Per 35 anni ho lavorato come presidente della commissione di invalidità e ho revocato duramente l’invalidità a chi era in grado di lavorare. Ero orgogliosa di proteggere i soldi dello Stato.

Guarda, ti racconto una storia che mi ha veramente cambiato la vita e mi fa ancora male ricordarla, ma forse serve a qualcuno. Mi chiamo Giuliana Moretti, ho sessantotto anni, e fino allanno scorso ero la presidente della commissione invalidità a Firenze. Sono passate davanti a me migliaia di persone: amputati, ciechi, persone con tumore, diabetici. Io avevo la nomea di essere una donna di ferro, quella che non lasciava passare neanche uno che potesse anche solo lontanamente lavorare. Sapevo tutte le scappatoie, riconoscevo chi fingeva per una maggiorazione sulla pensione o per lo sconto sulla bolletta. La mia vera missione, anche se nessuno osava dirlo apertamente, era chiara: risparmiare sui soldi pubblici e accontentare lINPS. Più casse si chiudevano, più premi per i capi. Una vera catena di montaggio.

Ho tolto la pensione di invalidità a chi aveva solo le dita delle mani amputate: Hai ancora laltra mano, puoi fare il portiere, puoi rispondere al telefono, non è lo Stato che deve mantenerti, dicevo. Ti tolgo la seconda categoria, ti lascio la terza, quella lavorativa. Il prossimo!. Oppure, quando dovevo firmare per una sedia a rotelle speciale per un bimbo, la mamma supplicava: Signora dottoressa, quelle italiane fanno male, lui non vuole stare seduto! E io gelida: Ci sono le regole, la produzione italiana va più che bene, pazienza. Tornavo a casa e dormivo tranquilla, convinta di essere il baluardo contro i furbi. Avevo una bella paga, il rispetto dei superiori, la macchina della commissione e una casa raccolta.

Poi la vita me lha restituita con gli interessi. Mio marito, Giovanni, aveva appena compiuto sessantanove anni: ex operaio, solido e allegro, lavorava da sempre alla Fiat. Sognavamo la pensione insieme, una casetta in campagna e i nipotini da crescere con le confetture fatte in casa. Ma un mattino di luglio, in giardino, un infarto ischemico enorme. Corro in ospedale, e già vedo negli occhi del medico la sentenza: Signora Moretti, lo vede anche lei, la parte destra è completamente paralizzata, non deglutisce più, non parla più. Sopravvive, ma purtroppo… invalidità pesante.

Dopo un mese l’ho riportato a casa. Il mio Giovanni, così forte, si era trasformato in un bambino grande e fragile, incapace anche solo di guardarmi con entrambi gli occhi, sempre bagnato di saliva che colava dalla bocca. È iniziato il calvario di chi assiste un malato immobilizzato: girarlo ogni due ore per evitare le piaghe, cambiare pannoloni, dargli da mangiare con la siringa. In due mesi, sono calata dieci chili, mi sono rovinata la schiena, e ho dimenticato cosa vuol dire dormire una notte intera.

I soldi non bastavano mai. La sua pensione se ne andava per la badante e le medicine. Avevamo bisogno del riconoscimento della prima categoria di invalidità, e del piano sanitario personalizzato con cui lo Stato deve passarti i pannoloni, il materasso antidecubito e il letto elettrico. Ho preparato tutti i documenti e sono andata in commissione. Nella MIA stessa commissione, sai che ridere? Nella stanza accanto, ma io stavolta ero dallaltra parte del tavolo.

Presiedeva Irene, la mia ex vice, che ho cresciuto io stessa alla spietatezza del regolamento. Ho portato Giovanni su una sedia a rotelle presa in prestito. Irene ci guarda sopra gli occhiali, con quella freddezza da contabile che io stessa le avevo insegnato. Si avvicina a Giovanni, gli chiede di alzare il braccio sinistro, lunico che ancora muove. Lui, tremando, ce la fa appena.

