Ho 38 anni e per molto tempo ho pensato che il problema fossi io: una cattiva madre, una pessima mog…

Ho trentotto anni e da tempo sognavo che il problema fossi io. Forse sono una cattiva madre, una pessima moglie, pensavo tra i veli dalla nebbia, camminando tra colonne di marmo in una Roma in cui il tempo si piegava come nastri di pasta alluovo al tramonto. Qualcosa in me era guasto anche se riuscivo in tutto, dentro sentivo di non avere più niente da offrire.

Ogni mattina mi svegliavo alle cinque, quando le campane di una chiesa invisibile suonavano in lontananza come se annunciassero la colazione del sole. Presto preparavo panini con prosciutto e mozzarella, vestivo i bambini nelle loro uniformi di lana blu, riempivo piccole scatole colorate di frutta e biscotti. Lasciavo i miei figli pronti davanti alla scuola, salutando alberi di cipressi che mi sorridevano in silenzio, sistemavo in fretta la casa e affondavo in una metropolitana sempre troppo piena di ombre.

Sul lavoro rispettavo orari che si attorcigliavano tra i miei pensieri come fili di spaghetti. Raggiungevo risultati, presenziavo a riunioni con la faccia dipinta di un sorriso. Nessuno sospettava nulla; anzi, mi chiamavano affidabile, organizzata, forte come una nonna delle Langhe. A casa il copione era lo stesso: pranzo, faccende intrecciate di polvere dorata, bagno delle nove, cena davanti a un telegiornale dove nessun presentatore raccontava mai di me. Ascoltavo i bambini discutere della scuola, rispondevo a domande su divisioni e maestre, dividevo litigi su chi avesse il gelato più grande. Abbracciavo se serviva, riparavo giocattoli rotti come un meccanico dorologi. Fuori, tutto appariva ordinario. Persino buono. Una famiglia, un lavoro, la salute di un santo e nessun dramma visibile, nessun motivo concreto per la voragine che sentivo.

Sono vuota, pensavo. Questa non è tristezza; è una stanchezza che nemmeno la notte romana sa cancellare. Andavo a letto sfinita, mi svegliavo ancora più spenta. I muscoli mi dolevano come dopo una corsa tra i colli della Toscana, pur senza muovermi. Ogni rumore era una goccia dacqua che scava pietra dentro di me. Le domande ripetute dei bambini mi portavano disperazione, come pioggia incessante su persiane chiuse. E nella nebbia, pensieri di cui mi vergognavo: i miei figli forse starebbero meglio senza di me, altre donne sono nate madri, io forse no.

Mai ho mancato a un dovere; mai un ritardo, mai una caduta plateale del controllo o una voce troppo alta oltre la soglia del normale. E così nessuno se ne accorgeva. Nemmeno mio marito, Matteo, seduto ogni sera nello stesso posto sul divano grigio, a leggere la Gazzetta tra penombre di lampadari a fiori. Se dicevo che ero stanca, rispondeva con leggerezza:
Tutte le mamme sono stanche.
Se confidavo che non avevo voglia di nulla, replicava:
È solo mancanza di volontà.

Così smisi di parlare.
Alcune sere mi chiudevo in bagno, gira la chiave arrugginita, seduta sul pavimento freddo di piastrelle bianche, solo per non sentire. Non piangevo; fissavo la parete e contavo le linee delle fughe finché arrivava il momento di riaprire la porta ed essere di nuovo quella che può fare tutto.

Il pensiero di andare via, dissolvermi come zucchero in tazza di caffè, arrivò piano, in punta di piedi tra gli archi dei sogni. Non fu un temporale drammatico; era unidea gelida e quasi piacevole: sparire per qualche giorno, smettere di essere necessaria. Non perché non amassi i miei figli, ma perché avvertivo di non avere più nulla da dare.

Il giorno in cui toccai il fondo non fu un film, ma martedì qualunque. Una figlia, Cecilia, mi chiese aiuto per qualcosa di banale; la guardai senza capire. Avevo la testa vuota come una chiesa chiusa a mezzanotte. Un nodo in gola, il petto in fiamme. Mi sedetti sul pavimento della cucina fredda come le rocce della Costiera Amalfitana, senza riuscire a rialzarmi per minuti che parevano ore.

Mio figlio, Lorenzo, mi fissò con occhi pieni di paura:
Mamma, stai bene?
E io non avevo risposta.

Quel giorno nessuno mi soccorse. Nessuno mi salvò. Semplicemente non potevo più fingere di stare bene.
Chiesi aiuto solo quando le forze mi abbandonarono del tutto, quando capii che non ero più una donna capace di occuparsi di tutto. La mia terapeuta, la dottoressa Bianchetti, fu la prima a dirmi qualcosa che nessuno mai aveva avuto il coraggio di sussurrare:
Non è colpa sua se si sente così. Non è una cattiva madre.

Così scoprì che nessuno aveva mai visto la mia fatica proprio perché non mi ero mai arresa. Perché, quando una donna fa tutto, il mondo si limita ad aspettarsi che continui. Nessuno chiede come sta chi non cade mai.

La risalita non fu rapida né magica. Fu lenta, scomoda, piena di rimorsi antichi come i selciati di Firenze. Imparai a chiedere aiuto, a pronunciare no, a non essere sempre pronta come una pizzaiola durante il pranzo della domenica. Compresi che il riposo non è peccato mortale e certo non mi rende una madre peggiore.

Ancora oggi seguo i miei bambini tra le ombre delle ginestre, continuo a lavorare tra cifre, scartoffie e voci severe. Ma non fingo più di essere perfetta. Non credo che un errore mi definisca. E, soprattutto, non penso più che il mio desiderio di scomparire mi facesse una madre terribile.

Ero semplicemente, profondamente esausta.

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