**Senza Morali: Storia di Messaggi tra un Nonno e un Nipote, Tra Lezioni di Vita Non Detto, Ricordi …

Senza consigli

A Silvia arrivò un messaggio in chat, una foto di un foglio a quadretti. Penna blu, scrittura ordinata e inclinata, firma in fondo: Il tuo nonno, Nicola. Accanto, una nota breve della mamma: Adesso scrive così. Se non vuoi, non devi per forza rispondere.

Silvia scorse la foto, ingrandì per leggere meglio le righe.

Ciao Silvietta,

Ti scrivo dalla cucina. Qui ho fatto amicizia con il glucometro. Mi sgrida ogni mattina se mangio troppo pane. Il medico mi ha detto di camminare di più, ma dove vado a passeggiare se i miei amici stanno ormai tutti al cimitero e tu sei nella tua Milano. Così passeggio con la memoria.

Oggi, per esempio, mi sono ricordato del 1979, quando io e gli amici scaricavamo i vagoni alla stazione. Ci pagavano due lire, ma si poteva rubacchiare qualche cassa di mele. Le casse erano di legno, con le maniglie di ferro. Le mele verdi, aspre, però feste. Ce le mangiavamo lì, seduti sui sacchi di cemento, le mani grigie, le unghie nere di polvere, i denti che scricchiolavano per via della sabbia. Ma avevano sempre un buon sapore.

Ti racconto questo, ma non per insegnarti nulla. Sono solo ricordi. Tu la tua vita te la vivi, io faccio le analisi.

Se vuoi, raccontami comè il tempo lì e come va con gli esami.

Il tuo nonno Nicola.

Silvia si fece una risata. Glucometro, analisi del sangue. Sotto la foto, cera: Inviato unora fa. Aveva già provato a chiamare la mamma, nessuna risposta. Allora forse davvero adesso va così.

Scrollando il chat, vide che lultimo messaggio del nonno era dellanno prima: brevi auguri vocali e un come va a scuola. Allepoca aveva risposto solo con una faccina. E poi era sparita.

Ora fissò la foto del foglio a lungo, poi aprì la finestra per rispondere.

Ciao nonno. Qui fa tre gradi e piove. Gli esami sono vicini. Le mele stanno a quasi tre euro al chilo. Non ne va tanto bene con loro.

Silvia.

Pensó un attimo, cancellò Silvia, scrisse Tua nipote Silvia. e inviò.

Dopo qualche giorno, la mamma girò una nuova foto.

Silvietta, buon pomeriggio.

Ho letto la tua lettera tre volte, così ho deciso di risponderti per bene. Qui da noi il tempo è come da te, solo che non abbiamo le tue pozzanghere moderne. Al mattino nevica, a pranzo piove, la sera si gela. Per poco non sono scivolato già due volte, ma mi sa che il momento deve ancora arrivare.

Parliamo di mele? Ti racconto il mio primo lavoro serio. Avevo ventanni, lavoravo in fabbrica a fare pezzi per ascensori. Un rumore continuo, polvere dappertutto. Portavo dei pantaloni grigi che non tornavano mai puliti, lavando anche cento volte. Le dita sempre con i calli, le unghie nere dolio. Ma ero fiero del mio tesserino, del passare dallentrata dei grandi.

La paga non era niente, la vera gioia era la mensa. Una zuppa di minestrone calda in piatti pesanti e, se arrivavi presto, potevi acchiappare una fetta di pane in più. Noi ragazzi sedevamo insieme, ma muti. Non era che non avevamo niente da dire, era che non avevamo la forza. Il cucchiaio pesava quanto una chiave inglese.

Magari tu ora starai smanettando al portatile e ti sembrerà roba darcheologia. Ma io mi chiedo: ero felice o troppo preso per chiedermelo?

Che fai lì a parte studiare? Poco lavoro, o lì ormai fanno solo start-up?

Nonno Nicola.

