La vicina continuava a chiedermi in prestito sale, zucchero e uova senza mai restituirli. Quando è venuta a chiedere la farina, le ho presentato il conto di tutti gli alimenti avuti finora

Cè un vecchio detto italiano che dice: Troppa bontà finisce per stancare. Non ci avevo mai dato troppo peso, ma negli ultimi mesi la vita mi ha insegnato quanto sia vero.

Circa sei mesi fa, una nuova vicina si è trasferita proprio di fronte al mio appartamento a Milano. Una donna sulla quarantina, ben curata, sempre pronta a sorridere con tutti. Capita spesso di incrociarsi davanti allascensore, scambiarsi un Buongiorno di routine, nulla più.

Il suo primo approccio fu due settimane dopo larrivo. Erano quasi le nove di sera. Bussò alla porta con unespressione mortificata e una tazza vuota in mano.

Mi scusi se la disturbo a questora esordì, con voce squillante. Pensavo di preparare delle crêpes, ho tutto ma sono rimasta senza sale! Potrei chiederle giusto un pizzico? Domani le riporto tutto, promesso!

Come si fa a negare il sale, in fondo? Gliene diedi metà saliera, lei ringraziò e sparì.

Ma non passò molto fino al secondo prestito. Dopo pochi giorni, nuovo colpo di campanellostavolta serviva lo zucchero.

Avevo voglia di una tazza di tè si lamentò, tutta raggomitolata nella vestaglia. Fuori piove, è tardi Potrei prendere un bicchiere di zucchero? Poi compro una confezione grande e gliela riporto!

Non mi costava nulla, ma cominciai a dubitare. Era quasi un mese che abitava lìpossibile non avesse ancora fatto scorta di sale, zucchero, olio, fiammiferi? Le cose base per vivere in una casa, insomma. Ma decisi di non pensarci.

Poi arrivarono le richieste di uova, un po dolio di semi di girasole, una cipolla, metà limone, una bustina di tè, una pastiglia per il mal di testa e perfino un rotolo di carta igienica.

Sembrava diventasse un rituale: ogni sera, sguardo colpevole, scusa del tipo mi sono dimenticata di comprare, promessa di restituire domani. Ma non mi ha mai riportato nulla. Una memoria selettiva davvero sorprendente: si ricordava sempre quando ero in casa, ma i suoi debiti svanivano appena richiudeva la porta dietro di sé.

Un giorno, serviva a me una carota per la minestra. Sapevo che lei era in casa, bussai. Aprì, ascoltò la mia richiesta e fece la faccia ingenua:

Oddio, ne ho proprio poche per me, sto per cucinare, mi spiace.

E richiuse la porta.

Lì ho capito: i miei ingredienti erano per tutti, i suoi intoccabili. Decisi che era ora di cambiare.

Presi un quaderno e, a memoria, segnai tutto ciò che aveva preso: zucchero, uova, caffè, olio, cipolla, medicina, limone, detersivo… Feci due conti: in euro, circa 30.

Lasciai il foglio bello in vista, sicuro che presto sarebbe tornato utile. E infatti.

Il sabato successivo, proprio mentre ero pronto a iniziare a preparare una crostata, suona il citofono. Nellocchiello vedo la vicina col solito recipiente.

Respiro fondo, le aprii con una cordialità gelida.

Ciao, puoi aiutarmi? Voglio fare delle frittelle, ma mi manca la farina Me ne dai 300 grammi? Domani ti restituisco tutto!

Farina? Ma certo, ho tutto.

Grazie! Sai che poi ti rendo tutto

Senti, Giulia, facciamo così: prima rivediamo un attimo il nostro contabile di quartiere.

Le mostrai la lista. Lei rimase di sasso. Era abituata che le portassi tutto senza tante storie, e ora il rendiconto.

Guarda qui, dissi mostrando le voci ho annotato tutto ciò che hai preso negli ultimi due mesi. Controlliamo insieme: uova, quindici; zucchero, quattro volte un bicchiere; caffè, olio, detersivo, limone, cipolla Ci siamo?

Non disse nulla, e il sorriso scomparve dal suo volto.

Ho fatto il conto, prezzi medi del supermercato, anzi, con lo sconto: fanno 30. Appena li saldi, ti do la farina, se vuoi pure setacciata.

Lei mi fissò incredula.

Stai scherzando? Mi fai il conto per sale e fiammiferi? Ma ci sei o ci fai?

Tranquilla, risposi calmo chi prende, restituisce. Se non restituisce è come una spesa. Ti chiedo solo di pagare quello che hai preso.

Lei sbottò: Sei proprio tirchio! Io pensavo fossimo persone di cuore, invece sei tirchio!

Essere tirchi non è avere i soldi per il sushi e venire a chiedere la carta igienica ai vicini, risposi serafico.

Diventò paonazza.

Tieniti la tua farina! urlò, sbattendo la porta. Non le ho più dato nulla, e stranamente mi sentii subito meglio.

Da allora sono passate due settimane. Neanche un saluto in ascensore; anzi, se mi vede, simula dessere impegnata col cellulare. Ho persino sentito che si lamentava con il portinaio per la gente tirchia e assurda che abita qui.

E voi, che avreste fatto al mio posto? Io ho imparato che la generosità non deve mai diventare ingenuità: il rispetto si basa anche sullequilibrio tra dare e ricevere.

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La vicina continuava a chiedermi in prestito sale, zucchero e uova senza mai restituirli. Quando è venuta a chiedere la farina, le ho presentato il conto di tutti gli alimenti avuti finora