Mio marito mi ha detto: «Non contraddire». Io non ho contraddetto — ho semplicemente smesso di essere d’accordo. Ed è qui che sono iniziati i guai.

Un tempo, tanto tempo fa, mio marito mi ordinò: «Non discutere». Così io non discutevosemplicemente smisi di essere daccordo con lui. Fu allora che il vero spettacolo ebbe inizio.

Ricordo come Giuseppe fece il suo ingresso in cucina con latteggiamento di chi ha appena firmato la pace tra due mondi in guerra, mentre in realtà aveva solo comprato una pagnotta di pane e una bottiglia di latte. Il suo portamento era diventato quasi monumentale, scolpito. Da quando, una settimana prima, era stato nominato reggente vice caporeparto, mio marito non camminava più: sfilava come un re.

Chiara, disse fissando la mia cena (una trota al forno) con lo sguardo severo di un mastro salumiere che giudica la freschezza della mortadella.

Oggi sono sfinito. Decisioni strategiche tutto il giorno. Facciamo così: in casa voglio silenzio e piena accettazione. Non voglio discussioni. Voglio che tu sia sempre d’accordo. Il mio cervello ha bisogno di riposo dalle opposizioni esterne.

Rimasi con la forchetta a mezzaria. Doveva essere uno scherzo. Era audace, nuovo. Considerando che vivevamo nel mio appartamento e che il mio stipendio da consulente finanziaria ci permetteva di ignorare linflazione, la sua richiesta suonava come un criceto che esige dal gatto una camera privata.

Insomma, vuoi che faccia da eco alle tue parole? gli chiesi, sentendo risvegliarsi quella fiera nobile per cui mi rispettano i colleghi e mia suocera mi teme.

Voglio che tu riconosca la mia autorità, dichiarò solennemente Giuseppe, sistemando la cravatta che aveva voluto indossare persino per la cena. Luomo è il vettore, la donna è lambiente. Non piegare il mio vettore, Chiara.

Lo guardai attentamente. Nei suoi occhi brillava quella certezza pura e sacrale che di solito anima chi tenta di attraversare la Tangenziale Est fuori dalle strisce.

Va bene, caro, sorrisi, tagliando un pezzo di pesce. Nessuna discussione, solo accordo.

Da quel momento iniziò il mio gioco preferito: Attento a ciò che desideri, perché potrebbe avverarsialla lettera.

Il primo atto di questa commedia andò in scena il sabato. Giuseppe si preparava per un team building aziendale, che lui chiamava Summit dei leader e io Gita della fauna da ufficio a mangiare grigliata.

Gira e rigira davanti allo specchio nei pantaloni nuovi, comprati di nascosto da me. Era convinto che quel colore ocra mostrasse il suo status dirigenziale, ma lo facevano sembrare più un presentatore di spettacoli per bambini al circo che un leader dazienda. Si rigonfiavano vuoti sui fianchi e stringevano sui polpacci come cotechini appena legati.

Come sto? mi chiese gonfiando il petto. Elegante? Da vero capo?

Normalmente avrei suggerito con tatto che il suo aspetto ricordava più un buffone ambulante che un manager. Ma avevo promesso.

Senza dubbio, Giuseppe, annuii senza interrompere la lettura. È molto audace. Tutti capiranno subito chi comanda. Il colore e il taglio parlano della tua personalità.

Giuseppe raggiante.

Vedi! Prima avresti detto: Toglili o mi vergogno Stai imparando, moglie mia!

Uscì tronfio come un gallo da cortile. Rientrò la sera disfatto, paonazzo e, stranamente, con i jeans di un collega. Aveva rotto i pantaloni durante la sfida della corda del successo con un suono simile a una vela che si strappa nella tempesta delle illusioni.

Perché non mi hai detto che erano troppo stretti nei punti cruciali?! urlava, scaraventando i resti degli ormai famosi pantaloni in un angolo.

Tesoro, ma dicevi che mettevano in risalto lo status. Non ho contraddetto. Forse il tuo carisma ha superato la resistenza del cotone.

La vera tragedia scoccò quando intervenne lartiglieria pesante: la signora Maria Rita, mamma del vettore. Venne in visita per ispezionare la casa, e forte del mio nuovo atteggiamento docile, Giuseppe pensò di essere imperatore.