Silvia lesse la lettera mentre era in fila per un kebab. Intorno, discussioni, voci, pubblicità a tutto volume. Si ritrovò a rileggere la parte sulla mensa e sui piatti pesanti.

Rispose subito, in piedi contro il bancone.

Ciao nonno.

Faccio la rider. Porto cibo, a volte documenti. Niente badge, solo unapp che ogni tanto crasha. Anche io, a volte, mangio per strada. Non rubo, mangio per non tornare a casa. Quello che trovo, in macchina da amici o sul pianerottolo. Anche io in silenzio.

Felice? Non so, nemmeno io ho il tempo di pensarci.

La zuppa nella mensa, quella suona bene.

Tua nipote Silvia.

Avrebbe voluto aggiungere qualcosa sugli start-up, ma le sembrava troppo da spiegare. Che fosse il nonno a immaginare.

La lettera successiva fu insolitamente breve.

Ciao Silvietta.

Fare la rider è dura. Ora ti vedo diversa, non più ragazzina con il computer ma persona vera che corre ovunque in scarpe da ginnastica.

Già che mi hai raccontato il lavoro, ti racconto quando per tirare avanti facevo il manovale edile, tra un turno e laltro in fabbrica. Portavamo mattoni al quinto piano su scale di legno. La polvere ti entrava dappertutto. La sera, mi toglievo le scarpe e ci trovavo mezzo cantiere. Tua nonna si lamentava che le rovinavo il pavimento.

Eppure non ricordo la stanchezza, ma una scena. In cantiere cera un tizio, lo chiamavamo il Romano. Arrivava prima di tutti, seduto su un secchio capovolto, sbucciava patate con il coltello e le buttava in una vecchia pentola. A pranzo metteva la pentola sulla piastra e tutto il piano sapeva di patate bollite. Le mangiavamo con le mani, sale da un cartoccio. E mi sembrava il miglior pasto del mondo.

Adesso guardo il sacchetto delle patate del supermercato e penso che non sono più quelle. Magari non è colpa della patata, ma delletà.

E tu, quando sei stanca, che mangi? Non da asporto, ma qualcosa di vero.

Nonno Nicola.

Silvia rimandò la risposta. Pensava a cosa intendesse qualcosa di vero. Le venne in mente la notte, dinverno, dopo dodici ore di lavoro: aveva comprato dei tortellini allalimentari h24, li aveva buttati nella pentola sgangherata della cucina comune, dove prima avevano cotto wurstel. Si erano spappolati, brodo torbido, ma lei li aveva mangiati tutti, in piedi davanti alla finestra, perché il tavolo non cera.

Dopo due giorni scrisse.

Ciao nonno.

Quando sono sfinita di solito mi faccio due o tre uova in padella, qualche volta con la mortadella se cè. La padella è vecchia ma frigge ancora. In stanza non cè un Romano, ma il vicino fa bruciare tutto e impreca.

Parli spesso di cibo. Avevi fame allora, o ce lhai adesso?

Tua nipote Silvia.

Appena inviato, si pentì dellultima domanda. Sembrava brusca, ma ormai laveva mandata.

La risposta arrivò più in fretta del solito.

Silvietta,

Bella domanda, quella sulla fame. Da giovane avevo sempre fame. Non solo di tortellini o patate: volevo una moto, scarpe nuove, una stanza tutta mia, per non sentire tossire mio padre la notte. Volevo che mi rispettassero. Entrare in negozio senza contare gli spiccioli, che le ragazze mi guardassero e non passassero oltre.

Ora mangio bene, anche troppo, dice il dottore. Scrivo di cibo perché è concreto, lo tocchi e lo ricordi. Il sapore del brodo si racconta meglio della vergogna.

Vabbè, visto che hai chiesto, ti lascio una storia. Senza morali, come piace a te.

Avevo ventitré anni. Già stavo insieme alla tua futura nonna, ma tra di noi era tutto incerto. In fabbrica cercavano gente per andare su al Nord, vicino Belluno. Pagavano bene, con due anni mettevi via i soldi per una macchina. Io ci pensavo già: torno, mi compro una FIAT e porto la tua nonna a spasso.

