La Mamma

Mamma

– Ehi, peloso! Di chi sei? Caterina si fermò di colpo, osservando il grande gatto rosso seduto davanti alla sua porta di casa a Bologna.

Il gatto, naturalmente, non rispose. Nemmeno si scomodò a guardarla. Rimase immobile, solo lorecchio strappato tremolava leggermente, come a dire: Ti sento, ti sento. Ma non aspettarti una risposta, scusami tanto!

– E va bene! Caterina fece finta di offendersi, mentre rovistava nella borsa a caccia delle chiavi.

Il gatto, adeguandosi magicamente, si scostò di poco sullo zerbino per farle spazio, senza però decidere di andarsene. Continuava ad osservarla con uno sguardo curioso e attento.

Finalmente le chiavi saltarono fuori. Caterina si chinò alla serratura, lanciando una rapida occhiata allo strano ospite.

Avevano comprato quellappartamento solo da qualche mese, lei e suo marito Matteo. Piccolo, due locali, ma era per loro il sogno realizzato. Qualcuno avrebbe detto che non ci si può accontentare di una casetta in una vecchia palazzina, che si deve sempre sognare di più. Forse aveva ragione Ma Caterina e Matteo avrebbero riso in faccia a chiunque avesse fatto loro questa osservazione. Sei mesi prima non osavano nemmeno sognare un appartamento tutto loro: condividevano la stanza del nonno in una casa popolare e si sentivano fortunati solo ad avere un tetto sulla testa.

– Caterina, mi raccomando, cerca di andare daccordo con i vicini! la suocera, Maria Grazia, laiutava a pulire prima del matrimonio. Sono brave persone, anche se un po portati al buon bicchiere.

– Ma cosa avranno mai di buono, se bevono? Caterina aveva sorriso ironica, strizzando lo straccio e spostandosi i capelli ribelli dal viso.

Quella criniera, come la chiamava Matteo con amore, era difficile da domare. Soprattutto quando si trattava delle pulizie: quanto si sforzasse Caterina, i ricci scappavano dappertutto, obbligandola a sembrare un soffione sotto vento.

– Non è facile da spiegare sospirava Maria Grazia. Hanno avuto tante sfortune. Non tutti reagiscono bene alla vita.

Quello Caterina lo capiva bene. Orfana, cresciuta con una famiglia affidataria che la sbolognò non appena compì diciotto anni, lei sapeva benissimo quanto gli adulti possono commiserarsi, dimenticando chi dipende da loro.

Sua madre la lasciò alla stazione, quando aveva appena tre anni. La piazzò su una panchina con un messaggio scritto in tasca e un vecchio coniglio di pezza con un solo orecchio. Caterina si era seduta lì, come la mamma le aveva detto, stringendo forte il suo Pelù e aspettando che tornasse. Doveva fare la pipì ma non si mosse, temendo con la logica tagliente dei bambini che la mamma si sarebbe arrabbiata se lavesse trovata altrove. Così rimaneva lì, scivolando sulla panchina e cercando con gli occhi la donna tra la folla della stazione di Firenze Santa Maria Novella.

Ma la mamma non tornò. Arrivò invece un uomo in divisa elegante, chiese qualcosa, ma Caterina si mise a scuotere la testa disperatamente. Non riusciva più nemmeno a piangere: aveva freddo, era bagnata e affamata. Luomo faceva mille domande, ma lei non capiva nulla. Solo quando luomo toccò lorecchio del coniglio e domandò:

– Come si chiama questo coniglietto?

Caterina si sciolse un po. Alzò lo sguardo e sussurrò:

– Pelù

Luomo accarezzò prima il coniglio, poi la bambina, sorrise e le chiese:

– La mamma se nè andata da tanto?

E allora Caterina non riuscì più a trattenersi. Iniziò a piangere così forte che luomo si agitò, chiamando con la radio una collega, mentre i viaggiatori, seduti accanto a Caterina da ore, si accorsero per la prima volta che una bambina era abbandonata lì.

