La vicina rubava di notte i miei sacchi di letame. Ieri ci ho aggiunto generosamente del lievito

La vicina rubava di notte il mio compost a sacchi interi. Ieri, con generosità tutta mia, ci ho aggiunto un po di lievito.

Sei di nuovo venuta a prendere dalla mia pila con i secchi? Non era nemmeno una domanda, solo una constatazione del fatto.

Luciana, la vicina oltre la siepe, nemmeno un battito di ciglia. Stava in piedi nellorto, appoggiata alla zappa, guardandomi come se anziché colpevole fosse stata appena nominata santa.
Donatella, ma dai, non ti scaldare! Lì ne hai a montagna! Te ne può mancare un po per una vecchia amica dinfanzia?

Non è una montagna, Luciana. Sono ottomila euro per il camion, trasporto compreso, dissi indicando quel mucchio ormai dimezzato dietro casa. E comunque è roba mia.

Uffa, allora tienitela stretta! alzò gli occhi al cielo come una Madonna seccata. Due secchi ho preso, giusto per i miei cetrioli! La mia pensione è una miseria, mica posso ordinare camion come te.

Sapeva quali corde toccare. Luciana era maestra nel fingersi vittima: non cè frutto che le maturi tardi che non sia colpa dello Stato, della siccità, dei casi astrali o leggasi Donatella, perché i miei pomodori erano sempre i primi a colorarsi.

Rientrai in casa, sentendo la rabbia risalirmi come aceto. Non erano i secchi o i soldi: era la faccia tosta, la presa in giro sotto il sole dagosto, lessere trattata da scema.

Ogni notte, verso le due, sentivo il fatidico fruscio. Non era il secchino della disperazione: Luciana lavorava in grande, riempiva grossi sacchi neri e li trascinava via, come se si preparasse allassedio di Torino.

Antonio era in cucina, masticava lentamente un panino e faceva parole crociate.
Ha portato via di nuovo? disse senza staccare gli occhi dal cruciverba.
Di nuovo. E sono pure io la tirchia!
Allora metti una trappola.
E poi chi glielo spiega ai carabinieri una vicina senza piede? Serve astuzia, non muscoli.

Guardavo dalla finestra la sua serra di polietilene, orgoglio del quartiere. Luciana amava dire di avere il tocco magico. Magico sì soprattutto a infilare mani nelle cose altrui.

Quella notte il sonno si sbriciolava. Rimasi a sentire: in lontananza abbaiava qualche cane, i grilli suonavano forte, poi di nuovo: fruscio, fruscio. La pala scricchiolava nel compost. Io lo avevo curato, coperto con il telo, difeso antipioggia, e lei veniva e prendeva, come fosse roba sua.

Allalba, uscii sul portico Luciana già trafficava tra le zucchine.
Buongiorno Donatellina! trillò. Vedo che le tue zucchine ingialliscono saranno mica malate?

Splendeva. E le impronte dicevano che quella notte non aveva portato via meno di tre sacchi.
Ciao Luciana, alla larga.

Mi avvicinai al capanno, locchio cadde sulla mensola dei prodotti da orto: semi, fertilizzanti e una gigantesca confezione gialla di lievito secco per le fragole. Lidea scese come una pioggia improvvisa.

Luciana stipava il tesoro in robusti sacchi da edilizia, li chiudeva con doppio nodo e li infilava in serra, dove maturava al caldo. Lì dentro, con lafa e lumidità, la magia non poteva mancare.

Misi dellacqua calda nel secchio, sciolsi tutto lo zucchero avanzato in credenza e aggiunsi lintera busta di lievito. Schiumava, faceva le bolle, profumava di dolce vendetta primaverile.

Quando calò il buio, Luciana ancora non era uscita a caccia. Sgattaiolai dal lato opposto, dove la rete del recinto aveva una toppa facile da scostare. Versai il brodo frizzante sulla cima della pila, rimescolando il primo strato. Se ti piace prendere laltrui, almeno goditi il condimento della casa!

