Mi chiamo Caterina e ho 49 anni. Sono uninfermiera che lavora nel turno di notte allOspedale Maggiore di Firenze. Sono ventanni che faccio questo lavoro, ne ho viste davvero di tutti i colori.
Divorziata da otto anni, vivo con mio figlio unico, che ha appena compiuto 16 anni. Si chiama Lorenzo. È davvero un bravo ragazzo. Responsabile, studioso, rispettoso. Non mi ha mai dato problemi.
O meglio, non è proprio vero. Un problema me lha dato. Il più grande della mia vita. Ma non è colpa sua.
Sei mesi fa, Lorenzo ha cominciato a lamentarsi per forti mal di testa. Allinizio ho pensato subito alla vista, magari aveva bisogno degli occhiali. Lho portato dalloculista. Vista perfetta.
Ma i dolori non passavano. Poi sono arrivati anche i conati di vomito al mattino. Ho pensato a qualcosa che magari aveva mangiato a scuola. Iniziato a preparargli io il pranzo da portare. Ma niente, le nausee continuavano.
Una mattina lho trovato in bagno che vomitava. Aveva il viso pallido, mi ha detto che si sentiva stordito, che aveva tutto che girava. Lho portato subito al pronto soccorso. Hanno fatto tutti gli esami. Esami del sangue. Tutto a posto. Il medico mi ha detto che probabilmente era stress, che spesso i ragazzi somatizzano lansia della scuola.
Ma io sono infermiera, e dopo ventanni di corsie so quando cè qualcosa che non va. Il mio istinto mi ha detto che non era stress.
Ho insistito per altri accertamenti. Il medico mi guardava come fossi esagerata, ma alla fine ha prescritto la tac.
Non dimenticherò mai quel giorno. Era martedì. Ero in turno quando mi hanno chiamato dallospedale dove Lorenzo aveva fatto la tac. Dovevano parlarmi subito, era urgente.
Ho mollato tutto a metà turno e sono corsa come una pazza allospedale. Mi hanno fatta entrare in uno studio. Cera un neurologo che non conoscevo, avrà avuto più o meno cinquantanni, con lespressione molto seria.
Signora, nella tac di suo figlio abbiamo trovato qualcosa, mi ha detto. Si tratta di un tumore al cervello. Dobbiamo fare altri esami per capire che tipo è e a che punto è.
Il mondo mi è crollato addosso. Io, che ho dato brutte notizie a tante famiglie, io che ho visto morire tanti pazienti, io che pensavo di essere pronta a tutto. Nessuno è mai preparato per sentire una cosa simile sul proprio figlio.
I giorni successivi sono stati un incubo: risonanze, biopsie, incontri con gli oncologi. Parole tecniche che conosco benissimo, ma che allimprovviso suonavano come condanne.
Glioblastoma multiforme. Grado IV. Aggressivo. Non si può operare, per via della posizione. Terapia: chemioterapia e radioterapia, per provare a rallentare la crescita, ma la prognosi non è buona.
Quando loncologo ci ha spiegato tutto, Lorenzo era seduto accanto a me. Il mio bambino. Il mio tesoro. Sentirgli dire che ha un tumore terminale al cervello è stato devastante.
Morirò? ha chiesto con una voce tranquilla che mi ha lacerato il cuore.
Il medico lo ha guardato con quella compassione professionale che anche io ho usato tante volte. Faremo tutto il possibile per regalarti più tempo, ha risposto.
Più tempo. Non guarirai. Non andrà tutto bene. Solo: più tempo.
Quella notte Lorenzo mi ha abbracciata: Mamma, non piangere. Combattiamo insieme questa battaglia.
E così abbiamo iniziato a combattere. Chemioterapia ogni due settimane. Lorenzo ha perso i capelli, il peso, spesso vomita. Eppure non si è mai lamentato. Mai una parola tipo Perché proprio io?. Non ha mai perso il sorriso.
I suoi amici di scuola lo venivano a trovare. Allinizio spesso, poi sempre meno. È difficile, a 16 anni, affrontare la malattia di un coetaneo.