Sedevamo a tavola. Maria Rita, con la permanente di un barboncino e lo sguardo da giudice, esaminava ogni angolo del mio soggiorno.

Chiaretta, ma che tristi queste tende, sentenziò, sgranocchiando la mia torta. E cè polvere sul bastone! Una vera donna di casa non ha mai polvere: la fa scappare dalla paura! Giuseppe ha bisogno di calore, qui sembra uno studio notarile.

Sentendo rafforzato il suo regno, Giuseppe rincarò la dose:

È vero, Chiara. Mamma ha ragione. Lavori troppo e la casa è trascurata. Dovresti ridimensionare le tue aspirazioni. Magari smetti di lavorare a tempo pieno? Ora guadagno abbastanza, sono quasi un dirigente.

Mi venne da ridere. Il suo aumento avrebbe a malapena coperto il pieno di benzina e i suoi pranzi al bar. Ma ricordai: non discutere.

Ha perfettamente ragione, Maria Rita, dissi umilmente. E anche tu, Giuseppe, sei nel vero. Spendo davvero troppe energie sul lavoro. Le tende sono il biglietto da visita della donna.

Ecco! gongolò la suocera. Stai diventando saggia.

Per questo, continuai io, ho deciso di licenziare la colf.

Cala il silenzio. Maria Rita smise di masticare.

Quale colf? soscurò Giuseppe.

Quella che viene due volte a settimana e ci sistema casa mentre lavoriamo. Tu stesso hai detto che dobbiamo risparmiare per esser degni del tuo nuovo ruolo di padrone di casa. E mamma dice che il calore domestico si costruisce con le mani, non col portafogli. Sono daccordo. Licenzio la signora. Pulirò io. Nei weekend.

E nei giorni feriali? domandò con cautela Giuseppe.

Ah, in settimana ci godremo il naturale corso dellentropia. Certo non vorrai che mi consumi dopo il lavoro.

Le seguenti due settimane furono per Giuseppe unimmersione in un realismo domestico infernale. Tornavo dal lavoro, sorridevo e mi mettevo a leggere. I piatti si accumulavano. La polvere, prima eliminata dalla fata della pulizia, ora regnava sovrana su ogni mensola, come neve eterna sullEtna. Le camicie di Giuseppe, un tempo impeccabili, pendevano ora come fantasmi stanchi.

Chiara, non ho una sola camicia stirata! ululò un martedì mattina.

Lo so, caro. Ma ieri mamma mi ha consigliato sulle tende e ho passato la sera tra cataloghi. Non avevo forza per stirare. Del resto sei un dirigente, puoi delegare anche a te stesso.

Giuseppe afferrò il ferro, si bruciò un dito, bucò una manica, bestemmiò sottovoce e, sconfitto, indossò un maglione. Sembrava uno che ha tentato di ribellarsi al sistema ma il sistema aveva i cingoli della Littorina.

Il gran finale arrivò quando Giuseppe decise di organizzare una cena di lavoro: sarebbe venuto il vero caporeparto, Vittorio Luigi, e altri due colleghi importanti.

Chiara, è la mia occasione, correva ansioso per la cucina. Devo mostrare che ho una casa solida dietro, che comando io. Voglio una tavola ricca ma tradizionale. Non i tuoi sushi e carpacci. Gli uomini vogliono carne! E tu: lasciami fare, servi, sorridi e basta. Le tue opinioni sulla logistica non interessano nessuno. Hai capito?

Ho capito, risposi con dolcezza. Ricco, tradizionale, silenziosa.

E mettiti qualcosa di femminile.

Come vuoi, amore mio.

La sera mi preparai con metodo. Mi misi la vestaglia floreale con le balzedono della Maria Rita, riservato alle serate di Carnevale. Sulla testa mi feci una stravaganza tra nido di cicogna e torre medievale.

In tavola feci trionfare il cotechino in gelatina (comprato dalla gastronomia, tremolante come Giuseppe davanti al capo), una montagna di patate bollite e un gigantesco cosciotto di maiale arrostito, talmente grasso che sembrava il maiale fosse spirato di colesterolo. Niente raffinatezze. Niente tovaglioli ad anello. Tradizionale, come richiesto.

Gli ospiti arrivarono. Vittorio Luigi, uomo raffinato dietro gli occhiali, mi fissò con sgomento nella mia mise, ma non disse parola. Giuseppe arrossì fino a mimetizzarsi con la tappezzeria granata.

