Bagaglio smarrito

Bagaglio Smarrito

La valigia aveva un peso diverso da quello che si aspettava.

Giulia se ne accorse già sulla linea del ritiro bagagli. I soliti dodici chili improvvisamente sembravano essersi trasformati in qualcosa daltro: più pesante, più compatto, dal baricentro diverso. Eppure il guscio grigio era proprio quello: plastica, quattro ruote, un graffio sullangolo sinistro. Afferrò il manico e si avviò verso luscita.

Laeroporto di Genova profumava di caffè e di piastrelle bagnate. Dietro i vetri pioveva una pioggerella di marzo, niente clima da vacanze, e Giulia pensava che sì, il congresso di urbanistica verde era una buona ragione per prendere il volo da Milano a Genova, ma non abbastanza buona da renderla contenta.

Aveva trentuno anni. Ricercatrice precaria in un centro durbanistica, monolocale in affitto di ventotto metri quadri, libri accatastati lungo il muro. Sua madre a Piacenza la chiamava la domenica, ogni volta con la stessa domanda: Allora? Novità? E ogni volta Giulia rispondeva: Mamma, ho lavoro. Come se questo bastasse a spiegare tutto.

Il taxi verso lalbergo impiegò venti minuti. Lautista le chiese se era in vacanza. Per lavoro, rispose Giulia. Lui fece cenno con la testa, come se non si aspettasse risposta diversa.

La camera era piccola, ma linda, con la vista su una striscia di mare grigio. Sul davanzale una piantina finta una geranio che non era mai stato un vero geranio. Giulia sistemò la valigia sul letto, girò i ganci e sollevò il coperchio.

E rimase immobile.

Dentro cerano abiti da uomo.

Un maglione a maglia grossa, verde scuro, profumava di qualcosa di erbaceo, non certo di colonia. Taglia molto più grande della sua: le spalle larghe quasi il doppio. Jeans. Un paio di scarpe sportive in una busta, quarantatre. Un caricatore per telefono, che lei non aveva mai avuto. Una bustina di semi letichetta era in lingua straniera, qualcosa di botanico. E un quaderno. Spesso, dalla copertina di pelle, con lelastico.

Non era la sua valigia. Giulia si sedette sul bordo del letto, fissando quegli oggetti non suoi. Il guscio grigio, le quattro ruote, il graffio sullo stesso angolo. Ma la valigia era di un altro. Qualcuno allaeroporto aveva preso le sue cose libri, abito per la conferenza, il portatile con la presentazione, la foto di sua madre in cornice. E lei aveva preso le sue.

Per i primi cinque minuti rimase solo seduta, incapace di capire cosa fare. Poi chiamò in aeroporto. La voce registrata la invitò ad attendere. Giulia aspettò undici minuti, poi rispose una ragazza. Annotò i dati del volo, il numero della targhetta e chiese di pazientare. Lavrebbero richiamata. Di sicuro lavrebbero richiamata.

Giulia poggiò il telefono e fissò di nuovo la valigia aperta. Il quaderno era in cima, come se fosse stato messo per ultimo. La pelle consumata al bordo, lelastico molle.

Sapeva che non si doveva. Sono cose di altri, una vita daltri, appunti daltri. Come ascoltare una conversazione dietro la porta o sbirciare nelle finestre la sera. Non si fa. Giulia si alzò, girò per la stanza, versò un bicchiere dacqua. Bevve. Tornò a fissare il quaderno.

La spalla sinistra, abbassata di due centimetri dalla borsa del portatile portata sempre lì, si protese. I polpastrelli lucidi da tanto digitare toccarono la copertina. La pelle era calda, morbida.

Aprì il quaderno.

***

Una scrittura strana. Le lettere inclinate a sinistra, tonde, con code lunghe alle g e alle r. Non impaziente riflessiva. Chi scriveva così, doveva anche parlare a voce calma.

La prima pagina iniziava senza data.

Firenze. Al mattino sono salito a piedi su San Miniato. La città sotto sembra un giardino immenso che nessuno ha mai avuto il coraggio di tosare. Gli alberi crescono tra i palazzi, i cespugli si arrampicano sui balconi. Ho disegnato un platano davanti alla funicolare. Il tronco come una mappa di paese sconosciuto: macchie chiare, isole scure. Sono rimasto lì tre ore, finché non mi sono congelato.

