Per dieci anni mio marito diceva di andare a «scavare le patate» dalla mamma. Sono andata anch’io: la «mamma» non c’è più da cinque anni e nella casa vive una giovane donna con tre gemelli…

Per dieci anni mio marito è andato ogni weekend a “scavare le patate” dalla mamma. Un giorno sono partita anche io: della “mamma” ormai non cera più traccia da cinque anni, e nella casa abitava una giovane donna con tre gemelli…

Il sabato mattina era segnato da un rituale consolidato negli anni.

Sandro stava sul vialetto, accanto al portabagagli aperto della sua station wagon, ordinando con cura sacchi vuoti di tela sopra la cassetta degli attrezzi. Le sue spalle curve sotto la vecchia giacca a vento comunicavano un senso universale di afflizione e la rassegnazione a un inevitabile lavoro duro, in nome della santa mamma.

Elena, vado, cerca di non annoiarti troppo senza di me. Non si girava neanche, mentre controllava la chiusura della borsa. La recinzione da mamma è quasi caduta giù, devo cambiare i pali, e visto che non piove ancora, è ora di rincalzare.

Lo osservavo dalla finestra, stringendo la tazza del caffè tanto forte che mi doleva la mano.

Certo, vai pure. Un lavoro santo, questo. Il mio tono era piatto, monotono, come il ronzio del frigorifero. Saluta tua madre da parte mia, dille di prendersi cura di sé.

Lui annuì di sfuggita, richiuse il bagagliaio e, un attimo dopo, la sua macchina scompariva dietro langolo delle villette fuori Torino dove abitiamo. Da cinque anni ormai, ogni weekend, Sandro andava in campagna, nel paese di Villafiori, a scavare patate da sua madre.

Una pioggia, la neve o la calura non lo fermavano mai; si concedeva la parte del figlio modello e del lavoratore esemplare.

Lasciai la tazza sul tavolo proprio mentre il cellulare, lasciato nellingresso, iniziava a squillare. Sullo schermo compariva il nome di mia cara amica Monica che lavora ormai da una vita presso lanagrafe.

Elena, mi avevi chiesto di controllare i dati di tua suocera per la questione della domanda alla Regione, ricordi? La voce di Monica era strana, affannata, come se avesse appena corso. Ho verificato tre volte e la banca dati non può sbagliare.

Cosa, qualche debito col fisco? domandai, distratta, passando tra le bollette, senza aspettarmi nulla di che.

Elena… tua suocera, Rosa Ferrari, è morta cinque anni fa. Certificato rilasciato a maggio 2019.

Mi mancò il terreno sotto i piedi, come quando il traghetto ondeggia nel mare in tempesta. Mi dovetti appoggiare alla sedia.

Morta…? La domanda mi scappò dalla bocca, ingenua come una bambina. Ma Sandro va da lei proprio adesso, le porta medicine e cibo.

Non so chi e cosa porti il tuo Sandro, cara. Monica fu categorica, tagliando via ogni mia illusione. Allindirizzo di Villafiori, ora, risulta residente tale Giulia Bianchi, venticinque anni, e tre bambini piccoli.

Mi ronzava la testa, il viso mi si accalorava, ma continuai a respirare con calma. Una giovane donna, venticinque anni e già madre di tre?

Così mio marito avrebbe nascosto la morte della madre per mantenere una seconda famiglia?

Sulla mensola dellingresso cerano le chiavi della mia macchina. Non provavo rabbia, più come una secchiata dacqua gelida sulla schiena.

Il viaggio verso Villafiori durò due ore; quelle due ore le passai in un vuoto totale, senza radio, con un solo pensiero fisso in testa: un casale curato, unamaca in giardino, una bella ragazza dalle gambe lunghe serviva una bibita fresca a mio marito.

Mi aspettavo una quieta idillio, il nido damore costruito sulle mie spalle e col nostro budget familiare.

La realtà mi esplose nelle orecchie appena misi piede davanti al vecchio cancello verde. Altro che casa di vacanza: sembrava un manicomio.

Il recinto, quello sì, era nuovo alto, di lamiera preziosa ma dentro, il silenzio degli uccelli o il fruscio delle foglie erano coperti da un lamento multiforme, ininterrotto, sfiancante.