Ci volle del tempo prima che Caterina capisse perché la madre laveva lasciata. Anni dopo, una donna strana la fermò nei pressi della scuola, poco prima degli esami:

– Figlia mia, ti ho trovata! Vieni ad abbracciare la mamma! Mi sei mancata tanto!

A quel punto, Caterina viveva già con una famiglia affidataria; sette figli in tutto, ognuno coi suoi problemi. Vivevano discretamente: nessuno era affamato o senza vestiti. Tutti avevano attività e studiavano abbastanza bene. Ma sapevano anche che, appena compiuti i diciotto anni, dovevano andare via, per lasciare il posto ad altri.

Nonostante il poco affetto dimostrato dai suoi affidatari per loro la cura era un dovere e mai tenerezza Caterina non si gettò tra le braccia di quella donna:

Anche se, in fondo al cuore, lo desiderava ardentemente. Desiderava ottenere finalmente ciò che sognava nei silenzi notturni, con Pelù sempre vicino, unico compagno fedele Eppure, in quel momento decisivo, nemmeno per un attimo credette alle lacrime di quella strana donna. Le dissero che era troppo piccola per ricordare la stazione, la panchina fredda e bagnata, ma Caterina sapeva di ricordare, almeno nei frammenti delle sensazioni. Sì, la stazione cera stata. Rumorosa, piena, spaventosa. E lì, sua madre laveva lasciata.

Una delle sorelle, Daniela, interviene, quando vide che Caterina si tirava indietro:

– Cate, chi è questa?

– Boh rispose la ragazza, con la testa che le girava tra mille pensieri in fuga.

– Signora, ha sbagliato persona. Via! Questa è mia sorella! E lei non la conosciamo! Daniela la prese per mano, portandola fuori dal cortile della scuola. Vedrai che racconto tutto a mamma!

Caterina strinse la mano di Daniela grata, e da quel giorno non smisero più di considerarsi sorelle.

Daniela era cresciuta senza madre, lasciata sola da un padre alcolizzato, e anche lei sognava, come Caterina, di avere qualcuno vicino. Non importava se non del tutto legato da sangue.

Caterina incontrò di nuovo la madre una settimana dopo. Questa veniva ogni giorno davanti alla scuola, ma non tentava più abbracci plateali:

– Parla con me, ti prego, bambina mia!

Quel bambina mia infastidiva Caterina, ma Daniela la liquidava con unalzata di spalle.

– Lascia perdere, tanto sono solo parole.

Fu Daniela a convincerla ad accettare un incontro.

– Cosa ci perdi? Almeno chiedi perché ti ha abbandonata. Solo così smetterai di pensare che sei stata colpevole di qualcosa.

– Come lo sai che ci penso? Caterina spalancò gli occhi sorpresa.

– Che domanda! Daniela rise amara. Lo pensiamo tutte. Ci sentiamo sempre di troppo per chi ci ha lasciato

Anche lei lo pensava.

Il confronto con la madre non cambiò molto.

– Mi hai abbandonata.

– Perdonami, piccola!

– Smettila di chiamarmi così! Mi dà fastidio!

– Scusa, scusa! Non lo farò più! Non arrabbiarti!

– Perché lhai fatto?

– Ero sola, senza aiuto. Tuo padre mi cacciò via.

– Perché?

– Gli dissi che non eri sua.

– Era vero?

– No.

– Allora perché lhai detto?

– Ero arrabbiata. Litigavamo sempre. Giovani e stupidi, ci lasciammo.

– E poi?

– Poi litigai con la mamma e decisi di partire. Ma dove sarei andata con una bambina? Così ti lasciai. Ero sicura che qualcuno si sarebbe preso cura di te. Ho lasciato scritto che tornavo

– Pensavi che il bigliettino bastasse? Che persona sei?!

– Ho sbagliato, lo so Se vuoi, ora posso rimediare

– Rimediare cosa? Mi ridai gli anni senza di te? Scusa, ma non voglio più vederti!

