So che cosa è meglio io
Ma insomma… Matteo si accovacciò davanti alla figlia, osservando le macchie rosa sulle sue guance. Di nuovo…
La piccola Ludovica, quattro anni, rimaneva in piedi in mezzo alla stanza, paziente e incredibilmente seria per la sua età, come se la bambina nel sogno fosse già abituata a tutte quelle ispezioni, ai volti tesi dei genitori e agli infiniti unguenti e pastiglie.
Chiara si avvicinò, si sedette accanto al marito. Le sue dita, leggere come il vento sulle colline toscane, spostarono una ciocca dalla fronte della bambina.
Questi medicinali non servono a niente. Proprio niente. Come se le dessimo solo acqua fresca. E i medici della ASL… chi sono, ormai? Terza diagnosi cambiata e nulla cambia.
Matteo si alzò, si massaggiò il ponte del naso. Fuori il cielo era grigio, il giorno pareva destinato a svanire come un acquerello troppo annacquato. Si vestirono in fretta coprirono Ludovica con una giacca imbottita, e dopo mezzora erano già nellappartamento di sua madre.
Giulia sospirava, scuoteva la testa, accarezzava la schiena della nipotina.
Così piccola e già piena di farmaci! Un corpo così fragile… la sollevò sulle ginocchia e la bambina ci si strinse, come faceva da sempre. Fa male guardarla.
Preferiremmo non darne. Chiara, seduta sul bordo del divano, aveva le mani intrecciate, come se volesse trattenere una tempesta. Ma lallergia non se ne va. Abbiamo tolto tutto. Davvero tutto. Mangia solo cose base e la pelle continua a reagire.
E i dottori cosa dicono?
Nulla di chiaro. Non riescono a capire. Esami, prove, il risultato… Chiara alzò la mano, come per allontanare il pensiero. Ed ecco il risultato. Sulle guance.
Giulia sistemò il colletto della bambina, sospirando.
Speriamo che superi il momento. A volte nei bambini poi passa… Ma adesso, niente di rassicurante.
Matteo guardava Ludovica in silenzio. Piccola, magra. Occhioni curiosi. Accarezzò la sua testa, e dallombra del sogno gli affiorò il ricordo della sua infanzia: rubare cassatine dalla cucina che la mamma preparava il sabato; mendicava caramelle, adorava la marmellata di fichi direttamente dal barattolo. E Ludovica? Verdure bollite. Petto di pollo in acqua. Solo acqua. Neppure un frutto, né un dolce, niente cibo normale da bambina. Quattro anni, e mangiava come un malato di stomaco.
Non sappiamo più che togliere, sussurrò. Praticamente non rimane più niente.
Andarono a casa in silenzio. Ludovica si addormentò sul sedile posteriore e Matteo la osservava nello specchietto, di tanto in tanto. Dormiva tranquilla. Almeno stavolta non si grattava.
Mia madre ha chiamato, disse finalmente Chiara. Vuole portare Ludovica la prossima settimana. Ha preso i biglietti per il teatro dei burattini, vuole portarci la nipote.
A teatro? Matteo guidava piano. Ottima idea. Si distrae un po.
Si, penso anchio. Le farà bene svagarsi.
…Sabato, Matteo parcheggiò davanti alla casa della suocera, sollevò Ludovica dal sedile. La bambina sbatteva le ciglia, stropicciandosi gli occhi con pugni piccoli, tirata giù dal letto prima del tempo. La prese in braccio e lei si rifugiò contro il suo collo, calda e leggera come un passero scappato dalla finestra aperta del sogno.
Caterina Maria apparve sulla soglia con il suo vestito floreale, spalancando le braccia come se avesse davanti una naufraga appena salvata nello Tirreno.
Oh, amore mio, gioia! Afferra Ludovica, la stringe forte contro il seno abissale. Sei pallida, secca. Le avete distrutto la salute con queste diete, state ammazzando la bambina!
Matteo tenne le mani nelle tasche, sentendo il nervoso arrotolarsi dentro come spaghetti.
Lo facciamo per lei. Non certo per piacere.
Che piacere e piacere! La suocera strinse le labbra, scrutando la bambina come se tornasse da un campo di prigionia. Pelle e ossa. I bambini devono crescere, e voi la fate morire di fame.
Portò Ludovica dentro casa senza voltarsi, chiudendo la porta con un colpo lieve, lasciando Matteo sul marciapiede. Qualcosa graffiava nellinconscio, un pensiero cercava di emergere ma spariva, come nebbia ad aprile. Si passò la mano sulla fronte, rimase un minuto tra i limoni nel giardino di qualcun altro, poi scrollò le spalle e tornò verso la macchina.
Il weekend senza bambina un senso strano, quasi dimenticato. Sabato lui e Chiara giravano nel supermercato, spingendo il carrello tra le corsie, mettendo nel carrello mozzarella fresca, pomodorini, pasta e pane per la settimana.
In casa si perse tre ore dietro il rubinetto del bagno che perdeva acqua da due mesi. Chiara svuotava gli armadi di vestiti vecchi, li ammucchiava nei sacchi destinati ai cassonetti. La routine sembrava più vuota del solito, senza la voce di Ludovica era tutto distorto, irreale.
La sera ordinarono una pizza quella con mozzarella di bufala e foglie di basilico che a Ludovica era proibita. Stapparono una bottiglia di Chianti rosso. Seduti in cucina, chiacchieravano di nulla e di tutto, come non facevano da tempo. Lavoro, vacanza, la casa ancora da ristrutturare.