Provavo ad aprire il cancelletto, ma era chiuso dallinterno.

Feci il giro dal lato del vecchio orto, tra ortiche e rovi alti fino alla vita. Di patate, orti, serre, neppure lombra. Solo il prato ormai spelacchiato e montagne di plastica colorata: giocattoli rotti, pezzi di costruzioni, seggiolini.

Mi avvicinai alla finestra della veranda. I vetri tremavano per il frastuono.

Dentro, una luce bianca e spietata illuminava ogni angolo della stanza, colma di roba fino al soffitto. In mezzo al caos, tra mucchi di vestiti e giochi, una giovane donna.

Di certa, non era una rovinafamiglie da telenovela o una seduttrice: più che altro una figurina esausta, in vestaglia sporca, con le occhiaie viola e i capelli arruffati.

Intorno a lei, come piccoli piranha, strisciavano tre gemelli identici, urlanti.

Gridavano così forte che anche da fuori le finestre mi fischiavano le orecchie.

La ragazza, con il telefono allorecchio, urlava anche lei, probabilmente per coprire almeno lei stessa quel baccano:

Papà! Dove sei? Dovevi arrivare unora fa! Si sono sporcati tutti e tre insieme, non ce la faccio più! Porta la polvere per il latte e le salviettine, è finito tutto, papà, fa presto!

Papà?

Tutto ebbe subito un senso diverso: non lamante, non leroe galante, ma un papà per forza di cose, benefattore che rimedia agli errori del passato.

Poco dopo, la solita station wagon parcheggiava lentamente davanti al cancello. Mi nascosi dietro al grande gelsomino in fiore, invisibile ai suoi occhi.

Con la mano trovai il manico della vecchia pala accanto al muro vernice tutta spellata.

Sandro scese dalla macchina, davvero tutto meno che romantico: due enormi pacchi di pannolini in mano, la borsa a tracolla colma di omogenizzati.

Sembrava un mulo da soma: stravolto, stanco fino alle viscere, ma ancora in cammino. Il cancello cigolò, entrò barcollando, trascinando una vecchia bicicletta giocattolo.

Giulia, sono qui! chiamò, rassegnato, come chi è condannato ai lavori forzati.

Uscii dal mio nascondiglio, stringendo meglio la pala.

Ehi, ciao dottor agronomo!

Sandro trasalì, i pannolini gli caddero in una pozza di fango autunnale.

Elena?! Gli occhi sgranati, impietrito.

Proprio io. Sono venuta ad aiutarti nel duro lavoro. Questanno il raccolto è notevole, direi: triplo. Indicai la finestra, da cui proveniva ancora il boato. E la mamma mi pare pure ringiovanita di botto…

Elena, non è come pensi, lasciami spiegare! si spostò indietro, le braccia avanti. Abbassa quella pala, ti prego!

Cinque anni, Sandro! La mia voce era così fredda che coprì perfino il caos dei bambini. Cinque anni che mi menti in faccia. Da chi andavi tutti questi weekend?

Sul portico comparve Giulia, tenendo in braccio un bambino e nellaltra una tutina macchiata.

Papà, chi è questa?! strillò sullorlo della crisi. Tua moglie? Quella strega di cui mi raccontavi, che non ti lascia mai libero?

Strega?!?

Feci un passo in avanti, assaporando il momento. Sandro si incollò alla recinzione, consapevole di non avere più vie di fuga.

Bene, cari miei. Ora vi organizzo una bella sessione di sarchiatura generale, ve lo prometto.

Elena, ferma, non toccarla! gridò Sandro, proteggendo Giulia. È mia figlia!

Mi bloccai allistante, sentendo il freddo legno della pala nella mano.

Tua figlia? Ma abbiamo solo un figlio, Mattia, che ha vent’anni!

…è stato prima di te, un errore da giovane… Sandro balbettava, grondando sudore. Non lo sapevo nemmeno, me lha detto mamma prima di morire, mi ha dato lindirizzo…

Respirava a fatica, come dopo una corsa, asciugandosi il viso con la manica.

Sono venuto qui cinque anni fa, dopo la morte della mamma. E ho trovato Giulia sola, pure la madre era morta, viveva qua in rovina. Mi ha fatto pena, ho sistemato casa e recinto, le ho dato una mano mentre studiava.

