Mio figlio non ha chiamato per tre mesi. Pensavo fosse solo preso dal lavoro. Alla fine sono andata io da lui senza avvisare. Mi ha aperto una sconosciuta e mi ha detto che vive lì da sei mesi.

Mio figlio non mi ha chiamato per tre mesi. Ho pensato che fosse impegnato con il lavoro. Alla fine, sono andato da lui senza avvisare. Aprì la porta una donna sconosciuta e mi disse che abitava lì da sei mesi.

Se quel giorno non avessi preso lautobus per Bologna, forse avrei continuato ancora a mentire a me stesso, raccontandomi che Matteo semplicemente non aveva tempo. Il lavoro, il progetto, la vita dei giovani che corrono e si dimenticano di richiamare la madre. Ma quellautobus lho preso. E quello che ho scoperto, davanti alla porta di casa sua, mi ha sconvolto.

Era iniziato tutto in modo innocente. Di solito mi chiamava la domenica, verso mezzogiorno, tra il mio pranzo di pasta fatta in casa e il suo caffè della mattina. A volte mi mandava un messaggio durante la settimana: chiedeva come stavo con la pressione, se ero andato dal medico, se la signora Ortensia dellappartamento sotto faceva ancora rumore. Piccole attenzioni. Dopo la morte di Teresa, quelle telefonate erano diventate per me come laria che respiro. Lunica cosa a cui mi aggrappavo.

Sessantadue anni, cinque da vedovo, trentatré passati nellufficio tecnico del Comune e poi, improvvisamente, la pensione, la casa vuota e il silenzio riempito solo da quella voce domenicale.

A maggio, Matteo ha smesso di chiamare.

Allinizio non mi sono preoccupato. La prima settimana ho pensato che si fosse dimenticato. Gli ho scritto un messaggio. Mi ha risposto a monosillabi: Tanto lavoro, poi ti richiamo. Non lha mai fatto. La seconda settimana – altro messaggio mio. Tutto bene papà, ci sentiamo. La terza, il silenzio. Chiamavo, non rispondeva. Mi scriveva solo ore dopo, freddo, distante, come se fosse un altro a scrivere per lui.

Lamico Gino, quello con cui andavo ogni martedì allassociazione degli anziani, me lha detto senza tanti giri di parole:

Luciano, vai a vedere come sta. Qui cè qualcosa che non torna.

Avrà una ragazza e si vergogna a parlarne, lho difeso più con me stesso che con Gino.

E allora dovrebbe chiamarti ancora di più, ha risposto lui.

Ma anche io aspettavo, temporeggiavo. Matteo non ha mai amato le sorprese. Anche quando viveva Teresa, una volta siamo andati a trovarlo senza avvertire: sembrava avessimo scoperto un terribile segreto, quando in realtà aveva solo un po di disordine in salotto. Era fatto così: ci teneva ai suoi spazi. O, almeno, così pensavo.

Ad agosto non ce lho più fatta. Ho comprato un biglietto dellautobus Firenze-Bologna, tre ore di viaggio. Ho portato un barattolo della mia marmellata di fichi e una vaschetta di tiramisù, che Matteo adorava dai tempi del liceo. Durante il viaggio ripassavo nella testa cosa dirgli: che mi manca, che non deve chiamarmi ogni giorno, ma una volta a settimana, possibile che sia troppo? Che sono suo padre, non un peso.

Sono arrivato nel suo condominio verso le tre. Terzo piano, porta a destra, tappetino marrone con la scritta Benvenuto che gli avevo regalato io per la prima casa.

Il tappetino non cera.

Al suo posto, uno grigio anonimo. Ho suonato. La porta ha aperto una donna, giovane, forse sui trentanni, capelli neri a caschetto, tuta e tazza di tè in mano.

Buongiorno, sto cercando Matteo Bianchi ho detto, mantenendo la calma.

Lei mi ha guardato con unespressione incuriosita.

Qui non cè nessun Matteo. Abito qui da sei mesi.

Sono rimasto sulla soglia, con il tiramisù e la marmellata in mano, senza sapere cosa dire. Lei Silvia, così si è presentata in seguito mi ha fatto entrare, forse vedendo il mio stupore dipinto addosso.