Giulia voltò pagina.

Napoli. Ho disegnato un baobab al Giardino Botanico. Non un vero baobab, ovvio un bonsai. Ma le radici sembrano voler scappare dal vaso. Un albero serio in una misura ridicola. Forse mi ci riconosco.

Le scappò un sorriso. Il primo della giornata.

Voltò di nuovo, ancora, e ancora.

Gli appunti si susseguivano: Palermo, Porto, Trieste, Bari. Ogni pagina un luogo, ogni luogo una pianta. La persona viaggiava, disegnava alberi e pensava ad alta voce su carta. Mai una riga su alberghi, ristoranti, monumenti. Solo il verde. Cespugli, tronchi, chiome, radici. E fra le righe schizzi veloci ma precisi. Un ramo con tre foglie. Una radice che abbracciava un sasso.

Palermo. Al mercato ho visto un arancio proprio in mezzo ai banchi. I venditori avevano appeso sacchetti e cartellini ai rami. Ma lalbero stava lì. Avrà duecento anni, secoli. Più di tutti i mercanti. Lho disegnato come ho potuto. Le mani mi tremavano dal caldo.

Porto. Le glicini in Ribeira pendono così in basso che sfiorano la testa. I portoghesi passano dritti, i turisti fotografano. Io sono rimasto fermo, pensando: ecco un albero a cui non importa delle frontiere. Cresce dove vuole. Vorrei anchio.

Giulia si accorse daver letto quasi quaranta minuti. Fuori si era già fatto buio. La pioggia picchiettava il davanzale senza sosta.

Voltò ancora.

Trieste. Entrato in un parco dimenticato ai limiti della città. I tigli grandi tre abbracci, le radici hanno spaccato lasfalto. Un tempo ci passeggiavano le persone. Adesso ci sono solo alberi. E anchio. Ho disegnato un tiglio. Era come un soldato in guardia dritto, fermo, nessuna foglia che tremava. Mi sono detto: ecco la fedeltà. Restare e aspettare che qualcuno torni.

Giulia notò che ogni appunto dialogava con gli alberi come fossero amici veri. Senza filtri, senza vergogna. Gli alberi erano i suoi interlocutori. E le venne una gran voglia di sapere il perché.

Poi arrivò una pagina che la lasciò immobile, fissando il muro.

Bari. Due anni dopo il divorzio. Sono stato con Sara quattordici anni: dalluniversità allultimo giorno. Mi ha detto: Tu vuoi più bene agli alberi che alle persone. Forse aveva ragione. Forse non ho mai saputo voler bene alle persone in modo che se ne accorgessero. Non credo più che troverò. Non un albero una persona. Che capisca perché disegno le radici.

Giulia richiuse il quaderno. Lo appoggiò sul comodino. Si alzò e andò alla finestra.

La pioggia non si era fermata. Il mare laggiù scuro e piatto, senza una luce. Qualcuno chiuse una porta nel cortile: una risata, voci giovani, distanti.

Trentuno anni. Monolocale in affitto. Libri su libri. Allora? Novità? Lultima relazione finita un anno e mezzo prima, e Giulia nemmeno sera accorta di quando aveva smesso di cercare. Un giorno era tornata dal lavoro, si era seduta in cucina e aveva capito che le andava bene così. O forse non bene, ma era ormai abitudine. E labitudine a volte prende il posto della felicità, se non ci pensi troppo.

Tornò alla valigia per rimettere tutto in ordine. Solo allora si ricordò.

La lettera.

Proprio quella che aveva iniziato a scrivere in aereo, annoiata dallattesa. Il volo aveva ritardato due ore: lei aveva tirato fuori carta e penna solo per tenere le mani occupate. Non un diario, non un appunto importante. Una sciocchezza che una persona adulta non dovrebbe nemmeno scrivere. Caro sconosciuto, sogno di incontrare Non laveva finita. Aveva infilato il foglio nella tasca della valigia prima di salire in volo. E poi si era dimenticata.

E il foglio adesso era nella sua valigia. Quella che aveva preso qualcun altro. Un uomo di cui adesso la moleskine piena di alberi era sul suo comodino.

