Il prezzo dellarroganza
Chiara, riusciresti a prestarmi qualche cosa? domandò con una voce supplichevole Martina, varcando la soglia dellaccogliente appartamento della sorella.
Si soffermò, quasi senza volerlo, ad osservare lampio ingresso con mobili di design, gli specchi dalle cornici raffinate, il candido pouf vicino allentrata: il tutto sembrava appena uscito dalla copertina di una rivista darredo. In petto sentì risvegliare, come sempre, una punta di amara invidia: sua sorella aveva sempre tutto perfetto.
Chiara, comparsa dalla porta del salotto, la fissò con quello sguardo attento che non le lasciava mai scampo. Anche nei giorni feriali, nel suo completo di morbido cashmere, traspariva quella naturale eleganza a cui Martina, ormai da anni, cercava invano di assomigliare.
Allora, cos’è che bolle in pentola? chiese Chiara tranquilla, appoggiandosi allo stipite.
Martina aggiustò involontariamente la manica del cappotto non più nuovo, ma ancora in buono stato. Si sforzava di non guardare il grande quadro che troneggiava di fronte, né di percepire quel perfetto ordine e il profumo di caffè appena fatto che impregnava la casa.
Non è niente di importante borbottò, cercando di raccogliere le idee.
Lo sguardo insistente di Chiara la fece capire che fare scena muta non sarebbe stato possibile. Respirò a fondo, poi esplose:
Sabato c’è la cena degli ex compagni di scuola. È fondamentale che ci sia! E devo essere impeccabile, capisci? Voglio che tutti credano che la mia vita sia una favola!
E perché tutto ciò? domandò Chiara, ruotando finalmente il busto verso di lei. Perché mai dovresti fare bella figura con gente di cui non ti importa più nulla, che magari non rivedrai mai? In fondo, non solo vivi in unaltra città, ma pure in unaltra regione!
Martina si passò una mano nervosa tra i capelli. In quel momento desiderava da morire una cucina come quella con la penisola, gli elettrodomestici incassati, quelle raffinate lampade a sospensione. Avrebbe voluto un risveglio lento tra caffè e silenzio, non più rincorrere orari e caos.
Tu non capisci! sbottò. Per me è importante. Voglio che vedano che ce lho fatta, che ho realizzato i miei sogni. Che nessuno pensi che che io abbia fallito.
Tacque, sorprendendosi ad osservare Chiara con invidia palese. Ma lei sembrava ignorare, o forse non dare peso, a tutto ciò.
Vuoi davvero fingere di essere qualcuno che non sei? domandò Chiara con dolcezza, sedendosi su una sedia. Pensi che interesserà a qualcuno?
Non si tratta di questo scosse la testa Martina. Voglio solo che pensino che mi è andata bene!
Va bene sospirò infine la sorella. Andiamo a vedere cosa posso prestarti. Ma promettimi che sarà la prima e ultima volta che prendi in giro la gente così. Non è giusto, lo sai.
Tu non puoi capire!
E Martina cominciò il suo racconto…
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Ai tempi della scuola era la regina indiscussa della classe: nessuno lo avrebbe mai negato. Nei corridoi, dietro di lei, cera sempre una scia di ragazzi che sognava una briciola della sua attenzione. I professori, spesso senza rendersene conto, erano più indulgenti di fronte al suo viso assorto e a quello sguardo speciale e un po malinconico aveva quasi un effetto ipnotico sugli adulti. I genitori le lasciavano carta bianca: bastava un sopracciglio sollevato, un sospiro leggero, ed ecco che tutto quello che desiderava finiva nelle sue mani.
Si era abituata ad avere tutto ciò che voleva. Se aveva visto un nuovo modello di scarpe appena uscito a Milano, la madre glielo portava il giorno dopo, nella sua scatola nuova fiammante. Se arrivava in classe un ragazzo interessante, dopo una settimana la accompagnava già a casa. Era diventata una specie di gioco: vedere fino a dove poteva spingersi, quante richieste esaudire, quante regole infrangere.
Perché posso, si ripeteva segretamente, quasi fosse un incantesimo. Quel motto era la sua scusa perfetta. Se unamica si avvicinava a un ragazzo che piaceva anche a lei, entrava nella partita e quasi sempre vinceva. In fondo non si innamorava mai davvero: era più che altro la sfida riuscirò a farmi notare? E il responso era quasi sempre sì.