Peccato che la nonna non voleva venire. Aveva la mamma malata, il lavoro, le amiche. Disse che non avrebbe retto il freddo e il buio di là. Io le risposi che mi tirava giù. Che se mi amava mi doveva sostenere. Lho detto anche peggio, ma te lo risparmio.

Alla fine sono partito da solo. Dopo sei mesi non ci scrivevamo più. Tornai due anni dopo, soldi e macchina, ma lei si era già sposata con un altro. Da allora ho raccontato a tutti che mi aveva tradito. Che tutto per lei, e lei

Ma la verità è che ho scelto i soldi e il ferro invece di una persona. E ho continuato a raccontarmi che era andata così per forza.

Ecco, avevo fame, sì.

Tu mi chiedi che sentivo. Credo che allepoca mi sentivo forte e nel giusto. Poi, per anni, ho fatto finta di non sentire più niente.

Se non vuoi rispondere, non rispondere. Lo capisco se i racconti di uno vecchio ora ti danno fastidio.

Nonno Nicola.

Silvia rilesse varie volte. La parola vergogna la aveva agganciata come un amo. Cercava tra le righe una scusa, ma il nonno non gliene dava.

Aperto il nuovo messaggio, scrisse Ti sei pentito?, poi cancellò. E se fossi rimasto?. Cancellò anche quello. Alla fine mandò tuttaltro.

Ciao nonno.

Grazie che me lhai scritto. Non so che rispondere. Da noi in famiglia di nonna si parla come se fosse sempre stata solo la nonna, punto.

Non ti giudico. Anchio ho scelto di lavorare invece di stare con una persona. Avevo una ragazza, proprio quando ho iniziato a fare la rider. Mi davano turni buoni, lavoravo sempre. Lei diceva che non ci vedevamo mai, che stavo sempre al telefono, che ero stanca e nervosa. Le dicevo di avere pazienza, che poi sarebbe stato tutto più facile.

Poi un giorno lei si è stancata. E io le ho detto che erano affari suoi. E anche io, te lo assicuro, non sono stato gentile.

Adesso, quando alle undici torno in stanza e mi faccio due uova, ogni tanto penso che ho scelto i soldi e le consegne invece di qualcuno. E anche io, faccio finta che era la scelta giusta.

Forse è di famiglia.

Silvia.

La nuova lettera del nonno non era più su foglio a quadretti, ma in un quaderno a righe. La mamma in vocale spiegò che il quaderno era finito.

Silvietta.

Di famiglia hai detto bene. Qui si dà sempre la colpa ai parenti. Beve perché il nonno beveva. Urla perché la nonna era severa. Ma in realtà ogni volta scegliamo noi, e a volte è più facile raccontare che è colpa del sangue.

Quando tornai dal Nord, pensavo di aver rifatto la mia vita. Avevo lauto, una stanza in condivisione, qualche soldo in tasca. Ma la sera mi sedevo sul letto e non sapevo che farci. Gli amici erano andati, il caposquadra cambiato, a casa solo polvere e la radio.

Una volta sono andato sotto casa della nonna-che-non-è-stata-nonna. Ho guardato le finestre, una illuminata, una buia. Son rimasto lì finché ho gelato. A un certo punto lho vista uscire col passeggino. Accanto il marito, la teneva per il braccio. Parlavano, ridevano. Mi sono nascosto dietro un albero, come un ragazzino. Li ho guardati finché non sono spariti dietro langolo.

È stata la prima volta che ho capito che nessuno mi aveva tradito. Ognuno ha fatto la sua strada. Solo che riuscire a dirselo ci ho messo dieci anni.

Mi scrivi che hai scelto il lavoro invece della ragazza. Forse non era il lavoro, ma te stessa che avevi scelto. Magari ora è più importante sistemarti tu, che andare al cinema. Non è giusto né sbagliato. È un fatto.

