13 gennaio
Stamattina, mentre tornavo a casa dopo il turno di notte, mi sono ritrovato a maledire la mia sbadataggine: ho dimenticato la fiaschetta del caffè bollente sul tavolo di cucina. Un freddo dinverno che ti entra nelle ossa, sarà stato almeno meno trenta, e davanti a me ancora tre chilometri da fare nella neve, attraversando la pineta che porta a Villafigliola.
Il sentiero lo conosco come le mie tasche: passa accanto alla vecchia cava di sabbia abbandonata, che ormai ricordano in pochi. Raramente si vede anima viva da queste parti. E forse è proprio per questo che quando ho sentito un miagolio flebile allaltezza della roulotte arrugginita quella che usavano i muratori, ormai diroccata e quasi inghiottita dalla neve mi sono fermato come incantato. Allinizio ho pensato fosse uno scherzo della mia stanchezza, una suggestione portata dal vento che urlava tra i rami. Poi di nuovo quel verso, sottile e sofferente, che spuntava fuori tra le raffiche.
Muschio maledetto, mi sono detto sottovoce, poi ho abbandonato il sentiero e mi sono fatto largo tra i cumuli di neve.
Quello che mi sono trovato davanti mi ha stretto lo stomaco. Dentro una buca scavata proprio accanto alla vecchia roulotte, cera una cagnolina sfinita. Tutto il corpo tremava, stringeva a sé due piccoli cuccioli, cercando col calore le forze che ormai le mancavano. Mi sono chinato. Ho incontrato i suoi occhi: smarriti, colmi di una supplica che non dimenticherò mai. Non si è spostata, non ha ringhiato. Solo silenzio e fiducia.
Povera creatura, chi ti ha lasciata quaggiù? le ho sussurrato accarezzandole la testa infreddolita.
La pelliccia era diventata un unico groviglio, le costole sporgevano. Eppure, nonostante tutto, la cagnolina non lasciava i suoi piccoli nemmeno per un secondo.
Mi sono inginocchiato, le ho allungato una mano. Lei ha annusato alla svelta, appena un piccolo guaito, poi niente. Si è abbandonata a me, fidandosi completamente, e questo gesto mi ha commosso più di mille parole.
Dove sei stata fino ad ora? Quanto hai resistito così? ho continuato, piano.
Dalla neve capivo che non era lì da un giorno e basta. Forse addirittura da una settimana. Aveva scavato una tana profonda, proteggendo i cuccioli dal vento, scaldandoli con quel che poteva del suo stesso corpo. La resistenza della madre è una forza che non smette mai di stupirmi.
Senza pensarci troppo, ho tolto la giacca di lana, ormai consunta, e ci ho avvolto dentro prima un cucciolo, poi laltro, uno che guaiva e laltro che si dimenava, e già questo mi ha dato speranza.
E tu, mamma, che vuoi fare? ho chiesto guardandola.
Lei ha capito, sembrava. Si è alzata a fatica, un passo dopo laltro verso di me. Un passo di fiducia, di speranza vera.
Dai, seguiamoci, ti porto a casa. Lì sarà caldo.
Il ritorno a casa si è trasformato in una marcia faticosissima: i piccoli nascosti sotto il cappotto, la cagna la chiamerò Giulia veniva dietro, quasi trascinandosi. Ogni tanto mi fermavo, la aspettavo, le accarezzavo la testa e sussurravo: forza, ragazza, manca poco.
Arrivati quasi davanti al portone, Giulia si è lasciata cadere. Non poteva andare oltre. Aveva dato il tutto per tutto per portarli in salvo e ora poteva cedere anche lei.
Non darti per vinta, le ho detto rimproverandola, e lho sollevata tra le braccia.
Appena entrati in casa, lei mi ha regalato uno sguardo così grato che sono dovuto rimanere seduto per qualche istante, gambe molli.
Giulia così ti chiamerò. Per i nomi dei piccoli ci penseremo.
