Quando lo hanno trovato, tutti gli hanno voltato le spalle. Ma due anni dopo parlano di lui in America e in Giappone

Quando lo trovarono, tutti si voltarono dallaltra parte. E dopo due anni, di lui parlano in America e in Giappone.

Giulia uscì nellorto per raccogliere un po di prezzemolo fresco per il pranzo. Lì, vicino alla pila del compost, rimase immobile: due minuscoli gattini miagolavano piano, stretti luno allaltro come per difendersi dai sogni troppo lunghi. Uno era soffice, paffuto, e il secondo Giulia si chinò, le mani leggere, e sollevò il piccolo tremolante dal terreno umido.

Madonna santa, che ti è successo, poverino?

Gli occhi del cucciolo erano quasi del tutto nascosti da croste e secrezioni. Erano così vicini fra loro che pareva che la natura avesse finito lo spazio. Le zampette tremavano, il pelo sembrava fatto di nodi e riccioli aggrovigliati dal vento. Accanto a lui, la sorellina era la perfezione: tonda, ordinata, con il pelo lucido e il musetto giusto, una reginetta di maggio.

Giulia tornò a casa portando la valigetta delle medicine, prese un flaconcino di collirio e, con un batuffolo bagnato nellacqua tiepida, cominciò pian piano a pulire quella maschera disordinata.

Ce la farai, piccolo. Devi farcela.

Nei giorni seguenti, tutto divenne una spirale: viaggi dal veterinario tra una foschia dinsonnia e uno sbadiglio. Allergia ai croccantini, difficoltà a camminare dritto, articolazioni molli come pan di spagna lelenco delle diagnosi sembrava crescere con le lune. Il micio prese il nome di Tito, e rimaneva aggrappato alla vita come ci si aggrappa ai bordi dei sogni, ostinandosi a restare, anche quando lalba portava nuove fatiche.

Guarda che faccia buffa, rideva Giulia, osservando Tito che, lavandosi, cadeva sempre su un fianco per via delle zampette storte. Tito, sei un prodigio.

La sorellina la portarono via quasi subito: era bella, bastò uno sguardo e trovò casa. Tito rimase con Giulia. E lei, immersa nei giorni che si susseguivano come gocce su un vetro, non dubitò mai di aver fatto la cosa giusta.

Dopo circa sei mesi, quando Tito ormai sembrava un sogno meno fragile, Giulia guardò davvero il suo viso per la prima volta. Quegli occhi così stranamente vicini, da difetto diventarono la sua forza, davano a Tito unaria di perenne stupore. Come se ogni attimo scoprisse da capo il mondo, e non smettesse mai di meravigliarsene.

Tito, ma lo sai che hai una faccia da uno che si è appena ricordato di aver lasciato la moka sui fornelli? rise Giulia, scattando una nuova foto.

Nel telefono le foto di Tito si moltiplicavano: Tito sdraiato in posizioni assurde sul divano, Tito col muso da pesce lesso, Tito che manca il salto sul davanzale, perché lagilità proprio non era la sua compagnia.

Un giorno, lamica Francesca passò a salutarla. Quando vide Tito, rischiò di soffocare con il caffè.

Giulia, CHE è questa creatura?

È Tito, il mio adorato gatto.

Ma ma ha sempre quellespressione?

Sempre. Sembra che abbia appena scoperto che il Colosseo è bucato.

Francesca tirò fuori il telefono e iniziò a immortalarlo da ogni angolazione.

Lo devi iscrivere al concorso “Coda più lunga”! Qui a Monza lo fanno sabato prossimo.

Giulia alzò le spalle. La coda di Tito era sì scenografica, ma forse non da record. Però, perché no? Almeno avrebbero fatto una passeggiata e visto gli altri aspiranti campioni.

Al concorso, i giudici guardarono Tito a lungo, ben oltre lusuale; mormoravano tra loro, scambiandosi occhiate, come spettatori di un quadro cubista. Giulia pensò che fossero semplicemente storditi dalla sua insolita bellezza.

Signora, la chiamò una ragazza con una maglietta piena di loghi, questo gatto è unico. Deve assolutamente farlo conoscere in rete! Provi a girare un video e lo pubblichi sui social.

Ma chi vuoi che lo guardi?

Scommetto che farà impazzire tutti.

A casa, Giulia girò il telefono tra le dita, esitando. Tito, col suo solito modo di sedersi un po storto e gli occhi spalancati come se avesse visto volare Dante sul tram, sembrava invitarla a provarci.

Allora, Tito, proviamo a diventare famosi?

Il primo video fece trecento visualizzazioni. Il secondo, millecinquecento. Ma fu il terzo a capovolgere tutto.

