Caro diario,
Mi chiamo Alessandro, e oggi desidero scrivere la storia che ha cambiato la mia vitaquella che, ancora adesso, mi tiene sospeso tra paura e speranza, sul bordo del mare di Sorrento.
Alessandro, sono ancora viva mi disse lentamente, nuotandomi incontro tra le onde azzurre.
Dammi una promessa: non pensare mai a seppellirmi prima del tempo.
Ricorderò sempre il momento in cui Lucia, con la pelle dorata dal sole e gli occhi luminosi come il cielo dagosto, si voltò verso il mare e, aprendo le braccia, dichiarò:
Ale, guarda quanto è bello questo posto! Non ti avevo detto che sarebbe stato il mese più bello della nostra vita?
I suoi ricci castani, ormai schiariti dal sale e dalla luce, ondeggiavano vivaci nel vento; sembrava abbracciare lintera distesa marina. Io, lì accanto a lei sulla sabbia bianca della spiaggia, raddrizzai il cappello di paglia, forzandomi un sorriso. Dentro, però, il cuore mi batteva impazzito dalla paura. Non riuscivo a scacciare il pensiero che magari questa sarebbe stata lultima occasione per recuperare la felicità che avevamo perduto.
Sì, Lucia, sarà il mese più bello. Tu hai sempre ragione risposi, cercando di parlare leggero. Ma le parole del medico di due mesi prima mi ronzavano ancora in testa: Tumore. Fase avanzata. Due o tre mesi. Così eccoci qui, al mareperché Lucia aveva deciso che voleva vivere, non arrendersi.
Andiamo a fare il bagno? esclamò afferrandomi la mano, gli occhi pieni di luce. Forza, Ale, non essere triste! Ti ricordi quando da ragazzi ci buttavamo dal pontile a Procida? E tu avevi paura che la corrente ti portasse via il costume!
Risi, e per un attimo tutto il dolore svanì. Lucia aveva sempre saputo tirarmi fuori dal mio nido di malinconia.
Non avevo paura; ero solo prudente! scherzai. Dai, andiamo. Ma sappi che se mi mangia uno squalo è colpa tua!
Rise a squarciagola: sembravamo due adolescenti. Lei giocava tra le onde, e io la fissavo, trattenendo il fiato. Nel cuore sentivo amore e dolore insieme. Era bellissima, e la amavo più di ogni altra cosa. Perderla era un pensiero insopportabile, quasi irreale.
Lamore dà forza alla speranza, anche quando il tempo sembra correre contro di noi.
La nostra storia era cominciata molti anni prima, tra i banchi di un liceo di Viterbo. Lucia era apparsa a scuola come una stella cometanuova, raggiante, con un sorriso che avrebbe sciolto anche il cuore più gelido. Veniva da un paese vicino, e in men che non si dica divenne il centro dellattenzione. Io, alto e impacciato con un libro in mano, non avrei mai pensato potesse notarmi. Ma una sera, alla festa scolastica, trovai il coraggio di invitarla a ballare un lento.
Sei diverso dagli altri mi disse, guardandomi negli occhi Non provi a fare il brillante.
E tu non hai paura che ti pesta i piedi? ribattei, sorridendo. Lei scoppiò a ridere, ed è da allora che diventammo inseparabili.
Finito il liceo, io partii per Firenze per ingegneria, lei scelse la facoltà di lettere a Roma. Ci scrivevamo lunghe lettere, aspettando le vacanze per trascorrere ogni minuto insieme. La distanza rafforzò il nostro amore. A ventidue anni, appena laureati, ci sposammo con una cerimonia semplice al Comune, il piccolo salone addobbato con fiori di carta. In sottofondo Mina e Battisti, e per la felicità non importava niente altro.
Arrivò la vita vera, a tratti difficile. Affittavamo un minuscolo appartamento, lavorando senza sosta e sognando una casa tutta nostra, magari un piccolo bar. La fatica e le difficoltà quotidiane ci portarono a discutere spesso.
Le liti scoppiavano per le sciocchezze: chi aveva dimenticato di pagare la bolletta, chi aveva lasciato i piatti nel lavandino. Una sera, esasperato, sbattei la porta:
Forse dovremmo lasciarci!
Lucia si sedette in silenzio, con lo sguardo basso. Poi sussurrò:
Ale, ti amo troppo per perderci così. Proviamo a cambiare.
Fu allora che decidemmo di dedicarci unintera giornata a settimana: niente lavoro, niente cellulare, solo noi. Passeggiate, tè sul balcone, ricordi di tempi felici. Così il nostro amore rifiorì, come un gelsomino dopo il lungo inverno.
