetto piede.
Il viaggio tra un paese e laltro, tra Stia e Pratovecchio, per Caterina era ormai come il confine con lAustralia. Nellattesa, si rimise in riga senza troppe chiacchiere: in quegli anni di congedi di maternità nemmeno si sentiva parlare. Fece di tutto per rammorbidire il cuore del marito: dette alla figlia il bel nome di Giulia forte e classico, che sa un po di nobiltà e un po di grano duro ma limpresa era quasi persa già in partenza.
Giulia crebbe robusta e tranquilla, senza pesare troppo sul frastuono della casa. A sei mesi si teneva aggrappata al lettino con la presa di un geco, e a un anno e poco più non la staccavi più dal cavallino di legno che il vicino, il signor Rossi, le aveva costruito.
Al nido divenne subito la capobranco: nessun maschietto le teneva testa a forza o carattere. A tre anni sapeva già far paura ai più grandi, e aveva la sfrontatezza di una cinquantenne al supermercato il sabato mattina. Girava in cortile in una camicetta rappezzata, brandendo un rametto di salice come una bacchetta magica, scacciando a suon di urli le mucche che invadevano lorto. Ma questa è nata con la corazza, diceva la nonna sospirando.
Intanto Gaetano cercava conforto altrove. Si attaccò a una certa Clara Bigazzi, divorziata e madre di due terremoti. Allinizio era solo per fuggire dalla malinconia, ma Clara, donna furba e formosa, seppe tenerlo ben appeso, promettendo futuro e discendenza:
Oh Gaetà, ti farò un bambino tutto tuo, mormorava, abbandonata sui cuscini.
Ma solo se è maschio, eh! bofonchiava lui, ormai con poca convinzione.
Peccato che Clara di figli non ne facesse più. Forse non ci riusciva, forse aveva esaurito la pazienza prima ancora dei tentativi. Intanto, voce di paese, la sua Giulia sembrava proprio un maschio: forte, giusta, una tempesta in miniatura.
Fu sua madre, ancora una volta, a metterlo alle strette: Figlio mio, vai a vederla, quella bimba. Non è acqua, è sangue tuo. E quando Gaetano trovò delle radici secche e sacchetti derbe nella dispensa di Clara, sospettando che fosse tutta colpa delle stregonerie, mollò tutto e tornò a casa in una giornata qualunque, sbattendo la porta come un uragano che si abbatte sulla baracca.
Fu così che vide per la prima volta la figlia: magra, spettinata, un po selvaggia. Stava in piedi in sala, lo guardava da sotto le ciglia con occhi decisi. A un eventuale cioccolatino lanciato dal babbo, nemmeno si avvicinò.
Guarda come mi fissa, brontolò Gaetano scuotendo la testa, innervosito da quegli occhietti svegli. Te la sei allevata bene, eh?
Caterina, invece, con il cuore in gola per la gioia, cercava di mediare:
Ma dai, Gaetà! Io non ti ho mai parlato male, anzi, speravo tanto che tornassi da noi. In fondo non siamo mica estranei
Amava suo marito così comera: taciturno, scontroso, pronto a sbattere il pugno sul tavolo e a usare le mani se proprio gli girava. E da lì a poco le mani le usò davvero, soprattutto contro Caterina. Giulia, che capiva già più di quanto la sua età concedesse, si stringeva a riccio appena vedeva incarnirsi lo sguardo del padre:
Uuuuh, cattivo, guarda che ti meno! diceva con il pugnetto in aria, strappando un sorriso persino ai muri.
Gaetano non gradiva: in quella figlia vedeva la ribellione che lui stesso aveva sempre cercato di soffocare.
Solo la nascita del tanto agognato maschio portò (temporanee) acque calme: nacque Paolo e, fin da subito, tutto il peso delle cure cadde su Giulia. Era lei a portare il fratellino sulle spalle, a nutrirlo a cucchiaiate, a giocare, cambiare pannolini e sgridarlo.
Ma Gaetano era felice in maniera sorda: continuava a comandare a bacchetta, a sgridare tutti, sempre insoddisfatto.
Caterina si adattava, silenziosa. Giulia, però, ora settenne e tosta come una scarpa di cuoio:
Guarda che chiamo il maresciallo io, se continui così!
Gaetano, furioso:
Ah, mocciosa! Alla polizia vuoi andare a raccontare le cose di casa?
Una volta provò pure a bastonarla con la frusta, ma Giulia resistette: muta, senza una lacrima, masticando il grembiule come leoni addomesticati. Gaetano pensava: Adesso si cura! Ma il giorno dopo Giulia si presentò davvero con il maresciallo del paese.
