Il Presagio della Sventura: la notte insonne di Giulia, la paura per il piccolo Eugenio e una corsa …

PRESENTIMENTO DI SCIAGURA

Ricordo come quella notte mi svegliai di soprassalto e non riuscii più a prendere sonno fino allalba. Sarà stato un brutto sogno, o forse una strana inquietudine il cuore sembrava pesante come non mai, e le lacrime scendevano senza che capissi il perché. Era come se non sapessi respirare, un presentimento oscuro premeva su di me con tutta la sua forza.

Mi alzai dal letto e andai vicino alla culla dove dormiva il mio piccolo, Federico. Dormiva sereno, sorrideva persino, e faceva dei buffi versi con la bocca. Sistemai meglio la copertina, poi uscii in cucina. Dietro le finestre, la notte era nera, senza una luce.

Flavia, ancora sveglia? sentii la voce di mio marito, Matteo, alle mie spalle.

Ancora, sì. Non capisco cosa mi succede, Matteo sussurrai.

Saranno le solite cose, Flavia… la famosa depressione post-partum! scherzò lui, provando a rassicurarmi.

Ma no, ormai Federico ha quasi sei mesi! Non cè mai stata, la depressione! Perché adesso?!

I nervi, gli ormoni… passerà, vedrai! mi abbracciò Matteo.

Però io ho paura, sussurrai, stringendomi a lui.

Va tutto bene! assicurò stringendomi forte.

Tre settimane dopo, venni chiamata dalla pediatra della nostra ASL. Avevamo appena fatto il controllo dei sei mesi per Federico: visite, analisi, tutto il necessario. Non mi aspettavo quella telefonata.

È successo qualcosa? chiesi subito.

Flavia, non ti preoccupare, il dottore vuole solo parlare con te, rispose la segretaria.

In sala dattesa, in ospedale, sentivo lansia montare. Quando finalmente fummo chiamati, ero già in preda allagitazione.

Si sieda, disse piano la dottoressa. Signora Flavia Ricci, devo dirle che le analisi di Federico non sono buone. Servono accertamenti, dobbiamo ripetere le analisi in un centro specializzato.

Dove? sussurrai. Il mio cuore batteva fortissimo: tutti quei brutti presentimenti stavano prendendo forma.

AllOncologico provinciale, rispose la dottoressa.

Uscendo da lì, non ricordo nemmeno come arrivai a casa. Matteo mi aspettava già, era tornato dal lavoro appena ricevuto il mio messaggio.

Flavia, cosa succede?! mi chiese preoccupato.

Le lacrime mi scendevano sul viso ma era come se non me ne accorgessi.

Ci mandano a fare esami allOncologico, sussurrai, sentendomi già sconfitta.

Sarà solo per scrupolo, una precauzione, magari… cercò di rincuorarmi Matteo.

No, Matteo, io lo sentivo che cera qualcosa, dissi con voce stanca. Lho sempre sentito, anche se non capivo cosa.

Stringevo Federico tra le braccia, singhiozzando, mentre lui si muoveva nel sonno, ignaro di tutto.

Leucemia acuta, disse il vecchio primario leggendo le analisi, dobbiamo iniziare subito le cure.

Non riuscivo ad accettare tutto questo. Durante la chemio non mi era permesso stare con lui, Federico era in rianimazione e io ancora fuori dalla porta.

Torna a casa! mi supplicava linfermiera di turno Stasera non puoi vederlo comunque.

Non posso, cosa faccio senza mio figlio?!

Io e Matteo ci eravamo sposati otto anni prima. Per tanto tempo avevamo cercato di avere un figlio, ogni visita e analisi dava sempre esiti normali, ma la gravidanza è arrivata solo dopo otto anni. Abbiamo vissuto mesi sospesi, tra gioia e timore. Matteo mi proteggeva da tutto, non voleva che facessi il minimo sforzo. Lultimo mese lho passato in ospedale su consiglio della dottoressa: rischio di parto prematuro. Poi, sei mesi fa, finalmente Federico è nato. Lo abbiamo chiamato come il padre di Matteo, morto anni prima in un incidente dauto.