Giulia, hai visto? suo marito Marco entrò trafelato, il tablet in mano. Tito ha già settantamila follower!

Giulia fissò lo schermo, incredula: notifiche, commenti, cuori e faccine come chicchi di riso dopo un matrimonio.

«Mai visto niente di più tenero!»

«La sua espressione è la mia ogni lunedì mattina!»

«Dove si trova? Lo voglio anche io!»

«Sembra sempre che domandi: “Chi sono? Dove sono? Perché sono un gatto?”»

Capì che serviva una pagina a parte, tutta per lui. Così nacque il profilo Tito il Sospeso, dove caricava storie surreali: la caccia ai riflessi di luce, le dormite con le palpebre ancora aperte (le ciglia di Tito sembravano dire addio al riposo vero), lui sul davanzale con laria di chi medita sulle poesie di Leopardi.

Ogni giorno più iscritti: quindicimila, ventimila, trentamila Le cifre salivano a ritmo di tarantella.

Poi le scrissero i giornalisti. Prima il quotidiano locale di Brianza, poi una rivista di Milano, infine persino la RAI. E non finiva lì.

Giulia, qui cè un americano che vuole intervistarti! rise Marco, porgendole il telefono. Parla di intervista e richieste strane.

Scoprì così che il New York Times desiderava pubblicare un articolo sullinquietante gattino dItalia. A ruota arrivò anche un settimanale tedesco, un sito australiano e persino un giornale di Tokyo.

Tito, ormai sei una diva internazionale, sussurrò Giulia grattandogli la testa. Ti discutono a Tokyo, mica fesserie.

Tito la guardò con la sua aria sospesa tra una domanda e un wow, poi si stese a pancia in su come per calmare la tempesta.

Poi arrivò una troupe dalla Germania. Giulia temeva che Tito avrebbe avuto paura, che si sarebbe nascosto, magari sparito in un angolino buio. Invece, nulla cambiò: sedeva con la sua solita postura obliqua, fissava i cameraman con stupore eterno e, quando tentò di saltare sulla poltrona, mancò il bersaglio tre volte.

Strepitoso! gridava il regista. È così autentico!

A fine riprese, la regista strinse forte la mano di Giulia.

Grazie, avete reso il mondo più gentile, davvero.

Giulia li salutò masticando emozioni: possibile che stesse succedendo proprio a lei, proprio a Tito quel gattino ridotto male che aveva raccolto tra lodore di basilico e compost?

La sera, seduta sul divano con Tito acciambellato in grembo, la pioggia cadeva lenta oltre le persiane e la luce di una vecchia abat jour spargeva oro sulle tende.

Sai, Tito mio, sussurrò accarezzandolo, quanti dissero che non dovevo nemmeno provarci, che era uno spreco di tempo e euro. Dicevano che tanto… E invece guarda: ora fai sorridere gente a Roma, a Londra, a Oslo. Dicono che la tua faccia li aiuta a tenere duro, proprio quando la giornata barcolla.

Tito fece le fusa con un suono che sembrava campane di paese e la guardò: nello sguardo, ancora quel lampo di scoperta, quasi avesse trovato il motivo segreto per cui i gatti dormono così tanto.

Sei la prova che a ogni creatura va data una possibilità. Che ciò che per qualcuno è un difetto può diventare meraviglia. Lamore quello sì fa davvero i miracoli.

Il telefono vibrò ancora: questa volta era una mail dalla Lituania.

Giulia sorrise. Mai avrebbe pensato di finire a parlare con giornalisti da ogni parte dEuropa, che il suo strano gattino avrebbe raggiunto il mondo. Ma la cosa più importante era sempre lì: Tito viveva, Tito era felice e, in quello che lui era, sapeva portare allegria alle persone. Non arrampicava sugli alberi come gli altri, però sapeva regalare allegria come i sogni più surreali che si fanno da bambini.

Grazie, Tito, sussurrò, per essere qui, per aver lottato. Per aver dimostrato a tutti ma prima di tutto a me che non esistono casi senza speranza, solo cuori troppo stanchi.

Tito si accoccolò, eroe tranquillo. Anche nel sonno, sulle sue labbra bianche restava quella nota dincredulità come se nemmeno lui avesse ancora capito quanto strana e meravigliosa fosse la strada che laveva portato fin lì.

E in qualche luogo lontano, tra le colline o dietro i portoni di Roma, qualcuno apriva la pagina di Tito il Sospeso, scorreva le sue foto e capiva una cosa semplice: la bellezza è relativa, la bontà è assoluta. Ed è la bontà che trasforma un gattino malato in una stella che, a modo suo, illumina le vite di tutti noi.

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