La cosa più difficile è avere il coraggio di dire allaltro: Ora per me conta più questa cosa che tu. Invece inventiamo scuse e poi ci restiamo male tutti.

Non te lo dico per farti tornare da lei. Non so se dovresti nemmeno. Ma magari un giorno ti troverai anche tu sotto una finestra e capirai che valeva la pena essere più sinceri.

Il tuo vecchio nonno Nicola.

Silvia era seduta sul davanzale del corridoio del residence, il telefono le scaldava la mano. Fuori passavano macchine fra le pozzanghere, qualcuno fumava sullingresso. Dalla stanza accanto musica e bassi contro la parete.

A lungo pensò cosa rispondere. Si ricordò di quando stava sotto la finestra dellex ragazza che non rispondeva più. Guardava le tende, la luce. Pensava che forse, se lei avesse aperto anche solo una volta, lavrebbe vista. Não li successe.

Scrisse.

Ciao nonno.

Anche io sono stato sotto una finestra. Mi sono nascosta quando li ho visti uscire lei con una busta, lui uno zaino. Ridevano. Allora ho pensato che ero stato cancellato. Oggi, leggendo te, penso che forse sono stato io ad andarmene.

Tu dici che lhai capito dopo dieci anni. Spero di metterci meno.

Non la vado a cercare. Forse smetterò solo di fingere che mi è indifferente.

Tua nipote Silvia.

La lettera dopo non era più di sentimenti.

Silvietta.

Mi avevi chiesto dei soldi e non avevo risposto, perché non sapevo come. Ci provo.

Nella nostra famiglia i soldi sono come il tempo: se ne parla solo quando va male o quando arriva qualche soldino in più. Tuo padre da piccolo una volta mi chiese quanto prendevo di stipendio. Avevo fatto qualche straordinario, gli sparai un numero. Sgranò gli occhi: Allora sei ricco!. E io a riderci su, a minimizzare.

Passarono due anni e fummo licenziati. Lo stipendio dimezzato. Tuo padre mi chiese di nuovo quanto prendevo. Gli dissi la cifra, lui: Ma perché così poco? Lavori meno?. Io mi arrabbiai. Gli dissi che non capiva niente, che era ingrato. Ma lui cercava solo di fare mente locale.

Poi per anni ho pensato a quella scena. Lì ho insegnato a tuo padre a non chiedermi mai più dei soldi. E davvero poi non chiese più nulla. Lavoricchiava, si arrangiava. E io speravo che capisse da solo quanto era dura.

Con te questa strada non la voglio rifare. Ti dico le cose chiare. La mia pensione è piccola, ma per le medicine e da mangiare basta. Non arriverò mai a comprare unaltra macchina, ma nemmeno interessa. Ora metto via i soldi solo per una dentiera nuova, che i denti vecchi non ce la fanno più.

E tu, come te la cavi? Non ti chiedo per passarti soldi o farti i pacchi calze. Solo per sapere se stai bene, se non dormi per terra e non resti senza mangiare.

Se ti imbarazza, puoi scrivermi solo tutto ok, basta.

Nonno Nicola.

Silvia sentì una stretta dentro. Si ricordò di quando da bambina chiedeva al padre quanto guadagnasse e lui la buttava sullo scherzo o cambiava discorso. Così, era cresciuta col senso che i soldi sono una vergogna.

Rilesse a lungo, poi digitò.

Ciao nonno.

Non sto senza mangiare e non dormo per terra. Un letto ce lho, anche con materasso, non il migliore ma va. Affitto e pago da sola, così mi sono messa daccordo con papà. A volte pago in ritardo, ma nessuno mi ha ancora buttato fuori.

Da mangiare basta, finché non spreco. Se sono a corto, faccio più turni, poi cammino come uno zombie. Ma è una mia scelta.

Un po mi dispiace che tu mi chieda e io non riesco a chiederti: e tu come te la cavi?, dato che hai già risposto.