A tavola, cari ospiti! cinguettai come una vecchia massaia di paese.

La cena iniziò. Giuseppe tentava di fare conversazione sulle ottimizzazioni dei processi e redistribuzione delle ore-uomo, usando termini che chiaramente non conosceva.

Giuseppe, mi scusi, lo interruppe con garbo Vittorio Luigi. Ma se redistribuiamo come dice perde il contratto con i cinesi. Chiara, lei che pensa? So che è una delle migliori analiste in Italia Finanziaria.

Ecco lattimo decisivo. Giuseppe gelò. Dai suoi occhi partivano fulmini: Non parlare!.

Sorrisi radiosa, guardandolo con sguardo devoto.

Oh, Vittorio Luigi, ma che esagerazione! feci volare i bracciali. Da noi le questioni intelligenti le decide Giuseppe. Lui è il vettore! Io sono solo la cornice: patate e silenzi, come vuole la tradizione. Proibisce persino di interessarmi a queste cose, dice che le donne si rovinano la pelle con i pensieri troppo seri.

Vittorio Luigi rischiò di strozzarsi con una patata. Gli altri si guardarono.

Giuseppe impallidì; una goccia di sudore scese parallela alla suocera.

No, davvero, continuai, sempre più convinta. Giuseppe sostiene che le sue decisioni valgono milioni di euro. Io, con i miei modesti report A proposito, caro, racconta a Vittorio Luigi della tua idea di sostituire il gestionale con come lo chiamavi? Excel in nuvola?

Colpo di grazia. Quella dellExcel era stata la proposta peggiore di Giuseppe, derisa da tutto lufficio, ma lui a casa la spacciava per genio.

Giuseppe? Vittorio Luigi tolse gli occhiali, guardandolo come si osserva un insetto raro e inutile. Ha proposto davvero questa cosa?

Era solo unipotesi farfugliò Giuseppe, mentre la faccia gli scivolava nel piatto di cotechino. Chiara non ha capito bene

Come no, bel ragazzo? rilanciai, Mi hai spiegato per unora che il direttivo sono tutti retrogradi e tu un visionario. Non ti ho contraddetto, ero daccordo!

Giuseppe scattò, urtò la salsiera, e una chiazza di sugo rosso si allargò, minacciando i pantaloni. Sembrava il capitano del Titanic che ha appena sfondato da solo la carena della nave.

Gli ospiti se ne andarono dopo venti minuti. Impegni improvvisi, dissero. Vittorio Luigi, al momento dei saluti, mi strinse la mano e sussurrò:

Dottoressa Chiara, se si stancherà mai di lessare patate, nel mio reparto cè una posizione libera come vice alla strategia. Credo abbia talento nel mettere tutto al posto giusto.

Chiusa la porta, Giuseppe tornò da me tremando.

Tu Mi hai rovinato! Era tutto voluto! Mi hai fatto fare la figura dello stupido!

Io? mi stupii levandomi la vestaglia ridicola. Giuseppe, ho fatto esattamente quel che mi hai chiesto. Non ho discusso. Non ho espresso opinioni. Sono stata il tuo contorno. Se il piatto principale si è rivelato ridicolo, non è colpa del piatto di contorno.

Stava per urlare, ma alzai la mano.

Ora tocca a me parlare, caro. E, ti prego, non discutere. La mia mente ha bisogno di pausa dalla tua sciocchezza. Le tue cose sono già preparate, la valigia è in corridoio. Il tuo vettore punta dritto verso casa di mamma, a Sesto San Giovanni. Lì le tende saranno giuste e nessuno ti contraddirà.

Non hai coraggio Sono tuo marito!

Lo eri finché eri un compagno. Quando hai voluto diventare il mio padrone, hai dimenticato che il trono poggia sulla mia proprietà.

Guardavo dalla finestra mentre caricava la valigia sul taxi. Non ero triste. Respiravo libertà. In casa odorava di libertà e un po di maiale arrosto, ma bastava aprire le finestre.

Ricordate, ragazze: mai discutere coi maschi che credono di essere superiori. Fatevi da parte e lasciate che si scontrino di corsa con la realtà. E il rumore di una corona che cade è la più dolce delle sinfonie per lorecchio femminile.

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