Giulia si sedette sul letto. Le guance bruciavano.

***

La mattina dopo chiamò di nuovo in aeroporto.

Servizio oggetti smarriti, Ludovica la voce sembrava stanca, sullo sfondo il rumore di qualcuno che sgranocchiava biscotti.

Ieri ho fatto la segnalazione. Volo Milano Roma Genova, etichetta numero

Un attimo. I rumori sparirono. Sì, la pratica è in lavorazione. Vi ricontattiamo noi.

Quando?

In ordine di arrivo. Di solito da tre a dieci giorni lavorativi.

Dieci?

Lavorativi. Ma potrebbe anche essere prima. Resti reperibile.

Giulia riattaccò e guardò la valigia non sua. Le servivano vestiti. Il congresso iniziava dopodomani. Lunico abito decente, il portatile per la presentazione, le scarpe tutto nelle mani di uno sconosciuto, in qualche posto sconosciuto.

Uscì. Il centro commerciale era a quindici minuti a piedi. Comprai pantaloni, una camicetta, intimo, un caricabatterie. Alla cassa la commessa domandò:

Perso la valigia?

Scambiata per errore.

Qui succede spesso. Le valigie sono tutte grigie, uguali.

Giulia fece un cenno condogliante. Non era la sola, allora. Chissà perché le faceva sentire meglio.

Andò in farmacia per uno spazzolino e il dentifricio, poi in una caffetteria allangolo bevve un cappuccino in piedi al banco, tutti i tavoli già occupati da coppie. Sulla via del ritorno chiamò la mamma.

Sei arrivata bene? Che tempo fa?

Piove.

Avevi preso lombrello?

Mamma, ho perso la valigia.

Ma come. Rubata?

No, scambiata. Qualcuno ha preso la mia allaeroporto.

Silenzio. Poi:

Allora qualcuno gira con le tue cose. Chissà cosa pensa dei tuoi libri.

Mamma.

Dico davvero. Porti sempre mezzo scaffale.

Giulia non raccontò del taccuino degli alberi. Della calligrafia inclinata. Né del passaggio su Bari. Disse solo: Andrà tutto bene, mamma. E attaccò.

Poi tornò in camera e riaprì la valigia.

Non per il quaderno. Cercava indizi un nome, un contatto, qualsiasi cosa. Perlustrò tutte le tasche interne. Nella laterale con la zip trovò un biglietto da visita.

Tommaso Riva. Progettazione del verde. Consulenze, realizzazioni, manutenzione.

E il numero di cellulare.

Giulia lo cercò su WhatsApp. Scrisse:

Buongiorno. Credo che in aeroporto a Genova ci sia stato uno scambio di valigie. Io ho la sua, grigia col graffio. Dentro cera un quaderno e il biglietto da visita. Ho trovato il suo contatto.

La risposta arrivò dopo nove minuti.

Buongiorno. Ho appena aperto la valigia arrivata. E sì, decisamente non è la mia. Libri, quaderno, vestito. Mi scuso moltissimo. Anche io sono a Genova. Possiamo incontrarci e scambiarci le valigie?

Giulia rilesse. Libri. Quaderno. Vestito. Sapeva cosa aveva nella valigia.

Certo, dove preferisce?

Caffè Il Faro sul lungomare. Domani alle dieci? Vengo con la sua valigia.

Va bene. A domani.

Chiuse il telefono. Poi lo riaprì: Libri, quaderno, vestito. Lui aveva aperto il suo bagaglio. Aveva visto tutte le sue cose. Forse anche il suo taccuino di idee per gli articoli. Forse la foto della mamma in cornice, che portava ovunque.

Forse anche la lettera.

Giulia chiuse gli occhi. Immaginò lui, seduto da qualche parte nella sua stanza dhotel, o su una veranda, o in caffè con il suo foglio tra le mani. Carta a righe, langolo piegato, la sua calligrafia frettolosa. A leggere parole che non intendeva mostrare a nessuno.

Aprì gli occhi. Prese il quaderno dal comodino, tornò a rileggere la pagina su Bari.

Non credo più che troverò.

E lei aveva scritto: caro sconosciuto, sogno di incontrare E quel foglio era nelle mani di chi disegna radici e cerca qualcuno che capisca.