Che pace, sospirò Chiara, mordendosi subito il labbro. Cioè… hai capito, no? Solo calma. Finalmente.
Ho capito, Matteo le strinse la mano. Anche io mi manco… Ma ci voleva.
Domenica, uscì a riprendere la figlia verso sera. Il sole affogava tra palazzi arancione, le strade si coloravano come le tele di De Chirico. La casa della suocera sonnecchiava dietro vecchie piante di mele cotogne, nel tramonto sembrava persino amichevole.
Matteo scese dallauto, aprì il cancello cigolava come una memoria e si fermò, spaesato.
Sul portico, Ludovica era seduta. Caterina Maria accanto a lei, trasfigurata in estasi. In mano aveva un panzerotto, grasso, dorato, lucido dolio. E Ludovica lo divorava. Guance impiastricciate, briciole sul mento, occhi brillanti di gioia, una felicità che lui non vedeva da secoli.
Per qualche secondo si paralizzò. Poi unonda rovente salì al petto.
Scattò, in tre passi afferrò il panzerotto dalle mani della suocera.
Ma che stai facendo?!
Caterina Maria tremò, arretrando. Il viso si arrossò fino alle radici dei capelli.
Agitava le mani, come chi vuole scacciare unombra.
Era solo un bocconcino, piccolissimo! Non è niente, dai, un panzerottino…
Matteo non ascoltava. Sollevò Ludovica la bimba ora zitta e spaventata si strinse forte la portò allauto, la sedette nel seggiolino, fissò la cintura. Le dita gli tremavano, occhi pieni di rabbia liquida. Ludovica fissava il padre con occhi tondi, labbra tremanti, pronta a piangere.
Tranquilla, piccolina, la accarezzò. La voce gli usciva falsa, fatta di vento. Solo un attimo. Papà torna subito.
Chiuse la porta, tornò verso casa. Caterina Maria era immobile sulla soglia, tormentando lorlo del vestito.
Matteo, tu non capisci…
Io non capisco?! A due passi da lei, esplose. Sei mesi! Sei mesi senza capire cosa succedesse a Ludovica! Analisi, esami, prove di allergeni… sai quanti euro abbiamo speso? Quante notti in bianco, quanti nervi bruciati?
La suocera si ritrasse verso la porta.
Volevo solo aiutare…
Aiutare?! Un altro passo. Labbiamo tenuta a pollo bollito e acqua! Togliendo tutto dal menù! E tu di nascosto le dai panzerotti fritti?
Le stavo rafforzando le difese! balbettò Caterina Maria, rialzando il mento. Un po alla volta, così si abitua. Ancora poco e tutto sarebbe passato, grazie a me! So quello che faccio ho cresciuto tre figli!
Matteo la guardava come un estraneo. Questa donna, tollerata per anni per amore della moglie, della pacifica famiglia avvelenava la loro bambina. Di proposito, credendosi più saggia dei medici.
Tre figli, ripeté basso, vedendola impallidire. Ma ogni figlio è diverso. Ludovica non è tua figlia, è mia. Dora in poi non la vedrai più.
Cosa?! Caterina Maria si aggrappò al corrimano. Non puoi!
Invece posso.
Si voltò, tornò allauto. Gridavano dietro di lui. Ma Matteo non rispose. Si sedette, avviò il motore, vide la sagoma della suocera nel retrovisore che sbandierava le braccia in mezzo ai limoni. Spinse sullacceleratore.
A casa Chiara li attendeva nellingresso. Vedeva il viso di Matteo, la bambina in lacrime e capì tutto prima che parlasse.
Cosè successo?
Matteo raccontò. Poche parole, aride come pietra: le emozioni si erano già dissipate sotto il portico. Chiara ascoltava, la faccia si rigidiva di secondo in secondo. Poi prese il telefono.
Mamma? Si, Matteo mi ha detto. Come hai potuto?!
Matteo portò Ludovica in bagno, lavò via dal viso le tracce di panzerotto e di pianto. Nel corridoio arrivava la voce di Chiara, tagliente, nuova. Sgridava la madre come non aveva mai fatto. Alla fine sentì chiaramente: «Finché non sappiamo cosa è lallergia, Ludovica non la rivedi».
Passarono due mesi…
Il pranzo della domenica da Giulia era ormai rito fisso. Oggi il protagonista era il dolce: pan di Spagna con crema e fragole. Ludovica lo mangiava da sola, con il cucchiaio, tutta imbrattata. Sulle guance neanche un puntino.
Chi lavrebbe mai detto, Giulia scuoteva la testa. Lolio di semi di girasole. Unallergia rarissima.
Il medico ha detto che succede a uno su mille, Chiara spalma burro fresco sul pane. Appena lo abbiamo tolto del tutto e siamo passati allolio doliva in due settimane è sparito tutto.
Matteo guardava la bambina e non si stancava. Guance rosee, occhi vivaci, crema sul naso. Felice, finalmente poteva mangiare cibo vero: dolci, biscotti, tutto, purché senza olio di semi. Che, a quanto pareva, lasciava tanto da gustare.
Con la suocera rapporti ghiacciati. Caterina Maria chiamava, piangeva, chiedeva scusa. Chiara rispondeva breve, fredda. Matteo non parlava mai.
Ludovica tornò a prendere il dolce, e Giulia le avvicinò il piattino.
Mangia, tesoro. Mangia e goditelo.
Matteo si abbandonò alla sedia. Fuori pioveva, ma la casa era calda, piena di profumo di torta. La sua bambina era di nuovo in salute. Per il resto, non aveva più importanza.