– Non mi perdonerai mai?

– Non lo so. Forse sì, forse no, ma dimenticare non potrò mai! Capisci?

– Ma cosa cè da dimenticare? Eri troppo piccola per ricordare!

A quelle parole, Caterina si alzò e se ne andò. Decise che mai più avrebbe permesso a qualcuno di dirle cosa poteva o meno provare.

Daniela aveva capito:

– Hai fatto bene. Se ti sembra giusto, non pentirti! Dimentica e vai avanti!

– Sei davvero saggia, Dani…

– Non ancora, ma ci sto provando. Voglio studiare.

– Cosa vuoi fare?

– Psicologa. Così magari capirò come si vive bene.

Negli anni, risero molto di quella frase. Qualche tempo dopo, quando Daniela sposò e divenne mamma, un giorno disse a Caterina:

– Sono tutte sciocchezze! Nessuno sa come si fa a vivere giusto. Né tu, né io, né nessuno.

– E allora come si fa?

– Si vive e basta. Limportante è stare bene coi tuoi e che gli altri non sentano invidia guardando la tua vita.

– Tu ce la fai.

– Ci provo! rise Daniela, avvolgendo la sua neonata nel lenzuolino.

Guardando Daniela, anche Caterina prese a vedere i suoi problemi con più leggerezza.

Che importava se era una sola stanza in una casa vecchia? Intanto era in centro e vicino al lavoro. Un po di lavori fatti da lei e la vita era quasi bella. Maria Grazia aveva ragione: i vicini avevano i loro dolori, ma erano persone tranquille. Avevano perso una figlia e ora bevevano per non pensarci, però non disturbavano nessuno e non portavano gente strana in casa. E alla fine, la compassione bisogna saperla provare.

Caterina accettò questa verità solo dopo tanto tempo. Non era cresciuta con qualcuno che la trattasse con dolcezza, tranne Daniela.

A farle cambiare idea furono la suocera e il nonno.

Maria Grazia era una donna energica, testarda, buona e pratica. Una delle sue imprese fu trattare Caterina come una figlia.

– Non aspettarti chissà cosa, Cate la ammoniva Daniela prima di presentare la sorella alla famiglia di Matteo. Per loro, sei unincognita. Unorfana, senza niente. Lappartamento manco ti spetta.

– Abbiamo fatto domanda! Sono in lista!

– Sì, ma il tuo numero? Sarà già un miracolo se ci arriverai prima della pensione. Fidati solo di te, e non raccontare nulla a Maria Grazia. Fatti i fatti tuoi.

– Va bene

– E non aspettarti nulla, ma nemmeno essere troppo dura.

Caterina lo capiva perfettamente.

Maria Grazia non le era piaciuta fin dal primo incontro: troppo rumorosa, esuberante, sempre intenta a migliorare la vita di chi le stava attorno. Nessuno si era mai curato di Caterina, e le sue attenzioni quasi la irritavano.

– Cate, il mio cappotto è vecchio. Mi accompagni a sceglierne uno nuovo? Matteo, figlio mio, odia i negozi. E io sono una donna tosta, ma trovare qualcosa che mi stia bene è quasi impossibile. Mi aiuti?

Caterina acconsentiva svogliata, ma tornavano dal centro commerciale cariche di borse: poche, in realtà, per Maria Grazia, tutte le altre per Caterina. Un giubbotto nuovo, stivaletti che non avrebbe mai osato sognare, una borsa Era come se bastasse un suo sguardo alla vetrina perché Maria Grazia la trascinasse dentro:

– Dai, guarda che borsa! Che colore! Troppo giovanile per me, ma per te è perfetta!

Impossibile protestare. Caterina la lasciava fare, ma dentro di sé ne era commossa.

Era strano. Chi era, per lei, Maria Grazia? Solo la madre di suo marito. Eppure la trattava come una figlia. In Italia, le storie di suocere e nuore non sono mai così sdolcinate! Per questo, Caterina prendeva con cautela i regali e le chiacchiere: stava attenta a non illudersi, benché la gentilezza di Maria Grazia la intenerisse.