Coincidenza assurda, impossibile. Due valigie grigie alla stessa misura.

Forse no.

Giulia si mise al tavolo e sfogliò il quaderno fino allultima pagina. Dopo Bari cerano ancora poche note.

Torino. Primavera. Il balcone ormai è una giungla, i vicini si lamentano. Centoquattordici piante, le ho contate. Sara avrebbe detto: Sei fuori di testa. Ma Sara non cè più. E non cè nessuno che si lamenti. Solo il ficus. Il ficus tace. Linterlocutore perfetto.

E poi, lultima:

Sto andando a Genova. Orto Botanico. Voglio vedere il liriodendro, dicono abbia più di cento anni. Tanti anni che non viaggio solo per piacere e non per lavoro. Strano partire senza giustificazione.

Giulia chiuse il quaderno. Lo mise in valigia. Chiuse la zip.

Lui era venuto a Genova per un albero. Lei per una conferenza di verde urbano. Lui disegnava le piante delle città degli altri; lei scriveva di come riportare piante nelle proprie. Da qualche parte tra queste due storie, le valigie grigie erano state scambiate.

Giulia si sdraiò ma non si addormentò subito. Pensava a quanto sia bizzarra la vita: tu vivi, lavori, vai ai congressi, prepari la valigia, chiudi i ganci. Poi una sciocchezza minuscola, casuale ti fa incontrare una persona in un modo che anni di conoscenza non farebbero mai.

***

Il caffè Il Faro stava proprio sul lungomare, tra le palme e un lampione. Pareti di vetro, tavolini in legno, odore di pane fresco e cannella. La cameriera con il grembiule pieno di ancore sistemava le tazze.

Giulia arrivò venti minuti in anticipo. Non perché avesse fretta, ma perché non riusciva a stare ferma nella stanza. Scegli un tavolo vicino alla vetrata, poggiò la valigia e ordinò un tè. Le mani le tremavano un poco scegliendo il menu. Sciocco. Dopotutto era solo uno scambio di bagagli. Tutto qui.

Ma dentro non era per niente tutto qui. Dentro cera un quaderno letto dun fiato con le strade della vita di uno sconosciuto, che ora le pareva più familiare di molte conosciute.

Lo riconobbe subito.

Luomo entrò preciso alle dieci, con la valigia grigia. Alto, in giacca verde scuro lo stesso verde del maglione visto nella valigia. Sul naso e sugli zigomi una striscia più scura, come un segno degli occhiali da sole portati spesso. Si guardò intorno, scorse la valigia. Si avvicinò.

Giulia? Parlò piano, respirando prima di dire il nome, come se ne avesse scelti dieci prima di arrivare a quello.

Sì. Tommaso?

Fece cenno di sì e si accomodò. Mise la sua valigia accanto a quella di lei. Due gemelli grigi, fianco a fianco.

Strano, disse lui. Eppure avevo controllato letichetta.

Anchio.

Forse hanno scambiato pure le etichette. O siamo tutti e due distratti.

O le valigie si sono messe daccordo.

Sorrise. Non a bocca larga, appena allangolo delle labbra. Giulia pensò che sorrideva proprio come scriveva: discreto e caldo.

Dovrei scusarmi, disse Tommaso.

Per cosa?

Ho aperto la sua valigia. Pensavo fosse mia. Poi ho visto i libri e ho capito.

Anchio la sua. Non ci ho messo subito a capirlo.

Pausa. Girava il cucchiaino tra le dita. Mani grandi, sotto alle unghie non sporco, ma il segno di chi lavora con la terra.

Ho letto il suo quaderno, ammise Tommaso. Gli appunti per gli articoli. Sulla città, sul verde dei cortili. Non dovevo, ma

Ho letto il suo diario, disse Giulia.

Lui alzò lo sguardo.

Tutto?

Tutto.

Silenzio. Fuori, le onde si rompevano contro il muretto e tornavano indietro. Un ragazzino lanciava molliche ai gabbiani.

Allora conosce già Firenze, disse Tommaso.

E Napoli. E il baobab-bonsai.

E Trieste.

E il tiglio fedele.

Abbassò gli occhi.

Anche Bari.