Caterina corse a difendere il marito:
Signor maresciallo, ma si fa così per educare i figli! Gaetano è uno che lavora, un bravuomo, mica uno che picchia la famiglia per gusto
Il maresciallo Capuozzo si tolse il berretto, si asciugò la testa lucida:
Signora Caterina, faccia attenzione però: se mi torna voce in Comune, qui si mette male. Per ora, solo un richiamo.
Da quel giorno in poi, Gaetano fu più prudente. Non che avesse paura diciamo che si tenne sulle sue. Ma ogni tanto, lanciando unocchiataccia alla figlia, borbottava:
Uuuh, selvaggia
Caterina, credendo che la tempesta fosse passata, si fece di nuovo coraggio. Arrivò una terza gravidanza e nacque un’altra figlia, Natalia. Gaetano, a quella notizia, fece un grugnito verso la neonata e uscì senza una parola.
Del piccolo tesoro, Natalia, a malapena saccorgeva. Caterina pensò bene di caricare tutto (ancora una volta) su Giulia: Occhio a tua sorella. Dagli il latte, cambiale i pannolini.
Così, tra scuola e lavori domestici, Giulia cresceva forte come una quercia, silenziosa come un chiostro.
In terza media, a quattordici anni, Giulia annuncia:
Vado in città, a Firenze, a studiare!
Gaetano diventò rosso peperone:
E come cavolo pensi di campare? Mica credi che ti manteniamo noi, eh!
Giulia era forzuta, con le mani così robuste che anche i ragazzi del quartiere la rispettavano. Linsegnante di ginnastica le diceva spesso:
Tu, Bernasconi, dovresti fare lotta libera: li stendi tutti!
Ma figurati bofonchiava lei.
Poi, seria come un doge davanti al Consiglio, guardò il padre dritto negli occhi:
Ho detto che vado. E ci vado.
Non arzigogolare! sbottò Gaetano, afferrando la cintura con la minaccia negli occhi.
Prova solo a toccarmi! disse Giulia, raccattando la paletta del camino, pronta a difendersi.
Caterina si mise in mezzo piangendo. Gaetano, davanti a quella paletta e a quello sguardo di fuoco, ci ripensò: meglio lasciar perdere.
Parti pure, sussurrò Caterina poi, tra le lacrime. In qualche modo ce la farai. Vai.
E tu, divorziati finalmente! ribatté Giulia.
Ma che dici, figlia mia, queste cose non si fanno! Caterina si agitava.
Quanti anni ancora vuoi sopportare, quella sorta di barone feudale?
E dove le hai imparate ste parole?
A scuola, in storia.
Mah, è proprio così che insegnano la storia de nostri giorni? Meglio imparare a vivere bene con i genitori.
Tu fai come vuoi. Io non mi inginocchio né davanti a lui né davanti a nessuno. Se nemmeno vengo presa in istituto, io a casa non ci torno più, punto.
Poco dopo Giulia era già sul treno per Firenze, con due magliette in uno zaino e un panino, insieme a qualche banconota nascosta da mamma: Tienile, non dirlo a tuo padre, sussurrò.
In città, tra lodore di benzina e il traffico, scelse quasi distinto listituto tecnico industriale. Le piacevano le macchine, i motori, il rombo dei perni e delle viti.
Superò gli esami senza problemi e stirò i panni la sera come donna delle pulizie per una cartiera: pochi euro, ma bastavano per vivere senza chiedere nulla a casa.
A dividere la stanza in convitto con lei fu Valentina, sorriso contagioso e riccioli che parevano una meringa, col sogno nel cassetto di sistemarsi bene: Hai visto, Giulia, che ragazzi ci sono qui? Quello, Enrico, lo sai che il padre fa lassessore?
Io ho altre cose per la testa, rispondeva Giulia, serissima.
Valentina scrollava le spalle, mentre Giulia la aiutava con le equazioni, lavava per qualche soldo e si intrufolava in ogni lavoro onesto.
Il professore di meccanica, il giovane Lorenzo De Luca, fu subito bersaglio di scherno da parte degli studenti grandi e bulli. Giulia, stanca di sentire loro ridacchiare, sbottò in aula:
Basta o vi ci mando io fuori a calci!
Che volete farci: la rispettavano tutti, amici e nemici.
Terminata la scuola, Valentina si accasò col famoso Enrico, tra lustrini e bomboniere. Giulia era testimone e, guardando la festa da dietro un bicchiere dacqua, pensava: E io, che fine farò? Una figlia, il lavoro… sarà mai davvero casa?