Pian piano, le vecchie amiche si allontanarono. Prima una smise di chiamarla, poi unaltra trovò nuove compagnie. Martina non ci faceva troppo caso: cerano sempre persone pronte a tutto pur di entrare nel suo giro. Pensava che, se qualcuno non reggeva le sue regole, semplicemente non era degno di stare con lei.
Alla festa di fine scuola si sentiva una vera regina. Il salone addobbato con luci e palloncini sembrava il suo regno. Gli ex compagni la circondavano come cortigiani in attesa di ogni suo sguardo, ogni parola. Era al centro dellattenzione, lì dove si sentiva a casa.
In quellebbrezza di applausi e piccoli trionfi, si lasciò andare. Quando i discorsi si orientarono sui ricordi scolastici, sciorinò battute taglienti contro le ragazze: riportò vecchi screzi, sottolineò difetti, sfoderò commenti pungenti sullaspetto fisico. Le parole fluivano facili, spronate dal gusto di vedere le reazioni delle altre, la loro voglia di difendersi.
La mia vita sarà strepitosa! proclamò con arroganza, sollevando il mento e scrutando le compagne. La voce alta, sicura, come se già stesse per entrare in quella magnificenza di cui si vantava.
Si fermò un attimo, assaporando lo sguardo degli altri, poi continuò ancora più entusiasta:
Mi vedo già: un marito imprenditore che realizza ogni mio capriccio, una villa con giardino, magari anche una piccola boutique mia ma forse no: io non ho intenzione di lavorare nemmeno un giorno! Tutto mi verrà da sé, vedrete. Soldi, viaggi, gioielli tutto mio.
Nei suoi occhi brillava la foga della conquista, sulle labbra la tipica smorfia di chi si sente superiore. Era già immersa nella scena: lampadari scintillanti, macchine di lusso, cene nei ristoranti esclusivi.
E voi invece farete tuttaltra fine! cambiò bruscamente tono, rivolgendosi a una delle ragazze più timide che sedeva sempre in prima fila, diligente a prendere appunti.
Quella si strinse tra le spalle, sotto quello sguardo, ma Martina non si fermò:
Tu, per esempio, finirai maestra in qualche scuola sperduta. O a servire clienti in un negozio. Dopotutto sei una grigia, una che non sa prendersi cura di sé! la valutò con uno sguardo acido. E il tuo fidanzato? Un operaio qualunque, che torna tardi, beve, magari ti alza anche le mani!
Era più di una presa in giro: cera il gusto di una sentenza definitiva, uno sfoggio di superiorità.
Non aspettando reazioni, si voltò verso unaltra:
E tu? In qualche ufficio a contare gli spiccioli, sempre a risparmiare su tutto. E non potrai mai concederti quello che sarà il mio stile di vita!
Continuava così, una sentenza dopo laltra, previsioni sempre più cupe. Per alcune era una vita da single in un appartamento modesto, per altre la routine familiare senza carriera. Ogni profezia era punteggiata da battute velenose su aspetto, comportamento o intelligenza.
Le ragazze abbassavano lo sguardo, si scambiavano occhiate tese; qualcuna provava a sorridere, fingendo fosse solo una gag. Eppure era chiaro a tutti: quelle parole bruciavano.
Martina rideva dei loro volti abbattuti, quasi a compiacersi delleffetto. Altri, soprattutto i ragazzi in attesa fuori dal salone, la assecondavano con risatine, per convenienza o per paura di restare esclusi.
Martina interpretava tutto questo come un segnale della propria forza: sembrava davvero capace di decidere i destini altrui.
Dopo il diploma, scelse luniversità in una regione vicina, più per prestigio e apparenza che per una vera passione. Là, pensava, sarebbe stato più facile incontrare il marito giusto: figli di notai, giovani imprenditori, ragazzi da buone famiglie il suo era tutto un mondo da conquistare. In più, aveva lappartamento lasciatole dalla nonna: un vantaggio non da poco per una studentessa.