Giulia annuì. Non serviva precisare. Lui aveva capito.

Conosce già di me cose che a nessuno racconto, disse lui.

E lei di me?

Stette zitto. Poi prese dalla giacca un foglio piegato. Giulia lo riconobbe subito. Carta a righe, langolino piegato. Proprio quello.

Lho trovato nella tasca della valigia, ammise Tommaso. Lho letto. Non avrei dovuto, ma lho letto.

Giulia fissò il foglio. Le guance tornavano a scottare, come la sera prima.

Era una sciocchezza, mormorò. Lho fatto per passare il tempo sullaereo.

Caro sconosciuto, recitò Tommaso, senza guardare la carta, come lavesse memorizzata. Sogno di trovare qualcuno con cui si può stare in silenzio. Non perché non ci sia nulla da dire, ma perché è chiaro anche senza parole. Sono stanca di spiegare chi sono. Stanca di scegliere le parole. Vorrei che qualcuno guardasse la mia libreria e capisse tutto. Vorrei che qualcuno

Basta, sussurrò Giulia.

Là si interrompe, disse lui. Vorrei che e si ferma. Non ha finito.

Non sapevo cosa aggiungere.

Lo so, disse lui. Perché anche io avrei scritto lo stesso. Solo che sarebbero stati alberi invece di libri.

Giulia lo guardò. La striscia scura sul naso, le dita con lombra della terra, gli occhi quieti e lenti.

Lei conosce mia madre a Piacenza, disse lei.

La foto in cornice. Bella donna. Vi somigliate.

Sa del mio lavoro.

Gli appunti sul verde urbano. Sono architetto paesaggista. Allinizio mi interessava da tecnico, poi solo da curioso.

Sa che sono sola.

So che ha un solo vestito per la conferenza. Che si porta cinque libri per quattro giorni. Che tiene la fotografia della madre in valigia e non sul cellulare perché la vuole vera e non digitale. Che scrive a mano anche se lavora al computer. Che ha lasciato una lettera a uno sconosciuto che non esiste.

Giulia rimase in silenzio.

E io, continuò Tommaso, disegno piante nella moleskine, divorziato da due anni, tengo centoquattordici piante sul balcone perché non so parlare con le persone in modo che restino. Ora lo sa.

Lo so.

Allora entrambi abbiamo letto la vita dellaltro. E adesso ci sediamo qui, già conosciuti, come se ci fossimo risparmiati i primi appuntamenti e fossimo già al terzo.

Giulia rise, breve e inaspettata. Anche Tommaso sorrise più largo.

La conosco meglio di quanto volessi, disse lui. E anchio. Forse è la cosa più onesta che mi sia capitata.

Perché non abbiamo scelto cosa mostrare?

Esatto. La valigia è come lo stampo di una vita. Non la prepari per piacere. Ci butti dentro il necessario. E si vede chi sei veramente.

Giulia osservò le due valigie accanto. Grigie, uguali, graffiate su quellangolo.

Facciamo due passi? propose Tommaso. Lorto botanico è dietro langolo. Ci sono venuto apposta per il liriodendro.

Lo so, disse Giulia. Lultima nota del diario.

Lui annuì. Finì il caffè. Si alzò.

Lasciamo le valigie qui? fece lei segno alle sedie.

Che stiano insieme. Devono parlare tra loro.

Uscirono dal caffè. La pioggia era finita quella mattina, il lungomare lucido di pulito. Le palme dritte, nessuna foglia che si muoveva, e Giulia pensò al tiglio della pagina su Trieste. Al restare. Allattesa.

Mi racconti qualcosa che non cè nel diario? chiese lei.

Ho paura dei piccioni, rispose lui serio.

Dei piccioni?

Da bambino uno mi volò in testa dentro casa. Da allora li evito.

Lei rise sottovoce. Lui le sorrise di rimando.

E lei? chiese. Qualcosa che non sta in valigia?

Parlo coi libri. Ad alta voce. Se lautore scrive cavolate, glielo dico.

E chi vince?

Di solito lautore. Ma non mollo.

Proseguirono sulla passeggiata. Giulia sentiva che era una strana sensazione camminare con uno che conosceva dal modo di scrivere, dagli appunti, dai disegni di alberi ma incontrava solo ora. Come leggere un libro e trovarsi davanti lo scrittore.