Giulia smise di strillare e scoppio in un pianto disperato, il mascara che colava sulle guance.

Un anno fa il padre dei gemelli è scappato quando ha saputo dei tre. Sandro fece un cenno verso la casa. Elena, come potevo lasciarli soli? Tre neonati sono un inferno, vengo qui per permetterle almeno di dormire qualche ora!

Sarei morta senza di lui! urlava Giulia col bambino in braccio. Qui non riposa, fa tutto: pulisce, cambia pannolini, li culla notte e giorno!

Guardai mio marito, il viso segnato, le mani tremanti e le occhiaie profonde.
Quindi… abbassai la pala a terra in questi cinque anni, invece della tresca, cambiavi pannolini e lavavi pavimenti?

Sì! quasi gli usciva la voce di gola. Elena, il weekend qui è una galera. Il lunedì sono sollevato di andare in ufficio e sedermi in pace! Ma sono sangue mio, miei nipoti.

Tacque, con la testa bassa.

Guardavo quei bambini che urlavano come forsennati, la ragazza pallida che non si reggeva in piedi. I sospetti dinfedeltà sparirono; rimase solo una strana, fredda consapevolezza.

Non era un traditore, nel senso più sporco della parola. Era solo un pavido e un debole, che si era caricato di enorme peso, portandolo in segreto.

Allora davvero sarei una strega, io, a cui è meglio non dire nulla? commentai gelida.

Mi avvicinai a Giulia, lei indietreggiò terrorizzata, ma le presi il bambino urlante dalle braccia: un fagottino caldo e pesante.

Lo appoggiai sulla spalla, lo calmai con qualche carezza per un attimo si zittì, sorpreso.

Allora, nonno Sandro, ti sei incastrato davvero.

In che senso? balbettò alzando i pannolini.

Ma figurati se divorzio. feci una smorfia. Troppo comodo per te, troppo complicato per me.

Voltandomi verso Giulia, guardandola dritto negli occhi ancora gonfi di lacrime.

Tu, adesso, posi subito il piccolo nel box. Tu, vai a farti una doccia e a dormire. Per almeno quattro ore nessuno ti sveglia, nemmeno una bomba.

Lei rimase incredula.

E voi…?

Io da adesso sono la nonna supplente. O, temporaneamente, la direttrice.

Guardai Sandro, che restava fermo in mezzo al cortile.

Vai in cucina, Sandro. Prepara il latte, l’acqua a trentasette gradi.

E tu? chiese, quasi sperando.

Ora chiamo Mattia. Sta giusto chiedendo i soldi per il nuovo computer. Così viene pure lui a scavare le patate un po. Gli fa bene alle mani.

Sandro impallidì, intuendo la situazione.

Elena, magari lascia stare Mattia, è giovane…

No, è necessario, Sandro. risposi secca. E, tra laltro, ascolta bene.

…che cè?

Ora che sei ufficialmente trisnonno, la tua carta stipendio la gestisco io.

Perché…? provò a biascicare.

Perché servono lettini seri e un passeggino triplo, non quella roba del mercatino. E per me: danni morali da compensare. Voglio una pelliccia nuova e una settimana alle terme, sola.

Cullai il piccolo ormai quasi addormentato.

E ora, scavate pure, finché dura la luce. E quando torno, voglio il giardino sistemato. O racconto in sauna a tutti che il grande imprenditore è in realtà il miglior babysitter del Piemonte!

Sandro caricò le borse e si trascinò in casa sotto il peso della sua doppia vita.

Inspirai a fondo aria dautunno che non sapeva di camino o foglie, ma di borotalco e latte cagliato. Questo caos, finalmente, era sotto controllo, e il telecomando ce lavevo io.

Un mese dopo ero in veranda, avvolta nella mia pelliccia nuova, nonostante facesse caldo. Un messaggino della banca: è arrivato il bonifico dello stipendio.

E subito dopo: una foto. Sandro e Mattia, sporchi ma sorridenti, spingono un enorme passeggino triplo.

Sorsi un po di caffè e sorrisi. Ognuno, nella vita, ha la sua croce da portare. E mi sa che Sandro, finalmente, si è pure affezionato.

Raccontatemi che ne pensate di questa storia! Mi farà piacere…

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