Cinque anni dopo trovammo casa con un piccolo giardino, e aprimmo la nostra caffetteria. Dopo poco nacquero le gemelleChiara e Gioiariempiendo la casa di caos e felicità. Lucia fu una madre straordinaria, dolce e paziente, inventandosi sempre nuove favole prima di dormire. Spesso pensavo: Che fortuna ho avuto a incontrarla.
Ma il tempo passò. Le ragazze crebbero e partirono per studiare alluniversità. Casa divenne silenziosa. Per sentirci meno soli, io e Lucia ricominciammo a lavorare tanto, avviando una seconda caffetteria e facendo nottate in bianco. Un giorno, Lucia impallidì e crollò davanti a me sul pavimento.
Lucia! Amore, riprenditi! la scossi fino allarrivo dei soccorsi. In ospedale parlarono di semplice stanchezza, ma lei liquidò tutto con: Sto solo esagerando, Alessandro. Starò bene.
Il giorno dopo svenne di nuovo. Lo sguardo serio del medico ci lasciò impietriti: era tumore, incurabile, due mesi al massimo.
A casa, Lucia mi confidò con serenità:
Ale, non avvisare le ragazze. Non voglio che mi vedano così. Voglio il mare. Te lo ricordi il nostro sogno? Sabbia, spritz, ballare sotto il cielo stellato Facciamolo adesso.
Volevo protestare, ma non ce la feci. Se era il suo ultimo desiderio, dovevo realizzarlo.
Ale, pensi a troppe cose mi disse schizzandomi acqua quando ero perso tra i pensieri. Dai, lo so che non ci sei!
Ci sono eccome finsi di essere sereno, tuffandomi. Stavo solo pensando a come ieri mi hai fregato a carte, che mossa!
Attento! rise forte, facendosi sentire da tutti. Stasera andiamo a mangiare fuori? Sogno di ballare fino allalba!
Sei sicura? Magari faresti meglio a riposarti mi uscì, ma Lucia non sopportava che le ricordassi la malattia.
Sono viva, e voglio vivere! affermò, stringendo i denti. Promettimi che non penserai mai al peggio prima del tempo. Prometti.
Prometto sussurrai, abbracciandoci tra le onde, come se così si potesse fermare il destino.
La verità che ho capito ora? Che lamore, la fiducia, e la voglia di vivere possono davvero cambiare tutto, anche quello che sembra impossibile.
Trascorremmo un mese di sogno a Sorrento: lunghe passeggiate sul lungomare, gelati, danze sotto le stelle con la musica di una piccola orchestra locale. Lucia rifiorì: il colorito acceso, gli occhi vivaci. Quasi pensavo che forse il medico si fosse sbagliato. Forse era davvero un miracolo.
Una sera, sul balcone dellalbergo, Lucia mi disse:
Ale, non ho paura. Anche se dovesse finire, sono felice. Ho te, le nostre figlie e questo tramonto. Ho avuto una vita bellissima.
Non dirlo nemmeno per scherzo la voce mi tremava Tu ballerai anche ai matrimoni dei nostri nipoti!
Lei mi prese forte la mano, sorridendo.
Tornammo a casa, e Lucia volle rifare una visita. Io lo temevo come una condanna finale, ma non le potevo negare nulla.
Dallo studio del dottore arrivò la notizia: È incredibile, signora Lucia, ma cè stato un cambiamento. Con conferma delle analisi, la massa tumorale si è quasi del tutto riassorbita. È rarissimo. Il suo organismo ha reagito in modo sorprendente.
Guardai Lucia e il medico, stentando a crederci. Lucia pianse di felicità, e ci abbracciammo nel suo studio. Il medico, visibilmente emozionato, ci lasciò soli.
Ale, è stato il mare sussurrò lei È stato soprattutto il nostro amore.
Tu hai salvato me risposi, quasi senza voce E lo fai sempre.
Poi tutto tornò come prima: la caffetteria, le chiacchiere con gli amici, le speranze nuove. Lucia prese medicinali ancora un mese, e la malattia pian piano si allontanò. Le figlie tornarono per starci accanto, riportando la gioia in casa.
Guardandola ogni giorno, mi rendevo conto di quanto fossi stato cieco, da ragazzo. Lucia, che mi vedeva assorto, mi fece locchiolino:
Ale, basta pensare. Fai i tuoi famosi pancake, che non li ricordo più!
Li preparai, e li mangiammo insieme sulla veranda, osservando il tramonto. Ormai sapevamo: finché stiamo insieme, nulla può farci davvero paura.
La nostra è una storia damore, di speranza, di coraggio. Mi ha insegnato che anche il dolore più grande può dare spazio a un miracolo, se abbiamo accanto chi ci ama davvero. Questo non lo dimenticherò mai.