Ha scritto che non crede di trovare, osservò lei. Nellappunto su Bari.

Lo ricordo.

Ha trovato la mia valigia.

E lei la mia.

Camminarono in silenzio. Ma era un silenzio come quello della lettera: uno in cui tutto era già detto.

Lorto botanico apparve dietro una curva Giulia vide la ringhiera artistica, le chiome che superavano le case.

Il liriodendro è quello là indicò Tommaso. Lo vede? Tronco come una colonna. Ha centoventi anni. Ha superato due guerre e tre generazioni.

Ed è ancora lì.

E ancora fiorisce. Ogni maggio.

Estrasse una moleskine più piccola dalla tasca. Un lapis. Si mise a disegnare.

Giulia osservava il gesto sicuro delle mani. Le linee veloci. Il tronco, i rami, il contorno delle foglie. La striscia scura sul naso, gli occhi che strizzava contro il sole.

Posso chiedere una cosa?

Certo.

Quando ha letto la mia lettera, che ha pensato?

Non sollevò la testa dal foglio.

Che volevo sapere come finiva.

Ma le ho detto: non sapevo cosa aggiungere.

Ora forse lo sa.

Giulia tacque. Ma non si mosse. Un raggio filtrò tra le foglie e le disegnò una manciata di lentiggini di luce sulle guance.

Passarono tre ore nel giardino. Camminavano lungo i viali, si fermavano ad ogni tronco. Tommaso spiegava: non come una guida, ma come chi presenta gli amici uno ad uno. Schizzava disegni; Giulia parlava del suo lavoro su come cambiare cortili di cemento in angoli verdi, dei funzionari comunali che si oppongono, di un vecchietto ostinato che aveva piantato ventitré meli lungo la strada di casa e aveva denunciato lamministrazione.

Ventitré? Tutte con nomi di donna? chiese Tommaso.

Le chiamava tutte per nome. Diceva che gli erano più cari dei vicini di casa.

Lo capisco. Tommaso rise piano. Il mio ficus in balcone si chiama Arcadio. Cinque anni. Lunico sopravvissuto al trasloco dopo il divorzio.

Arcadio?

Ha proprio la faccia da Arcadio. Serio, un po’ storto, ma resistente.

Giulia rise di cuore. Realizzò che da un anno a Milano non parlava con nessuno così in scioltezza. Senza ansia, senza sentirsi costretta ad apparire migliore. Solo due persone che discutono degli alberi con nomi propri.

Si sedettero su una panchina sotto il liriodendro. Tra loro mezzo metro di aria. Nessuno fece un passo avanti.

Domani hai il congresso, disse Tommaso.

Sì. Parlo alle dodici.

Su cosa?

Sullimpatto psicologico del verde urbano. Tema palloso.

Per qualcuno. Non per me.

Giulia lo fissò.

Vuoi venire?

A un congresso di esperti?

A un convegno palloso sugli alberi.

È quello che faccio di mestiere da sempre. Mi capita spesso.

Risero insieme. Era come una pagina del quaderno. Preciso, autentico, senza voler piacere.

Ritornarono con calma. Tommaso raccontava di Torino il balcone diventato serra, la vicina che quando lui non cè innaffia e resta ogni tanto a chiacchierare, di come, dopo il divorzio, per due mesi era rimasto chiuso in casa prima di prendere un volo per Firenze trovato per caso.

E ha iniziato a disegnare?

Da piccolo già disegnavo. Ma a Firenze ho iniziato a scrivere. Nel diario. Prima solo schizzi. Lì mi sono servite anche le parole.

Giulia capì. Anche a lei era successo: quando hai così tanto dentro, che non bastano più le linee. Servono lettere. Serve dirlo, anche solo alla carta.

Davanti al caffè Il Faro si fermarono. Le valigie erano al loro posto, come prima. Due gemelle grigie. Tommaso prese la sua, Giulia pure. Finalmente ognuno con la sua.

***

Quella sera, in camera, con una tazza di tè tiepido. La valigia era lì, vicina alla parete finalmente la sua, con i libri, il taccuino, il vestito da conferenza. La aprì. Tutto tornato. Portatile. Caricatore. Foto di mamma. Cinque libri. Il suo taccuino. Solo una cosa mancava.