La casa era cambiata. Tutti i mobili diversi, tende diverse, anche le pareti di colore diverso. Niente di niente di quello che ricordavo. Nessuna traccia di mio figlio.

Silvia affittava da unagenzia immobiliare, non conosceva il proprietario, tutto passava tramite lintermediario. Mi ha dato un numero. Ho chiamato subito, seduto sul divano dove solo sei mesi prima stava Matteo.

Lintermediario ha confermato: Matteo Bianchi aveva dato in affitto il suo appartamento a febbraio. No, nessun indirizzo nuovo, solo i bonifici che continuavano ad arrivare ogni mese, dal conto italiano.

Sono tornato a Firenze con lultima corsa della sera. Non ho pianto. Ero troppo frastornato per piangere. Mio figlio lunico, quello che mi teneva la mano al funerale di Teresa, che mi aiutava con le bollette e il 730, che ripeteva papà, ci sono sempre per te aveva lasciato tutto e non me laveva detto.

Per tre giorni non lho chiamato. Volevo che fosse lui a farlo. Non ha chiamato.

Il quarto giorno gli ho scritto solo: Sono stato a Bologna. So che non vivi più in via Mazzini. Richiamami.

Ha richiamato dopo unora. Sentire la sua voce dal vivo, non in segreteria, dopo tre mesi, è stata una fitta al cuore.

Papà scusa. Dovevo dirtelo.

Dove sei?

Silenzio, uno di quei silenzi pesanti che senti fin dentro le ossa.

Sono a Zurigo. In Svizzera. Da marzo.

Mi sono seduto in cucina. Dal balcone la signora Giovanna stendeva il bucato, la città fuori era normale, ma il mio mondo no: quello, in quel momento, crollava.

Matteo ha parlato a lungo. Che dopo la morte della mamma si sentiva soffocare. Che le mie chiamate, le mie domande sulla pressione, i pacchi con il tiramisù, tutto questo lo opprimeva. Non riusciva a dirmelo in faccia, sapeva che mi avrebbe fatto male. Così ha scelto il modo peggiore: la fuga.

Sentivo che se non andavo via, sarei crollato ha sussurrato. Non per te, papà. Ma non sapevo come colmare il vuoto della mamma. Era come se tutti si aspettassero che io prendessi il suo posto. Che fossi la colla della famiglia.

Avrei voluto gridare, dirgli che non mi aspettavo nulla, che non doveva essere il suo dovere coprire le assenze della madre. Ma chiudendo gli occhi, con onestà, ho ripensato a tutte quelle telefonate domenicali in cui gli raccontavo ogni dettaglio della mia giornata, dei controlli medici, delle bollette. Come se fosse il mio confidente, non mio figlio.

Ma tutto questo non sono riuscito a dirglielo. Non ancora.

Torna a casa per Natale ho sussurrato.

Tornerò, papà.

Sono rimasto seduto a lungo, nella cucina silenziosa. Il tiramisù che avevo portato con me è rimasto in frigo, intatto. Ne ho mangiato un pezzo: era buono, come sempre.

Matteo è tornato a dicembre. Si è seduto al tavolo della vigilia, di fronte a me: al posto di Teresa, ma non come un rimpiazzo. Come un uomo cresciuto, che ha fatto una cosa dolorosa, ma con le sue ragioni. Non abbiamo parlato di Zurigo davanti al panettone. Forse un giorno lo faremo. Forse no.

Gino a volte mi chiede se lho perdonato. Non so rispondere. So solo che adesso, quando chiama la domenica perché adesso chiama cerco di parlare meno io e di chiedere di più di lui. È poco, ma da qualche parte bisogna pure ricominciare.

A volte lamore più grande che un padre può dare a un figlio adulto è lasciarlo andare. Anche se nessuno ti ha mai insegnato come si fa.

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Mio figlio non ha chiamato per tre mesi. Pensavo fosse solo preso dal lavoro. Alla fine sono andata io da lui senza avvisare. Mi ha aperto una sconosciuta e mi ha detto che vive lì da sei mesi.