Allora, ascolta che storia ti racconto
Cera una volta in pieno inverno, quando il freddo era davvero insopportabile, qualcosa tipo -35°C, pensa te! Giuseppe Moretti che tutti chiamano affettuosamente Beppe il Vecchio stava tornando a casa dopo una notte massacrante in fabbrica. Era infuriato con sé stesso perché aveva dimenticato il termos con il caffè bollente a casa (classico!), e mancavano ancora tre chilometri alla sua cascina a Bosco Fiorito, su una stradina ghiacciata e innevata che tagliava per il boschetto.
Quella mattina imboccava lo stesso sentiero di sempre, passando vicino alla vecchia cava, ormai abbandonata da decenni. Un posto dove ormai non si vede mai nessuno. Ma ad un tratto gli parve di sentire un flebile piagnucolio, così lieve che pensò di averlo solo immaginato.
Si fermò, ascoltò il silenzio gelido. Solo il vento che scuoteva i rami dei pini e le sue scarpe che scricchiolavano sulla neve. Riprese a camminare, e di nuovo, quel suono sottile, spezzato, che a tratti si perdeva tra le folate.
Mannaggia mormorò, prendendo una deviazione verso la fonte di quel lamento.
E fu vicino a un vecchio container per gli attrezzi, praticamente inghiottito dalla neve, che Beppe vide ciò che davvero gli smosse lanima. Lì, in una piccola buca scavata nella neve sicuramente da lei stessa cera una cagnolina stremata. Tremava tutta, stretta intorno a due minuscoli cuccioli.
Quando la cagnolina alzò gli occhi verso di lui, nelle sue pupille cerano solo disperazione e una muta supplica. Non tentò di scappare, né di ringhiare. Fissava Giuseppe come a dire: Aiutaci. Non per me. Per loro.
Madonna santa sussurrò Beppe, accovacciandosi vicino a loro. Chi ti ha lasciato qui così sola, povera anima?
Dal suo aspetto si vedeva che era abituata a una casa, alle coccole di qualcuno. Era pelle e ossa, il pelo tutto infeltrito, gli occhi spenti dal freddo e dalla fame. Eppure, non si staccava dai suoi cuccioli neanche per un secondo.
Beppe allungò la mano piano piano. Lei la annusò, guaì debolmente, ma rimase dove stava. Si fidava. E questa fiducia lo colpì molto più di qualsiasi rimprovero.
Come sei finita qui? le sussurrò accarezzandole la testa gelida. Da quanto tempo stai così?
Bastava osservare la neve intorno per capire che erano giorni che giaceva lì. Forse già da una settimana. Aveva scavato quella buca profonda per riparare i piccoli dal vento, li aveva scaldati come poteva col suo corpo, ormai quasi esanime. E aveva semplicemente aspettato. Chissà, forse sperando in un piccolo miracolo.
Così Beppe si tolse il vecchio giaccone imbottito e ci avvolse amorevolmente uno dei cuccioli, poi laltro. Piangevano piano, e quello era già un buon segno: cera ancora una speranza.
E tu come stai, mamma? le chiese con dolcezza.
Lei, che decise di chiamare Tiziana lì per lì, sembrava aver capito. Si alzò piano, con fatica, e fece un passo vicino a lui. Un passo di fiducia, di speranza.
Forza, torniamo a casa le disse Beppe. Tra poco starete al caldo.
La strada verso il paese fu una vera odissea: i cuccioli si scaldavano dentro al giaccone, Tiziana lo seguiva lenta lenta, quasi crollando a ogni passo, e il freddo non dava tregua. Ogni cento metri si fermava, laspettava, le carezzava la testa: Forza bella, ormai manca poco.
Proprio di fronte allingresso della cascina, Tiziana si accasciò sulla neve. Non si rialzava più. Beppe capì che aveva dato tutto per portare in salvo i suoi piccoli, e ora finalmente poteva lasciarsi andare.
Non ci provare nemmeno, a mollare! le disse deciso, prendendola in braccio.
Una volta entrati in casa, al tepore della stufa, lei lo guardò con tale gratitudine che a Beppe quasi tremarono le gambe.
Tiziana ti chiamerai così. E i piccoli? Quelli li nominiamo con calma.
Nei tre giorni seguenti, Beppe non si mosse da casa, dicendo a lavoro che era malato che in fondo non era nemmeno lontano dalla verità. Gli doleva il cuore per questa strana famiglia.
Tiziana non mangiava nulla, solo qualche sorso di latte caldo. Sapeva bene che dopo tanta fame, forzarla sarebbe stato pericoloso. Così, le dava piccole cucchiaiate alla volta, come si fa con un bambino.