Tra un pensiero e laltro, Cupido, che si sa in Italia ha un debole per le commedie, fece capolino.
Matteo Lancetti, un compagno di corso, taciturno e alto come un cipresso, la invitò a ballare una sera destate.
Vuoi ballare?
Ma sì, perché no?
Così iniziò una storia fatta di lunghi giri per Firenze, caffè e cornetti di notte e la proposta, dopo tre mesi:
Vuoi sposarmi?
Mi lasci mica come mio padre ha fatto con mia madre?
Mai, disse lui serio come i giuramenti sulla Costituzione.
Si sposarono con la benedizione del Comune, appena staccato il diploma. Valentina fece da testimone, e presero in affitto due stanze offerte dalla fabbrica dove Giulia trovò subito lavoro. Un anno dopo nacque Martina.
Ma, nemmeno a dirlo, la felicità fu effimera: il Matteo tanto silenzioso si rivelò ben presto più pigro di un gatto e sempre fuori con gli amici.
Oh, non sono mica uno schiavo, eh! protestava quando Giulia reclamava aiuto in casa.
Ancora una volta, la ruota tornava a girare. E, proprio come aveva temuto, fece le valigie con la piccola e lo lasciò. Nessun giudice, nessun pianto: solo la consapevolezza che meglio sola che male accompagnata.
Valentina, che intanto aveva divorziato dal suo rampollo, piangeva da Giulia: Avevi ragione, la sicurezza non sono i soldi. Uomini come il tuo prof De Luca sarebbero un sogno, confidò con aria sognante.
Giulia rise: Eh sì peccato che sia solo una favola.
Ma non era davvero finita. Un sabato al mercato, la incontrò proprio Lorenzo De Luca, ex prof, ormai canuto ma sempre con quello sguardo calmo e profondo.
Ciao, Giulia, ti ricordi di me?
Sedettero per un caffè nel solito bar. Parlarono ore, come vecchi amici, e scoprirono di avere lo stesso desiderio di pace e di famiglia senza catene.
Fu così che, tra una crostata e una partita di bocce, ricostruirono insieme una casa. Giulia portò con sé Martina, che adottò Lorenzo con entusiasmo:
Papà, portami al giardino degli Uffizi!
E la storia sembrava scritta in cielo: finalmente un uomo nessuno e niente le avrebbe più portate via.
Un giorno però, nel nuovo villino appena fuori città, si affacciarono due malintenzionati, con la faccia poco raccomandabile.
Allora, boss, ce la dai una mano con ‘sto metallo? urlarono dal cancello.
Andate via, rispose Lorenzo.
Ma va, ci dai due tubi e ci togli dai guai, sei pure simpatico!
Uno sventolava persino un coltellino. Fu a questo punto che Giulia uscì dalla rimessa brandendo la scure per la legna come nei migliori film toscani.
Siete ancora qui? gridò. Ho una mira da paura, non fatemi provare!
I due se la diedero a gambe. Lorenzo, tra lo stupito e il divertito, esclamò:
Ma che caratterino! Altro che dama di compagnia
Nessuno fa del male a chi amo, ribatté lei.
Le cose da allora presero la piega della miglior commedia: matrimonio intimo ma felice, con amici e famiglia. Persino Gaetano e Caterina, alla fine, si presentarono: la madre raggiante, Gaetano pensieroso.
Trattamela bene, disse a Lorenzo. Testarda, ma ha un cuore doro, come sua madre.
Lorenzo promise, e da allora mantenne la parola.
Intanto la vita scorreva. Il giardino si riempì di margherite seminate da Giulia, Martina cresceva studiando medicina, Paolo divenne autista, Natalia sposò un giovane agricoltore fuori città.
E Gaetano, con la vecchiaia, ammorbidì il suo cuore e ogni tanto si presentava con scuse bizzarre a mangiare la ribollita con la famiglia allargata. Giulia lo guardava, sorrideva, e pensava: Ecco, oggi sono felice, e lo sei anche tu, papà. Alla faccia del destino!
Un giorno, sotto al pergolato di glicine, Martina chiese:
Mamma, tu sei felice, vero?
Giulia guardò Lorenzo, la figlia, la casa piena di luce. E tutto quello che aveva passato, ora aveva un senso.
Sono felice, rispose semplicemente. E lo era davvero.
Nel tramonto toscano, si sentirono finalmente a casa: insieme, finalmente, nel posto giusto. E, con una buona dose di ironia toscana, tutti vissero contenti, se non altro quanto basta per non rimpiangere nulla.