Ma un amico non ha mai smesso di venire: si chiama Davide. Amici da sempre, dai tempi delle elementari. Ogni giorno Davide veniva dopo la scuola, gli raccontava tutto, gli portava i compiti, giocavano insieme alla PlayStation, anche quando Lorenzo quasi non trovava la forza di tenere il controller.
Una sera, mentre preparavo la cena, ho sentito parlare Lorenzo e Davide nella sua stanza. La porta era solo socchiusa.
Hai paura? gli ha chiesto Davide.
Sempre, ha risposto Lorenzo. Ma non lo dico a mamma, ha già abbastanza pensieri.
Di cosa hai più paura?
Che la mamma resti da sola. Che soffra. Di non riuscire a salutarla come vorrei. Che si senta in colpa per qualcosa che non è colpa sua.
Sono dovuta andare in camera mia, per non farmi sentire singhiozzare.
La terapia non sta dando risultati. Il tumore non diminuisce, anzi, cresce. I medici mi hanno già parlato di cure palliative, di concentrarci sulla qualità di vita di Lorenzo.
Quanto tempo resta? Impossibile dirlo con certezza. Forse tre mesi. Forse sei. O forse meno.
Stamattina Lorenzo mi ha chiesto di accompagnarlo a scuola. Da settimane non ci andava più, era troppo stanco. Ma mi ha detto che voleva vedere ancora una volta i compagni. Che voleva sentirsi normale, almeno per un po.
Lho portato io. Ho dovuto aiutarlo a scendere dallauto, è ormai diventato così magro, così fragile. I suoi amici lo hanno accolto con abbracci. La sua professoressa preferita è venuta subito a salutarlo. Gli ho visto sul volto un sorriso vero, per un attimo si è dimenticato di essere il ragazzo malato ed è tornato solo Lorenzo.
Quando sono tornata a prenderlo, dopo tre ore, era esausto ma felice.
Grazie mamma, mi ha detto in macchina. Grazie per avermi portato. Grazie per tutto quello che fai per me. Sei la migliore mamma del mondo.
E tu il miglior figlio che potessi desiderare, gli ho risposto.
Poi, dopo un po di silenzio: Mamma, quando io non ci sarò più, tu devi essere felice. Devi vivere. Non devi passare il resto della tua vita a piangere per me.
Lorenzo, non parlare così
Dobbiamo parlarne, mamma. Lo sappiamo entrambi. Voglio che mi prometti che andrà tutto bene, che andrai avanti. Che mi ricorderai con un sorriso e non solo con dolore.
Glielho promesso. Anche se non so davvero se riuscirò a mantenere questa promessa.
Stanotte dorme nella sua stanza. Sono entrata a guardarlo: sembra così sereno mentre dorme. Così piccolo, ancora adesso. È sempre il mio bambino.
Domattina viene linfermiera delle cure palliative per la sua visita. Dopo domani abbiamo il controllo oncologico, anche se ormai sappiamo tutti cosa ci diranno.
Sono seduta in salotto, una tazza di caffè che si raffredda tra le mani. Guardo le foto sulle pareti. Lorenzo da piccolo. Lorenzo al primo giorno di asilo. Lorenzo al compleanno dei dieci anni. Lorenzo sei mesi fa, sano, sorridente, ignaro di tutto ciò che sarebbe venuto.
Non so davvero come si sopravvive a questo. Come si trova la forza per seppellire un figlio, a soli 16 anni, con una vita che non ha mai avuto la possibilità di vivere.
Ma per lui devo provarci. Devo essere forte finché mi avrà bisogno. Devo sorridere quando mi guarderà. Voglio che i suoi ultimi giorni siano i più belli che posso regalargli.
E dopo, quando lui non ci sarà, non so cosa farò. Ma sarà una questione per un altro momento. Ora conta solo essere qui. Per lui.
Come si dice a un figlio che gli vuoi bene quando sai che il tempo sta finendo? Come si racchiude una vita intera di amore nei giorni che restano?