Allinizio tutto filò liscio. Mise in ordine la casa, si ambientò, frequentò feste ed eventi. Raccoglieva complimenti, sguardi, sentiva di essere di nuovo la protagonista. Bastava solo aspettare: il destino le avrebbe regalato il meglio.
Poi però arrivò lo studio vero. Il programma era duro, le lezioni intensive, i seminari impegnativi. Abituata a ricevere tutto senza fatica, faceva una gran fatica a trovare metodo. Saltava le lezioni, rimandava i compiti, contando su fascino e parlantina per cavarsela.
Ma alla prima sessione desami, la situazione si svelò in tutta la sua durezza. Bocciata su quasi tutti i fronti. I docenti, che inizialmente erano stati gentili, ora erano inflessibili: O ti dai da fare sul serio, o fuori dalluniversità. Per la prima volta nella vita, lautostima di Martina vacillò.
Capì, allora, che linfanzia era finita. Il mondo era più duro e competitivo. Cerano tante altre belle, brillanti, determinate ragazze: lei non spiccava più. Molte, tra le sue coetanee, studiavano, lavoravano, facevano progetti veri. Lei viveva ancora di ricordi e illusioni di grandezza.
Ma invece di rimboccarsi le maniche, scelse una scorciatoia: trovare marito in fretta. Finché sono giovane e bella, si diceva, calcolando quanto le restasse di quellaura che un tempo era stata la Martina.
Più frequenti quindi gli appuntamenti, anche con uomini più adulti. Sempre perfetta, sempre alla ricerca del contatto giusto, parlando spesso di matrimonio, casa, famiglia. Ma più si impegnava ed esagerava, più il suo nervosismo diventava evidente fino a respingere anche chi sarebbe stato interessato.
Uno ci fu, che sembrava promettere bene.
Lui, Riccardo, era il figlio unico di una delle più importanti famiglie di Firenze: amministratori di una catena di cliniche, vivevano alle colline di Fiesole, frequentavano la crema della società. Laureato allestero, lavorava nellazienda di famiglia, uomo deciso.
Non era, forse, bello come un divo del cinema: basso, viso paffuto, un po curvo. Ma Martina ignorava i dettagli: Meglio così, pensava con lui avrò villa, status e libertà economica. Si immaginava già padrona di una grande dimora, eventi mondani, viaggi in tutta Europa.
Agì con strategia. Prima, essere casualmente presente nei luoghi giusti: sapeva che Riccardo frequentava una certa palestra e certi locali allora dellaperitivo. Poi, mostrare la versione migliore di sé: simpatia, battuta pronta, fascino. Cullava ogni gesto, attenta a non sbagliare una mossa.
Col tempo, riuscì a farsi notare, e iniziarono a uscire. Passeggiate, cene, conversazioni. Martina percepì, orgogliosa, il suo interesse. Con calma, lasciava cadere riferimenti a progetti di vita condivisi, parlava dellimportanza della famiglia.
Ma una cosa le era sfuggita: per la famiglia di Riccardo l’origine e la posizione sociale erano fondamentali. I genitori gli avevano già prospettato il futuro: una fidanzata del loro ambiente, con una famiglia di nome e agganci giusti.
Alla prima, timida, allusione di Riccardo su Martina, la madre inarco un sopracciglio:
E questa Martina chi sarebbe? Di che famiglia è?
Riccardo scrollò le spalle:
Una studentessa. I genitori sono normali, di Verona.
Normali?! la madre smorzò la parola con disprezzo. Dovresti ricordare che il nostro nome significa reputazione, relazioni, tradizione. Vuoi che dicano che il figlio dei titolari di cliniche ha sposato una ragazza qualsiasi?
Proteste inutili:
Ma è intelligente, brillante
Di intelligenti sono pieni i bar. Vogliamo una ragazza allaltezza. Non darti grane, ascoltami.
Intanto Martina continuava a sognare: presentazioni ufficiali, la scelta di una nuova casa. Ma un giorno lui la chiamò: Devo parlarti.
Al caffè, Riccardo era teso. Fece fatica a parlare:
I miei non approvano. Dicono che veniamo da mondi diversi.
Un nodo le strinse la gola, ma fece un sorriso forzato:
Questo conta? Ci scegliamo noi!