Maria Grazia sembrava capirla: non insistette a forzare la vicinanza, e accettò senza troppe spiegazioni il desiderio dei ragazzi di vivere per conto loro.

– Il nonno è anziano. Ha bisogno di cure. Dovremmo pensare a portarlo da me. Matteo, dovrai liberargli la stanza.

– E noi, mamma?

– Nella stanza del nonno. Ve la scambiate. Siete giovani; vi farete le ossa. Il nonno ha bisogno di compagnia.

Il nonno di Matteo approvava e, dopo il trasloco, la domenica organizzava passeggiate allalba col cane.

– Papà, secondo te faccio bene? chiedeva Maria Grazia.

– Certo! I giovani vanno lasciati vivere. Fino a che non chiedono aiuto, non intrometterti!

– Ma Cate è arrivata da me quasi scalza.

– Eh, ma lì fai la madre. Solo senza esagerare: è orgogliosa, attenta!

Maria Grazia ascoltava il padre. Andava in visita dai ragazzi solo se la invitavano, senza invadenza, dicendosi che anche lei, da giovane, faceva fatica a farsi accettare. Sua suocera era stata una strega finché non era nato Matteo. Non sapeva accudire un neonato, la madre era lontana, serviva il consiglio di chi aveva già cresciuto figli:

– Non temere di sbagliare, che tutte imparano! le rispondeva la suocera. La mamma, il figlio, non lo fa mai soffrire apposta! Hai portato dentro di te questo bambino, non è che ora che è nato tutto cambia. Fidati di te stessa, e chiedi quando non capisci. Io sono qui.

A Caterina queste storie Maria Grazia le raccontava spesso, anche perché suo marito non aveva conosciuto la nonna: era morta quando Matteo era piccolo. Ma lei non mancava di ricordargli quanto era stato amato.

– Papà ti adorava. Comprava cento palloni da calcio. Diceva che non bastano mai

– Mamma, perché finisce tutto così? Papà guidava benissimo!

– Non lo so, tesoro. Era una giornata di nebbia. Doveva portare la nonna dalla sorella malata. Non so spiegartelo Non si può dire di no ai parenti. Gli incidenti a volte semplicemente succedono.

– Mamma, ti manca?

– Tantissimo. Se non fosse stato per te e per il nonno, non so come ne sarei uscita.

– E lui ti amava?

– Sì, ne sono certa.

– Come lhai capito che era amore e non solo abitudine, comè in molte coppie?

– Matteo! Ma dai

– Mamma, sono grande. La gente oggi sta insieme solo per comodità. Dividersi le spese, una sicurezza in più, senza passioni.

– Non lo so, caro. Forse non sono moderna, ma per me non è questione di bollette divise. Vorrei per te qualcosaltro.

– Lo spero.

Forse per questo, quando Caterina arrivò nella loro vita, Maria Grazia non si oppose.

Allinizio, Caterina difendeva la sua distanza, ma pian piano abbassò la guardia. E incominciò a vedere Maria Grazia con simpatia, quasi come unamica.

Quando il nonno propose di vendere la stanza, Caterina ci rimase male.

– Sei preoccupata di restare senza casa? chiese il nonno.

– No! Siamo adulti ormai. In qualche modo faremo. Affitto, camera, quello che ci permette lo stipendio. Matteo ha appena cambiato lavoro, io con quello che guadagno posso pagare poco. Ma va bene così. Un po abbiamo messo da parte. Natura dice che anche i piccoli risparmi danno fiducia.

– Bravi, avete la testa sulle spalle sorrideva il nonno.

– Ho detto qualcosa di sciocco?

Non rispose. Le accarezzò la guancia e chiese il tè.

– Dai, beviamo qualcosa e chiacchieriamo. La vostra Maria Grazia ti fa impazzire?

– Ma no! quasi saltò su Caterina. Non mi ha mai mancato di rispetto!