Forse mi sarebbe più facile se mi scrivessi solo: Sto bene, senza spiegazioni. Ma capisco che sono io ad essere cresciuta tra adulti che non raccontavano nulla.

Grazie che mi hai parlato di soldi.

Silvia.

Girò il telefono tra le mani, poi mandò un altro messaggio:

Se mai volessi comprare qualcosa e la pensione non bastasse, dimmelo. Non prometto di potertelo comprare, ma almeno lo so.

E inviò, prima di cambiare idea.

La risposta del nonno fu la più incerta di tutte. Lettere che zoppicavano, righe storte.

Silvietta.

Ho letto il tuo messaggio sul se non basta. Avevo pensato di rispondere che non mi serve nulla, che ho tutto, che ormai mi mancano solo le pillole. Poi di scherzare, che se proprio dovessi volere qualcosa, ti chiederei una moto nuova.

Ma alla fine ho capito che ho passato la vita a far finta di essere un omone che non ha mai bisogno daiuto. E ora mi ritrovo vecchio senza riuscire a chiedere aiuto nemmeno per una sciocchezza.

Quindi ti dico così. Se mai dovessi davvero aver bisogno di qualcosa che non posso permettermi, cercherò di non far finta che non ci sia. Per ora, mi bastano tè, pane, medicine e le tue lettere. Non è retorica, sto proprio facendo lelenco.

Sai, pensavo di essere diverso da te. Tu sempre co ste… come si chiamano… app, io con la mia radio. Ma ora leggo quello che scrivi e capisco che abbiamo molto in comune. Nessuno dei due ama chiedere aiuto. Facciamo tutti e due finta che non ci importa, quando non è vero.

Visto che siamo sinceri, ti racconto anche una cosa che in famiglia nessuno dice. Non so che ne penserai.

Quando nacque tuo padre, non ero pronto. Avevo appena trovato lavoro, una stanza tutta nostra, pensavo che ora iniziava la vita. E invece, un bambino: pianti, pannolini, notti in bianco. Tornavo di notte, lui urlava. Mi arrabbiavo. Una volta lanciai il biberon contro il muro, si ruppe. Latte sul pavimento. Tua nonna piangeva, il bambino urlava, io pensavo solo di scappare e non tornare.

Non sono scappato. Per anni ho fatto finta che fosse solo un momento di nervi. Ma davvero, ero vicino a sparire. E se lavessi fatto, oggi tu non riceveresti queste lettere.

Non so se ti serva saperlo. Forse solo per capire che nonno non è un eroe, solo una persona come tante che qualche volta avrebbe voluto sparire.

Se ora vuoi smettere di scrivermi, ti capisco.

Nonno Nicola.

Silvia provò una sensazione di caldo e freddo insieme. Limmagine di un nonno sempre avvolgente, tipo vecchio maglione e mandarini a Natale, ora si riempiva di nuove tinte: uomo stanco, stanza in affitto, bimbo che piange, latte per terra.

Ripensò a come lestate prima, lavorando in un campo estivo, avesse urlato a un bimbo sempre piagnucoloso. Gli aveva messo le mani sulle spalle troppo forte, lui era scoppiato a piangere. Quella notte non aveva dormito, convinta che sarebbe stata una pessima madre.

Rimase a lungo davanti alla finestra vuota dei messaggi. Le dita scrissero Non sei un mostro, cancellò. Ti voglio bene, cancellò; la parola la metteva in imbarazzo.

Alla fine inviò solo:

Ciao nonno.

Continuerò a scriverti. Non so cosa si dovrebbe rispondere a queste cose. Da noi in famiglia non se ne parla. O si ride o si tace.

Anche io, lestate scorsa, ho perso la pazienza con un bambino. Gli ho urlato e mi sono spaventata anchio. Poi ho pensato tutta la notte di essere una persona sbagliata e che non dovrei mai avere figli.

Quello che mi hai scritto non mi fa pensare peggio di te. Anzi, ti fa vero.