Per loro conta, sospirò Riccardo. Hanno già scelto la mia futura sposa. Non posso mettermici contro. Scusami.
Martina rimase seduta a lungo, fissando la tazzina vuota. Non pianse. Era rabbia, più che dolore.
Perché?! si chiedeva. Ho fatto tutto bene! Perché è così succube dei genitori? Peccato non sia rimasta incinta! Così sarebbe rimasto per forza
Il peggio venne dopo. In breve, nellambiente dei buoni partiti si diffusero voci sgradevoli: qualcuno disse che Martina puntava solo uomini benestanti, e che aveva usato Riccardo per i suoi soldi. In quel mondo le notizie volavano in fretta.
Così, quando si presentava ad eventi o cene, notava bisbigli, sguardi di traverso, sorrisi finti. Molti uomini che prima sembravano attratti ora erano freddi, distanti. Uno, vedendola in un ristorante, si limitò a un cenno da lontano per poi dileguarsi.
Provava a non darlo a vedere, ma dentro sentiva sempre più forte che la sua reputazione era perduta, e che un matrimonio vantaggioso era ormai un miraggio.
Tornare a Verona non si poteva: significava ammettere la sconfitta. Negli ultimi anni aveva raccontato ai genitori talmente tante storie che non sapeva come spiegare la verità. Ogni telefonata manteneva viva la sua favola: lode alluniversità, lavori part time prestigiosi, un fidanzato in carriera. I genitori la ascoltavano fieri e raccontavano ai parenti le sue imprese. Il solo pensiero di deluderli le spezzava il cuore.
Chiara era lunica a sapere davvero tutto: un giorno, era arrivata in visita senza preavviso e aveva visto la realtà.
Torna a casa, disse un giorno con serietà, qui non cè nulla per te. Dillo ai nostri, basta bugie.
Martina sollevò la testa, asciugò le lacrime e rispose decisa:
Non confesserò mai niente! Combatterò fino allultimo per sistemarmi nel migliore dei modi!
In quel momento ci credeva davvero: bastava volerlo, tutto si sarebbe aggiustato. Continuò a incontrare gente, partecipare a eventi, a coltivare speranze. Ma il tempo passava, il principe azzurro non arrivava mai. Chi si interessava, svaniva presto: le sue pretese erano troppo alte, la voglia di compromessi troppo poca.
Intanto il gruzzoletto lasciatole dalla nonna oltre lappartamento si consumava. In principio Martina stava attenta alle spese; poi, via via, rinunciò al caffè al bar, agli abiti nuovi, allabbonamento in palestra. I conti correvano, le richieste stringevano, e non si poteva più ignorarle.
Una mattina, facendo il bilancio delle poche centinaia di euro rimaste, capì che non poteva più rimandare: serviva un lavoro. Sognava un impiego allaltezza della sua immagine, ma senza laurea e senza esperienza vera tutti le chiudevano le porte.
Così, la regina di un tempo, si trovò commessa in un supermercato. Allinizio fu durissimo. In cassa, sotto lo sguardo giudicante di chi la incontrava, ci si sentiva nuda e vulnerabile. Doveva sorridere e accontentare clienti mai contenti, e ogni volta ripetersi che era soltanto una tappa.
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E proprio ieri mi è arrivato linvito alla rimpatriata della scuola concluse cupa Martina. Devo esserci, capisci? Altrimenti penseranno tutti che ho fallito e che ho vergogna di farmi vedere!
Chiara mise da parte il cucchiaino con cui stava mescolando il tè e la fissò a lungo. Nei suoi occhi cera qualche dubbio, ma senza fretta di giudicare.
Sei sicura che non abbiano già scoperto tutto e invitino solo per ridere di te? chiese pacata. Forse vogliono vendicarsi per quelle vecchie parole. Ricordi la sera del diploma?
Martina scattò in piedi, il viso arrossato:
Sciocchezze! sbottò. Nessuno sa niente, mi nascondo bene. Devo solo arrivare lì da protagonista e mostrare a tutti chi comanda!
Chiara si appoggiò allo schienale della sedia, tamburellando le dita sul bordo della tazza, pensierosa. Cosa cera davvero dietro quellinvito? Nessuno, tra le ex compagne, dovrebbe esser impaziente di rivedere chi le aveva umiliate ricevendo profezie crudeli.