Flavia, non si danno ai bambini i nomi di chi è morto tragicamente, mi ripeteva sempre la nonna.

Nonna, sono solo superstizioni! rispondevo io, rifiutando che qualcosa potesse rovinare la nostra felicità…

E così, quella notte di mesi dopo, sedevo ancora vicino al mio piccolo Federico. Pallido, smunto, le guance più bianche che mai, ombre scure sotto gli occhi. Sapevo che nella sua camera sterile potevo starci solo grazie a una discussione con il primario, che temeva qualsiasi rischio di infezione. Ma io non ce la facevo più a restare fuori. Finalmente, mi permisero di stare accanto a lui. Dormiva, e io lo osservavo senza stancarmi.

Operazioni così qui non si fanno, disse il dottor Gennaro Valentini, il primario, lindomani.

Dove si fanno allora? chiesi decisa.

In Israele. Solo lì possono salvare vostro figlio. Ma costa moltissimo.

Troveremo i soldi. Per favore, prepari tutta la documentazione.

Le cartelle cliniche vennero inviate a una clinica israeliana specializzata in leucemie. La risposta positiva arrivò in poco tempo, ma il costo richiesto era di oltre 300.000 euro.

Flavia, anche vendendo casa e macchina non arriviamo a metà, disse Matteo disperato. Ho già messo lannuncio, ma serve tempo.

Non abbiamo due mesi! piangevo io Dobbiamo inventarci qualcosa!

Tutti si mobilitarono: ai nostri lavori, nel paese, perfino i volontari della parrocchia e della Croce Rossa. Parte della somma arrivò dalla Regione, unaltra dalla solidarietà di chi conosceva la nostra storia. Ma si raccolse solo poco più della metà. Il tempo stava per scadere.

Andate, diceva Matteo tutto quello che riesco a raccogliere, ve lo mando! Forse qualcuno comprerà casa.

In paese tutti si stringevano a noi, ma raccogliere quella cifra era impossibile.

Così, con i documenti pronti, partii con Federico per Israele. I soldi raccolti non bastavano. Federico affrontava ogni giorno esami e cure, io tentavo solo di crederci. Un mese dopo avrebbe compiuto un anno.

Nella stanza accanto cera unaltra mamma italiana, Caterina, col piccolo Davide di tre anni. Anche loro venivano da una città vicina. Caterina aveva avuto fortuna: erano riusciti a raccogliere il denaro, ma la leucemia di Davide era molto avanzata. I medici rimandavano lintervento, continuavano le complicazioni.

Non piangere, Flavia, mi confortava Federico andrà al circo e allo zoo, vedrai! Siamo stati al Bioparco di Roma, Davide adorava gli orsi, li ha guardati per mezzora, era entusiasta. Lì ho visto la prima volta il sangue dal naso, non si fermava più… Da allora è successo spesso, poi labbiamo portato allospedale, ma era già terzo stadio… Non me ne sono accorta prima!

Dai, Caterina, non piangere, andrà tutto bene! mi sforzavo di consolarla Andremo insieme allo zoo coi bambini!

Ma io lho sentito che qualcosa non andava! Davide dimagriva, perdeva lappetito… E non ho voluto vedere. È colpa mia! Anche mamma me lo diceva! piangeva inconsolabile. E io, cosa potevo dire?…

Pochi giorni dopo, Davide peggiorò. Lo portarono in rianimazione, Caterina non voleva staccarsi dalla porta.

Caterina, vieni a letto, riposati! la pregavo.

Devo restare, qui mi sente! Gli fa bene, sa che sono vicina! rispondeva.

Nemmeno la puntura calmante datale dallinfermiera riuscì a farla muovere. Ormai fissava il vuoto, aspettando solo un miracolo.

La sera Matteo chiamò: tenevo Federico in braccio, lo cullavo, ogni minuto con lui diventava prezioso.

Flavia, sono riuscito a mandare altri tremila euro. Per ora basta, la casa lhanno vista dei ragazzi, abbassato il prezzo, dicono che pensano su un paio di giorni.