– Sei proprio una brava ragazza. Lo so che per lei sei come una figlia. Dai, non respingerla troppo, ha un cuore tenero!

– Non cè bisogno che qualcuno mi compatisca. So cavarmela da sola!

– Ma scusa, perché mai sarebbe un male essere compianti?

– Beh, compassione è una parola triste! Non ti pare?

– Questione di punto di vista. In Italia compatire può anche voler dire prendersi cura, sentire affetto.

– Forse Ci sto pensando

– Compassione serve, ma con giudizio. Come con i figli: se sbagliano, certo che li consoli, ma serve anche sgridarli un po.

– Allora io vi compatisco

– Lo so! E io te, Caterina!

– Grazie Ma chi dobbiamo compatire, in fondo?

– Chi indica il cuore. I nostri, le creature, anche gli animali! Ma con intelligenza. Ha poco senso dare uno spuntino a un gatto randagio una volta appena fuori dal supermercato. Se davvero vuoi fare del bene, adottalo, dagli una casa. A te e a lui farà bene.

– Perché?

– Perché ogni gesto damore torna più tardi, sempre.

Proprio quel discorso mi tornò in mente oggi, rientrando nellappartamento che avevamo finalmente ottenuto grazie allaiuto del nonno e di Maria Grazia. Il gatto rosso, seduto davanti alla porta, pareva aspettare dessere accolto. Mi lasciò accarezzarlo, ma quando gli proposi di entrare, scattò su per le scale, lasciandomi allibita.

– Intanto si fa pregare borbottai, pronta a chiudere la porta, finché lo vidi riapparire con qualcosa in bocca.

Non era solo.

Il piccolo che il grosso rosso trasportava era una sua miniatura: stesso manto, stessa aria furba.

– Accidenti! accarezzai il micetto che miagolava nella mia mano, mentre il padre scappava di nuovo.

Tornò con un secondo micino, altrettanto rosso ma più vivace e ribelle. Il bel gattone lo perse due volte per la strada ma non mollò fino a portarlo dentro casa.

– Altro che mamma! Tu sì che sei bravo! scherzai, lasciando entrare tutta la famiglia.

Il gatto entrò circospetto, sorvegliando che trattassi bene i piccoli. Quando vidi che cercava di insegnare loro ad usare la cassetta, corsi a prendere un vecchio vassoio.

– Senti, sei davvero un papà modello! risi, attenta a non spaventare i piccoli. Ora vi procuro un po di latte!

Il gatto mi guardò approvando, e io andai in cucina.

La sera riunii la famiglia:

– Maria Grazia, se non vuoi, cercherò di sistemarli altrove. Ma in strada no. I gattini sono troppo piccoli. Chissà che fine ha fatto la loro mamma: qui si occupa di loro il padre ed è un mistero.

– Cate, ma perché mi chiedi permesso? mi rispose Maria Grazia, accarezzando uno dei cuccioli accoccolato in grembo. Questa casa è tua e di Matteo. Decidete voi. Non devi più temere il mio giudizio. Ma dimmi, come li hai nutriti?

– Latte. Per fortuna sanno già bere da soli.

– Questo qui me lo tengo io, da grande lo porto via. E gli altri?

– Troverò una casa per uno, ma il gatto lo tengo con me. Ho da imparare da lui.

– E cioè? alzò le sopracciglia Maria Grazia.

Matteo mi sorrise, lasciandomi la parola. Da una settimana custodivamo un piccolo segreto da rivelare per il compleanno della suocera.

– Come essere una buona mamma Ora avrò due maestri: voi e questo papà baffuto

Accarezzai il gatto accanto a me e, quando Maria Grazia mi abbracciò, scoppiai finalmente in lacrime.

Oggi ho capito che a fare la mamma e ad amare si impara per piccoli passi. E che accogliere qualcuno, umano o animale, a volte insegna a perdonare e a lasciarsi avvicinare, dove non erano arrivati nemmeno gli abbracci mai avuti da piccoli.

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