Ho scelto una ragazza semplice per provocare i miei ricchi genitori ma lei custodiva un segreto che mi ha tolto il fiato
Diario Firenze, 17 ottobre
Cresciuto in una famiglia facoltosa di imprenditori toscani, ero abituato ad avere tutto. Mio padre, Lorenzo Bianchi, dirigente rispettato, e mia madre Silvia, padrona di casa elegante e severa, da anni mi ripetevano che un giorno avrei dovuto prendere le redini dellazienda di famiglia. Solo che per farlo, dovevo dimostrare di essere adulto.
Fu durante un pranzo della domenica, nel nostro appartamento vicino a Piazzale Michelangelo, che mi convocarono per una conversazione seria. Mio padre, con cappuccino e cornetto in mano, mi guardò fisso:
Ascolta, Matteo, disse solennemente, ormai hai trentanni. Se vuoi guidare la nostra azienda, è il momento di mettere la testa a posto. Ci vuole una famiglia, una moglie, una casa Ricordati, non puoi giocare a fare il ragazzino se vuoi essere preso sul serio.
Mia madre annuì, lo sguardo un po deluso. Tuo padre ha costruito tutto questo con fatica, uno come te non può perderlo per un capriccio.
Rabbia e sfida si mescolarono dentro di me. Vuolete vedere quanto sono adulto? Vi farò vedere io, pensai. Se hanno imposto una condizione del genere, gli porterò una ragazza che non si aspettano. Anzi, la più semplice che riesco a trovare: niente nobiltà, niente alta società. E così magari capiranno quanto sono ridicoli questi loro paletti.
Fu così che incontrai Beatrice.
La notai a una raccolta fondi organizzata in San Frediano. Nel marasma degli invitati in abiti firmati, lei stava sistemando i fiori sui tavoli con una semplicità che spiccava, vestita con un abito celeste senza marca e i capelli raccolti in modo essenziale. Un sorriso sincero e poco altro. Nessuna smorfia da contessa viziata.
Mi avvicinai. Ciao, sono Matteo Bianchi.
Lei sollevò appena lo sguardo e con tono cortese, quasi disinteressato, rispose:
Piacere, Beatrice Giusti.
Quel suo sguardo mi colpì: nessuna traccia dimpressione nel trovarsi davanti a quel Matteo.
Per rompere il ghiaccio, provai: Sei di Firenze, Beatrice?
Ah, semplicemente da un paesino della campagna senese. Nulla di speciale, disse sorridendo appena.
Perfetto, pensai. Era ideale per far impazzire i miei.
Fui diretto: Allora, Beatrice, cosa pensi del matrimonio?
Lei, un sopracciglio alzato: Scusa?
Lo so che sembra strano, ma cercavo qualcuno con cui fingere insomma, ci sono motivi miei. Naturalmente dovresti superare qualche prova davanti ai miei genitori.
Beatrice rise di gusto, gli occhi che scintillavano in modo che non capivo. Sai che ci avevo pensato anchio? Magari è la volta buona che provo il matrimonio, almeno per divertimento.
Affare fatto? domandai.
Va bene, disse, ma promettimi una cosa: nessuna domanda sul mio passato. Solo una semplice ragazza di paese, questo basta sapere. Daccordo?
Siamo daccordo, replicai, soddisfatto.
Quella sera la portai dai miei per cena. Mia madre, vedendo il look semplice di Beatrice, trattò di mascherare lo stupore con un sorriso tirato: Oh Beatrice, vero?.
Mio padre si rabbuiò; non era quello che si aspettava.
Volevate vedermi sistemato, no? Beatrice è perfetta per me tranquilla, sincera, e non si interessa ai soldi, misi in chiaro con entusiasmo.
Lei seguì perfettamente la parte: educata ma riservata, sguardi scettici durante i discorsi mondani. I miei non ci potevano credere.
Eppure sentivo che Beatrice sapeva giostrare alla perfezione questa messinscena e a volte mi pareva di cogliere nei suoi occhi una strana soddisfazione.
Una sera, dopo cena, mi domandò:
Matteo, sei sicuro di voler continuare così?