Va bene, sussurrai, tu…

Un grido disperato arrivò dal corridoio, il telefono mi cadde dalle mani. Federico si svegliò, pianse, lo accarezzai sulla testa e si riaddormentò sereno. Dopo averlo messo giù, corsi fuori. Già sapevo la verità, ma non volevo crederci. Caterina era in ginocchio davanti alla porta della rianimazione, in lacrime inconsolabili, circondata dagli infermieri che cercavano di calmarla. Una sofferenza così non lavevo mai vista: tutto era chiaro.

Caterina, resisti, piangevo abbracciandola, devi vivere per Davide!

Perché vivere adesso? Mio figlio è morto! Tutto è colpa mia! si disperava.

Restai con lei finché le diedero unaltra iniezione. Poi la riportai, stordita, in stanza.

Lasciate che riposi, disse esausto il medico di turno. Piangerà ancora.

Quella notte non dormii neanche un minuto. Rimasi vicino alla culla di Federico, lo guardavo e basta, come se volessi imprimermi ogni suo respiro.

Il giorno dopo Caterina mi venne a trovare. Aveva smesso di piangere. In quella notte era come se fosse invecchiata di dieci anni; nei suoi occhi, solo vuoto. Ci stringemmo forte, a lungo.

Spero che voi ce la facciate, mi sussurrò andando via avete ancora una possibilità, non sprecatela. Ora devo occuparmi di Davide, il funerale, poi i nove giorni, quaranta… Metterò una lapide, poi… si asciugò le lacrime Ti lascio una lettera, leggerai dopo che sarò andata, non posso dirti tutto ora.

Va bene, risposi appena.

Dopo la sua visita sentii ancor più la solitudine. Federico era di nuovo in terapia. Aprii la busta.

Cara Flavia, cera scritto con mano tremante desidero che Federico viva. Che viva anche per il mio Davide: che cresca, vada a scuola, giochi… Che corra sui campi di calcio e sulle piste da sci. E un giorno, per favore, portalo allo zoo e saluta lorso nero anche per noi! Le lacrime mi impedivano di proseguire, dovetti asciugare gli occhi per finire Tu puoi vivere. Troverai nel plico i soldi per loperazione. A noi non sono serviti più. Che ridiano a Federico la vita.

Piangevo: piangevo di felicità, perché potevo finalmente salvare mio figlio, e piangevo di dolore, perché quei soldi erano arrivati a così caro prezzo.

Matteo, non vendere più la casa! gli dissi al telefono lindomani abbiamo bisogno di un posto dove tornare con Federico!

Ma i soldi? chiese sbigottito.

Ci sono, andrà tutto bene!

Fu la prima volta, in quei giorni, che lo sentii sorridere: nelle mie parole era risuonato qualcosa che gli diede davvero speranza. Anchio ne ero certa.

Loperazione venne fatta il giorno dopo il primo compleanno di Federico. Flavia, come Caterina, passava intere giornate a guardare la porta della rianimazione. Stavolta però il nostro futuro sembrava riempirsi di possibilità. Poi mi permisero di vederlo, e infine tornammo insieme in stanza. Ci attendeva un mese di isolamento e altri di riabilitazione. Ma che importava? Loperazione era andata bene. Federico piano piano riprendeva vita: giocava, mangiava, sorrideva. Quando per la prima volta fece un verso simile a mamma, piansi di gioia. Era avvenuto il miracolo.

Orso! gridava Federico, indicando il grande animale nero nella gabbia.

Non si dice “orso”, amore, si dice “orso”! ridevo correggendo il suo buffo modo di parlare.

Eravamo finalmente al Bioparco, lo stesso zoo che tanto aveva divertito Davide.

Un saluto, orso, da parte di Davide, mormorai piano.

Federico correva, rideva, mangiava il gelato, seduto sulle spalle di Matteo, curioso di tutto. Ora la sua vita era fatta di scoperte e risate. Lospedale era lontano, solo nei rari momenti notturni tornava quella paura, quando mi avvicinavo alla sua culla per assicurarmi che respirasse sereno. Ma passava in fretta. Aveva un futuro davanti un futuro per sé, e anche per quel bimbo che gli aveva donato il suo.

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