Ma non disse nulla. Aveva imparato a non imporre le proprie idee: Martina aveva sempre voluto fare di testa propria, le conseguenze sarebbero state sue.
Va bene annuì infine. Se hai deciso, vai pure. Solo rifletti su cosa potresti trovarti di fronte.
E cosa dovrei temere? mormorò Martina. Mi preparerò: abito giusto, capelli perfetti Nessuno sospetterà che le cose mi stanno andando storte.
Daccordo. Se ti serve una mano con vestito o acconciatura, sono qui. Ti aiuterò.
Martina si rilassò di colpo, come avesse aspettato solo quello.
Grazie, davvero. Ho tanto bisogno del tuo parere. Voglio essere perfetta, che nessuno immagini che dentro, in realtà, sto a pezzi.
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Martina uscì precipitosamente dal ristorante, gli occhi bagnati di lacrime. Laria fredda della sera le sferzò il viso acceso, ma non ci fece caso la portavano via le gambe, senza una meta, lontano da quel posto dove appena mezzora prima aveva tentato di sembrare ciò che non era. Chiara aveva ragione Non avrei dovuto venire!
Eppure, allinizio, pareva un successo. Non appena entrata nella sala addobbata, tutti avevano puntato gli occhi su di lei. Ogni gesto pianificato: il passo lento, il sorriso misurato, lo sguardo distratto allorologio. Tutto doveva mettere in mostra una vita colma dimpegni e successi.
Si aggregò a chi la conosceva meno, e partì: il marito imprenditore in trasferta a Berlino; villa con giardino di rose in fiore anche dinverno; viaggi regolari in Costa Azzurra o alle isole greche. Martina si lasciò prendere dalla sua favola, senza accorgersi degli sguardi di scherno, delle risatine trattenute, dei mormorii delle ex compagne.
Si sentiva di nuovo una regina, finché la voce di un ex compagno, che a malapena ricordava, la fece piombare a terra:
Ma lo sapete che ho visto Martina qualche settimana fa e la sua vita mi pareva molto diversa da quella storia qui.
Un silenzio improvviso calò sulla sala. Martina provò a sorridere: la bocca le tremava.
Anche io, aggiunse una ragazza anzi guarda che foto! e mostrò lo schermo. Qualcuno collegò il telefono, e proiettarono immagini ben diverse dal racconto di Martina.
Ecco lei, dietro la cassa, che sorride forzata a una clientela nervosa, in divisa e col cartellino. Eccola che fa la spesa cercando prodotti in saldo, calcola quanto può spendere. E ancora, mentre sale su un autobus stringendo borse della spesa. Lultima, la più dolorosa: trascina borse pesanti sulluscio scrostato di una vecchia palazzina, lappartamento della nonna trasformato in piccolo rifugio.
Risate in sala. Timide e poi sempre più nette. Altro che villa!, Chissà che lavoro fa il marito imprenditore
Martina rimase inchiodata: non cera nulla di male nel vivere come molti altri, ma pochi minuti prima aveva ostentato una vita lussuosa, ormai illudendosi pure lei. Quelle foto spazzavano via la menzogna costruita con fatica.
Senza aspettare domande o sguardi, si voltò e fuggì fuori. Alle sue spalle qualcuno gridava, chiamava, rideva ancora più forte. Solo laria gelida e le sue lacrime tardavano a uscire, mentre cercava una panchina dove mettere ordine alle idee e ritrovare un po di fiato.
Non vide neppure luomo che le venne incontro e le sfiorò la spalla. Barcollò, mancò poco che cadesse.
Sta bene? chiese una voce di uomo, premurosa come ormai non sentiva da anni. Quel tono sincero la fece fermare, sorpresa.
Alzò gli occhi: vide un volto comune, giacca senza pretese, una busta della spesa in mano. Ma in quello sguardo tutta la comprensione del mondo. Le ultime difese cedettero.
No, sussurrò, sentendo le lacrime tornare. Il mio fidanzato mi ha lasciata proprio prima delle nozze
Ma questa volta, la vita non aveva proprio ancora finito di insegnarle qualcosa.