Più che mai, risi. Li sto facendo impazzire, Beatrice. Funziona alla grande.
Lei rispose piano: Sono contenta di esserti stata utile.
Preso dalla mia vendetta personale, nemmeno mi chiedevo come stesse lei. Finché non arrivò il gran ballo benefico organizzato dai miei genitori: specchi, lampadari di cristallo, tavole apparecchiate con tovaglie di lino bianco e posate dargento.
La sera dellevento, Beatrice entrò con un abito semplice celeste. Risaltava in mezzo agli abiti luccicanti: proprio leffetto che cercavo.
Ricorda, stasera è la prova finale, le sussurrai.
Lei annuì: Conosco il copione.
Restai vicino a lei mentre parlava poco e bene con gli ospiti, sempre sorridendo discreta. I miei la osservavano perplessi, incapaci di capire.
Poi, improvvisamente, si avvicinò il sindaco di Firenze:
Beatrice! Che piacere rivederti!
Le strinse la mano con calore.
Genitori a bocca spalancata, io di sasso. Il sindaco conosce Beatrice?
Lei sorrise composta, anche se un filo tesa.
Anchio sono lieta di vederla, sindaco.
Lo sa che ancora tutti parlano del centro daccoglienza che la vostra famiglia ha finanziato a Siena? Senza di voi, sarebbe rimasto solo un progetto, disse il sindaco.
Siamo felici di aver potuto aiutare, tutto qui, replicò lei.
Appena il sindaco se ne andò, mia madre sibilò: Matteo, cosa significa tutto ciò?
Non feci in tempo a rispondere che si avvicinò un vecchio amico di famiglia, Vittorio.
Beatrice! Non mi dire che sei tornata senza avvisare!
Lei sorrise e sussurrò: Non lho detto a molti. Sono qui per il mio matrimonio.
Vittorio si voltò verso di me, tra il sorpreso e il divertito:
Matteo, ti sposi con Beatrice Giusti la Regina della Solidarietà? La sua famiglia è una delle più generose di tutta la Toscana!
Sudai freddo. Quel nome echeggiava spesso nelle cronache locali: sempre elogi, mai polemiche. E io non avevo mai collegato.
Più tardi, mi avvicinai a lei, un po irritato e molto confuso:
Allora, Beatrice, la Regina della Solidarietà?
Lei sospirò. Sì. Mio padre gestisce la più grande fondazione benefica della regione, ma io ho sempre cercato di restare nellombra.
Perché non me lhai detto?
Per lo stesso motivo per cui non mi hai detto del tuo piano. Ho i miei motivi. Mia madre mi pressava a maritarmi con qualche rampollo solo per alleanze di potere. Mi hai dato la scusa perfetta per scappare, perlomeno per un po.
Rimasi a guardarla. Non era affatto la ragazza ingenua che credevo. Era forte e determinata, e soprattutto libera, seppur con qualche trucco.
Io giocavo con la mia vendetta, lei aveva rinunciato al suo cognome almeno per un po per assaporare la libertà. Accettò il mio gioco perché anche lei voleva sfuggire alle sue catene.
Una sera, mentre organizzavamo un altro evento, la osservai e le dissi:
Non avevo compreso quanto tu fossi in gamba, Beatrice. Sai affrontare tutto questo molto meglio di me.
Lei mi sorrise: Non sono qui per loro, Matteo, ma per sentirmi finalmente me stessa.
In quel momento capii: non era più motivo di rabbia o rivalsa con i miei genitori. Iniziavo a rispettarla, anzi, a desiderare davvero di stare con lei.
Beatrice, forse è il momento di dire la verità, azzardai.
Lei annuì. Non cera più nulla da fingere.
Il giorno dopo, chiedemmo ai nostri di sedersi col fiato sospeso. Dovevamo parlare chiaro. Per la prima volta mi sentivo sereno. Pronto ad essere onesto, con lei accanto.
Ho imparato che dietro ogni facciata cè spesso una persona che cerca solo di essere accettata per quello che è, non per ciò che possiede. E che la verità per quanto possa spaventare è lunica base su cui si può davvero costruire qualcosa di sincero.