I tre giorni successivi non ho rimesso piede al lavoro. Ho detto di avere linfluenza, e la verità non si allontanava molto: il cuore mi doleva per quella improvvisata famiglia che mi occupava la cucina.
Giulia non mangiava niente. Solo latte caldo, e sempre accanto ai suoi figli. Sapevo bene che dopo tanto digiuno intingerle la ciotola non bastava. Ogni ora la imboccavo con il cucchiaino, come si fa con i bambini.
Mangia ancora un po. Fallo per loro.
E lei lo faceva, perché sapeva di potersi fidare.
Il miracolo allalba del quarto giorno: Giulia è andata da sola verso la ciotola e ha mangiato. Poco, ma da sola. I cuccioli hanno guaito forte, reclamando cibo e attenzioni.
Bravi, siete forti, ragazzi miei, mi sono messo a ridere.
Ho dato i nomi: Peppino, il più grande e vivace; e Briciola, piccolo e tranquillo. Crescevano a vista docchio.
I vicini scuotevano la testa:
Ma sei fuori, Ernesto? Tre cani, e mica piccoli!
Lasciavo parlare. Nessuno doveva sapere che quei cani avevano salvato proprio me. Da quando era morta mia moglie, tre anni fa, la casa sembrava una tomba. Ora di nuovo si rideva, anche se erano latrati.
Giulia si è rivelata speciale, sembrava leggermi nella mente. Mi svegliava la mattina, mi aspettava la sera dietro il cancello. E ogni giorno, quando uscivo, mi posava la zampa sulla mano, con quello sguardo che sembrava dire grazie.
Ma va, sono io che dovrei ringraziare te, borbottavo, e mi tremava la voce.
Peppino e Briciola intanto facevano di tutto: scorrazzavano, mordicchiavano le ciabatte, facevano i monelli. Giulia li sorvegliava con severità e tanto amore.
Destate è venuto a trovarmi mio fratello da Napoli. Ha visto la banda e ci ha pensato un po:
Almeno uno potresti darlo via. Tre cani sono una bella spesa
Ho scrollato la testa:
Tu separeresti una mamma dai suoi figli?
Non ha più ribattuto.
In autunno, poi, è successa una cosa che ha fatto chiarezza su tutto. Stavo lavorando nellorto quando ho sentito Giulia abbaiare forte. Affacciato, ho visto un uomo elegante con un ragazzino vicino al cancello.
Che volete? ho chiesto.
Sa, mio figlio pensa che questa sia la nostra cagna. Era scappata questinverno
Ho guardato Giulia: si stringeva a me, tremava tutt’altra cosa che freddo.
Stella! ha chiamato il bambino. Stella, vieni qui!
Giulia invece si è incollata alle mie gambe. Ho capito: loro erano quelli che lavevano abbandonata, incinta sotto la neve.
Questa non è la vostra cagna, ho detto deciso. Lei si chiama Giulia.
Guardi che abbiamo i documenti! ha protestato luomo.
Documenti? ho chiesto. Sulla cagna che avete buttato via, incinta, condannandola a morte?
Il tipo è diventato rosso, il bambino si è messo a piangere. Ho chiuso il cancello senza dire altro.
Dopo che se ne sono andati, Giulia mi ha leccato le mani a lungo, Peppino e Briciola le sono corsi accanto. Li ho abbracciati tutti e tre.
Siamo una famiglia, vero?
E lì ho capito: salvandoli, mi ero salvato anchio. Dalla solitudine, dal vuoto, dalla semplice esistenza che chiamavo vita.
Ora ogni mattina inizia con le feste e la sera si chiude coi loro respiri caldi ai miei piedi. In casa regna di nuovo lamore, fedele e gratuito.
Quando guardo Giulia che dorme insieme ai piccoli ormai cresciuti, penso che se in quel gelo non mi fossi fermato, oggi sarei un uomo più povero. A volte il destino da salvare è quello che ti passa tra le mani senza clamore: salvi qualcuno e in fondo, vieni salvato anche tu.