Vedi Giuliana – fa Irene molto allegra – cè margine di miglioramento, la sinistra lavora. Un po di autonomia cè, quindi si va per la seconda categoria.

Irene, lui si fa la pipì addosso! Non parla! Che autonomia vedi? Mi serve la prima e il materasso, sta già venendo la piaga!

Lei sospira e sorride con condiscendenza, proprio come facevo io: Le regole sono regole, Giuliana. La prima categoria solo per chi è completamente incosciente e non autonomo per nulla. Giovanni riesce ancora a portarsi il cucchiaio alla bocca. Ti tocca la seconda.

E i pannoloni? mormoro, quasi piangendo. Ora ne servono cinque al giorno e non ce la faccio pagare tutto con la nostra pensione.

Il protocollo ASL ne assegna massimo tre al giorno per la seconda categoria. Il materasso per ora non è previsto. Bisognava rigirarlo più spesso. Lo sai anche tu che il bilancio non si allunga. Lhai insegnato tu a me. Avanti il prossimo!

Una mazzata. Porto Giovanni nel corridoio, decine di persone aspettano: vecchietti col bastone, donne senza capelli dopo la chemio, mamme coi figli sulle carrozzine. Stanno ore in quellatrio senza aria, solo per mendicare un po di ascolto da queste dottoresse tirate a lucido, che pensano solo al budget.

Li guardo e me li ricordo tutti. Lanziano che aveva perso una gamba in Afghanistan, a cui avevo negato il protesi tedesco: Tanto per casa va bene quello italiano. Lui pianse davanti a me. O la donna col tumore al seno allo stadio terminale, cui diedi la seconda categoria: Può fare qualche lavoro a casa, il cancro ormai si cuce. Morì poco dopo. Capisco solo ora che non stavo difendendo la cassa pubblica. Toglievo la dignità agli anziani, annullavo chi era debole. E la macchina burocratica ora masticava me.

Mi inginocchio davanti a Giovanni. Lui, il mio amore, che rideva quando da giovani mi prendeva in braccio, ora lì, con una lacrima sola che scende dallocchio lucido. Capiva tutto, anche che lo Stato lo aveva scartato come un oggetto vecchio, dopo quarantanni di contributi. Perdonami, Gianni, singhiozzo, affondando la faccia sulle sue gambe in mezzo a tutto quel dolore, perdonatemi tutti… Dio mio, scusatemi.

Il giorno dopo, un gesto netto: mi licenzio, rinuncio alla pensione doro, polverone tra i colleghi. Vendo la macchina, compro il letto elettrico e il materasso migliore per Gianni. I pannoloni li pago io.

Ma succede uno scatto in me: ora lavoro gratis, sono diventata lavvocato degli invalidi. Tutti i giorni accompagno gli anziani alle commissioni e tiro fuori tutte le leggi, i regolamenti segreti, le trappole che usano per negare i diritti. Metto sotto pressione le presidenti di ferro, sventolo decreti davanti al naso, minaccio la Procura. Ottengo per loro sedie a rotelle, medicine, cure, viaggi terapeutici. Combatto la burocrazia con le sue stesse armi.

Giovanni non si è più alzato, dicono che manca poco ormai. Ma ogni volta che riesco a strappare la prima categoria per un nuovo nonno paralizzato, torno a casa, mi siedo accanto al letto, prendo la sua mano tiepida e inerte e gli dico: Ne abbiamo salvato un altro oggi, Gianni. E a me sembra che lui sorrida.

Viviamo in un mondo crudele che vede la vecchiaia come un difetto. Ma prima o poi toccherà a tutti. Nessuno scappa da infarto, tumore, malattie. E se oggi neghiamo compassione a chi cade, domani non sorprendiamoci se la macchina ci passerà sopra con la stessa freddezza.

E tu, ti sei mai scontrato con la crudeltà e la burocrazia italiana per linvalidità tua o di un tuo caro? Perché secondo te chi ha un briciolo di potere spesso si trasforma così, o è proprio il sistema che ti porta a diventare di pietra?

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