Sulla sedia, un disegno.

Tommaso glielaveva consegnato prima di salutarsi. Un foglio strappato con cura dal taccuino. Un albero, sconosciuto, dalla chioma folta e dalle radici spesse che si allargano verso ogni lato.

Che pianta è? chiese Giulia.

Un albero inventato per una città senza verde, spiegò Tommaso. Non esiste ancora, ma tu fai lurbanista: potresti piantarlo.

Ed era andato via. Senza voltarsi. Ma Giulia vide che allangolo landatura si fece lenta, come volesse girarsi, ma poi tirò diritto.

Rimase lì con il disegno, a pensare che la persona con cui vale la pena stare in silenzio, forse è proprio quella con cui il silenzio conta più di mille parole. E che quella persona, adesso, era dietro langolo. Con la sua lettera in tasca.

Prese il telefono.

Grazie per lalbero. Lo pianterò.

La risposta arrivò in sessanta secondi.

Parlo sul serio. Se faccio il progetto di verde per un cortile, tu lo guardi da esperta?

Sì.

Allora mi serve il tuo indirizzo di Milano. Io mando ancora i disegni col postino.

Giulia sorrise. Digitò lindirizzo. Lo inviò. Poi aggiunse:

Attento però la buca delle lettere è minuscola. Per quelli grandi dovrai portarli a mano.

Risposta istantanea:

Mi organizzo.

Chiuse il telefono. Dal muro arrivavano voci basse, la TV accesa nella stanza a fianco. Una sera come tante, in un albergo qualsiasi. Eppure tutto era diverso Giulia non sapeva spiegare cosa, finché capì: stava sorridendo da sola. Senza motivo. O forse un motivo cera. Ma talmente assurdo che non avrebbe saputo raccontarlo neanche a sua madre al telefono. Mi hanno scambiato la valigia e ho incontrato qualcuno. Sembra linizio di una commedia sentimentale, pensò.

Poi aprì la sua valigia e prese dallo scomparto laterale un foglio bianco e la penna. Proprio la tasca dove una volta cera la lettera non finita. Quella ora era rimasta a Tommaso. Non glielaveva restituita. Lei non laveva chiesta.

Giulia si sedette al tavolo. Mise il foglio. Scrisse:

Caro sconosciuto, sogno di incontrare qualcuno con cui si stia in silenzio. Non perché non ci sia niente da dire, ma perché anche senza parole è tutto chiaro. Sono stanca di spiegare chi sono. Di scegliere le frasi giuste. Vorrei che qualcuno guardasse la mia libreria e capisse già tutto. Vorrei che qualcuno

Si fermò. Guardò il disegno dellalbero, appuntato al muro.

E aggiunse una sola parola.

Tommaso.

Piegò piano il foglio e lo infilò nella valigia. Nella tasca laterale. Come un cerchio che si chiude.

Fuori il mare faceva rumore. Genova a marzo profumava di terra bagnata e di primavera che ancora non era iniziata, ma stava arrivando. La pioggia era finita nel pomeriggio, e sopra lorizzonte si apriva una striscia rosa fra le nuvole e lacqua.

Giulia spense la luce. Domani avrebbe avuto il suo intervento. Si sarebbe presentata con il vestito trascorso due giorni in unaltra valigia, a parlare di verde urbano. E in terza fila, forse, ci sarebbe stato qualcuno che disegna alberi per città dove gli alberi ancora non ci sono.

Dopodomani, una passeggiata. Lui aveva promesso di portarla al viale dei cipressi dallaltra parte della città. Crescono così vicini che le chiome si intrecciano così è un corridoio verde. Ti piacerà da urbanista, aveva scritto. Ma anche solo così.

Poi, Milano. E Torino. Città diverse, vite diverse. Ma ora fra loro cera un disegno, che viaggerà per posta. E un indirizzo scritto col cellulare. E una lettera finalmente conclusa.

La valigia rimaneva nellangolo. Grigia, col graffio sullangolo sinistro. La stessa di ieri. Ma quel che cera intorno, ormai, era cambiato tutto.

Il bagaglio si era trovato.

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