Su, ancora un pochino per loro, dai.
E lei assaggiava, perché aveva capito che da quelluomo si poteva fidare ciecamente.
Il quarto giorno accadde quasi un miracolo: finalmente Tiziana si avvicinò autonomamente alla ciotola e mangiò da sola un po. I cuccioli, sentendo lodore del cibo, iniziarono a guaire con energia e fame.
Bravi! gioì Beppe, come se fossero suoi figli. Ecco che si ricomincia a vivere!
Decise i nomi per i piccoli: Dino e Gino. Dino era il più grande e giocherellone, Gino il più docile. Crescevano a vista docchio, giorno dopo giorno.
I vicini, subito, non la presero proprio bene:
Ma sei impazzito Beppe? Tre cani in casa e del tuo taglio?! borbottavano.
Lui si faceva una risata e basta. Non stava certo lì a spiegare a tutti che quei tre cani in realtà avevano salvato lui. Da quando era rimasto vedovo, la casa era vuota e silenziosa. Ora, invece, tra abbai, guaiti e corse per il cortile, la vita era tornata.
Tiziana si rivelò una cagna duna intelligenza pazzesca: bastava uno sguardo per capire cosa volesse Beppe. La mattina gli portava le ciabatte, la sera lo aspettava al cancello. E soprattutto, si ricordava sempre chi laveva salvata.
Ogni mattina, Tiziana si sedeva di fianco a lui, gli posava una zampa sulla mano e lo fissava negli occhi, come per dirgli grazie.
Ma piantala, borbottava Beppe, anche se con la voce tremante. Sei tu che hai dato tanto a me
Dino e Gino, intanto, diventavano grandi. Scalmanati, rovesciavano tutto, si rubavano le pantofole e la crosta del pane dalla tavola, sempre a scatenarsi come bambini. E Tiziana, da chioccia premurosa, li sorvegliava amorevolmente.
Arrivata lestate, il fratello di Beppe venne a trovarlo dalla città. Dopo aver visto la tribù pelosa, scosse la testa: Ma uno almeno lo potevi dare via! Tre da sfamare non sono mica pochi
Beppe si limitò a rispondere: Tu separeresti una mamma dai suoi figli?
E lì, silenzio.
Poi, una mattina dautunno, successe una cosa che chiarì tutto. Beppe era fuori a sistemare lorto, quando sentì il latrato preoccupato di Tiziana. Uscì e trovò davanti al cancello un uomo mai visto, con un piumino costoso, e accanto a lui un bambino di circa dieci anni.
Serve qualcosa? domandò Beppe.
Ecco balbettò luomo. Mio figlio dice che quella cagna lì è la nostra. Labbiamo persa linverno scorso
Beppe guardò Tiziana. Lei si strinse a lui, tremando. Non era il freddo, era paura.
Luna! chiamò il ragazzino. Luna, vieni!
Tiziana si infilò ancora di più tra le gambe di Beppe. Lui capì subito come stavano le cose: non era che lavevano persa, lavevano abbandonata, incinta, quando cominciava il freddo.
Guardi, questa non è la vostra, rispose serio. Lei qui si chiama Tiziana.
Ma come! iniziò a protestare luomo. Abbiamo pure i documenti!
I documenti di cosa, scusi? Del cane che avete lasciato al gelo, che ha partorito in una buca e che stava morendo insieme ai suoi cuccioli?
Luomo diventò rosso, il bambino iniziò a piangere, ma Beppe non cedette: Andatevene e non tornate.
Quando se ne furono andati, Tiziana per lunghi minuti gli leccò le mani. Poi condusse da lui Dino e Gino ormai due giovani cani in splendida forma. Si misero tutti vicini, seduti, e lo guardavano pieni di devozione.
Allora, sorrise Beppe abbracciandoli tutti. Siamo una famiglia, eh?
In quellattimo capì davvero tutto: aveva salvato loro, ma in realtà si era salvato lui. Dalla solitudine, dal vuoto, da una vita che non era più davvero vita.
Ora, ogni mattina la casa si riempiva di guaiti di gioia, la sera con quei tre raggomitolati vicino ai suoi piedi. Era tornato lamore. Quello vero, sincero, incrollabile. Quello di un cane.
E a volte, guardando mentre Tiziana sonnecchiava serena con i suoi figli ormai cresciuti, Beppe pensava: Meno male che quel giorno ho ascoltato quel piccolo lamento. Meno male che mi sono fermato.
Perché a volte, salvare qualcuno, salva anche te stesso.