Non so se riuscirò mai a raccontare così a un figlio, se mai ne avrò uno. Ma forse ci proverò almeno a non far finta di avere sempre ragione.

Grazie che quella volta sei rimasto.

Silvia.

Premette invia e si accorse che per la prima volta aspettava la risposta non per educazione, ma come fosse parte di sé.

Dopo due giorni arrivò la replica. Stavolta la mamma non mandò una foto, ma scrisse: Si è messo con i vocali, ma non voleva spaventarti. Lho trascritta.

Sul telefono apparve una nuova immagine di foglio a righe.

Silvietta,

Ho letto la tua lettera e penso che tu sei già molto più coraggiosa di me alla tua età. Almeno ammetti che hai paura. Io, alla tua età, facevo il sordo, poi spaccavo il tavolino.

Non so se sarai una buona mamma. E nemmeno tu lo sai. Lo si scopre solo facendolo. Ma il solo chiedertelo, dice già tanto.

Hai scritto che per te sono vivo. Questo è il miglior complimento che mi abbiano mai fatto. Di solito mi dicono testardo, brontolone, ruvido. Ma vivo era tanto che nessuno me lo diceva.

Visto che siamo a questo punto, volevo chiederti una cosa, ma mi vergognavo. Ora però te lo scrivo. Se ti stanco con le mie storie, dillo. Posso fare il nonno solo a Natale. A me basta sapere di non soffocarti col passato.

E poi, se un giorno vuoi venire, così, senza motivo, io sto qui. Ho uno sgabello libero, una tazza pulita. Pulita davvero, lho controllata.

Il tuo nonno Nicola.

A Silvia venne da sorridere sulle parole della tazza. Si immaginava quella cucina, lo sgabello, il glucometro sul tavolo, il sacchetto di patate vicino al termosifone.

Aprì la fotocamera, fece una foto della cucina del residence: lavello con le stoviglie, la padella che chiamava vecchia, il pacco di uova, il bollitore, due tazze (una con la tacca). Sul davanzale, un barattolo di forchette.

Mandò la foto al nonno e scrisse:

Ciao nonno.

Ecco la mia cucina. Due sgabelli, tazze anche. Se un giorno vuoi venire così, ti aspetto. Beh, quasi a casa.

Non mi hai stufato. A volte non so cosa scrivere, ma leggo sempre tutto.

Se vuoi, puoi raccontarmi qualcosa che non parla di lavoro o di mangiare. Qualcosa che non hai mai raccontato a nessuno, non perché ti vergogni, ma solo perché non avevi con chi.

S.

Premette invio, rendendosi conto daver fatto una domanda che nessun adulto della famiglia aveva mai ricevuto.

Lasciò il telefono sul tavolo, lo schermo si spense. Dalla padella usciva il profumo delle uova. Dalla stanza di fianco, qualcuno rideva. Silvia girò le uova, spense il gas, e sedette sullo sgabello: immaginò il nonno che, seduto accanto a lei, sorseggiava il tè e raccontava storie, stavolta non su carta, ma dal vivo.

Non sapeva se suo nonno sarebbe davvero venuto, e cosa sarebbe successo poi. Ma il solo sapere che cera qualcuno a cui poter mandare la foto della propria cucina disordinata e chiedere e tu?, la faceva sentire calma e seppur stretta felice.

Prese il telefono, guardò la lista lenta dei messaggi: le quadre, le righe, i suoi S. brevi. Poi lo posò schermo a faccia in giù, per essere pronta se fosse arrivata una nuova notifica.

Le uova si erano raffreddate, ma le mangiò piano, come se stesse condividendo il pasto con qualcuno.

La parola ti voglio bene non comparve mai nella chat. Ma tra le righe ormai cera altro, e per ora bastava così.

In Italia, si capisce che la famiglia non è fatta di gesti eclatanti o parole perfette, ma di domande fatte con onestà e di silenzi che, finalmente, si riempiono.

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