Tornata, mi lavai le mani con attenzione e mi infilai sotto le coperte, sentendomi equilibrata come una bilancia antica.
Che ridi? bofonchiò Antonio assonnato.
Sogni belli in arrivo, risposi e lo abbracciai.

La notte passò muta. Non fui svegliata dal solito scalpiccio: forse Luciana aveva fatto tutto in silenzio, nemmeno il più piccolo suono.

Ma il mattino non fu svegliato dal caffè né dal canto degli uccellini. Lo sconquassò un urlo selvatico, come se nel cortile avessero trovato una lince.

Io e Antonio saltammo su. Lui, in mutande, alzò la tapparella col fiatone.
Cosè successo?? balbettò.

Indossai la vestaglia, respirai aria fresca e subito percepii uno strano odore acidulo, mai sentito in paese. Luciana stava davanti alla sua serra nuovissima, il portone spalancato.

La vicina pareva un quadro di De Chirico bagnato nel caffè: tutta a macchie marroni, come spruzzata da un artista astratto ubriaco. Mi avvicinai al cancello e recitai lo stupore più innocente.

Luciana, ma cosè stato? È esplosa una tubatura?

Si girò lenta. In faccia paura e la stessa roba che imbrattava il resto.
È è scoppiato! rantolò. Donatella! Era vivo!

Guardai attraverso la rete e mi trattenni appena dal fischiare. Dentro la serra perfettamente trasparente, era esplosa una battaglia del clima padano. Dove fino alla sera prima giacevano sacchi ordinati, cera stata unesplosione di carnevale.

Il lievito, preso dal caldo umido e chiuso stretto nei sacchi, aveva iniziato a fermentare, producendo gas. La pressione cresceva. I sacchi si gonfiavano come palloncini per Carnevale, fino a che la fisica non aveva deciso di intervenire.

La plastica si era lacerata: il contenuto era schizzato sulle pareti e sul soffitto. Le aiuole di peperoni preferite di Luciana paiono devastate da una bombarda medievale. Nel mezzo di tutto, lei, statua vivente della disfatta.

Ma che ti è esploso, scusa? domandai con la voce più serena di cui fossi capace.
I sacchi! gridò lei. Sono entrata e uno è esploso! Poi un altro! Che ci hai messo, Donatella?!

Io? mi finsi candida. Luciana, quello è compost mio, fatto da mucca mia. Al massimo ho aggiunto amore.

Come sia finito in sacchi chiusi nella tua serra, resta un mistero.

Luciana si bloccò. In faccia aveva rotelle che giravano. Se confessa che è il mio si autoaccusa del furto. Se invece dice che è suo allora perché il festival?
Si scioglieva in ogni senso.

Questa è una sabotaggio! sbottò. Mi volevi avvelenare!

Con fertilizzante bio? alzai le spalle. Magari la tua serra ha unaura pesante o qualche vecchia maledizione? Non eri tu quella con la mano fatata?

Antonio uscì sul portico, diede unocchiata e scappò dentro a soffocare le risate. Luciana prese la gomma e iniziò a lavarsi dalla testa ai piedi, ma lodore ormai era parte dellanima: non era compost, era il profumo eterno del ridicolo.

In paese corsero voci: qualcuno diceva che gestisse un clandestino di grappa, qualcun altro parlò di meteoriti. Lei, muta come una bomba inesplosa, passò la giornata a strofinare la serra.

Buttò via tutta la semina e cambiò la terra quella carica era eccessiva anche per i peperoni calabresi. La sera non uscì per il solito tè sul portico: evento più unico che raro.

Dopo una settimana arrivò un altro camion di compost, scaricato al solito posto. Quella notte mi svegliò un silenzio mai sentito. Niente passi di ladro, nessun fruscio da racconto noir.

Andai in giardino: la luna illuminava la montagna intatta.

La mattina, Luciana passò davanti al mio cancello senza nemmeno guardare. Ora comprava fertilizzante al consorzio: colori sgargianti, prezzo pieno, solo per sé.

Ciao vicina la chiamai. I peperoni come vanno?

Si fermò, occhi bassi. Niente rimorso, ma una chiara paura di nuove magie chimiche.

Crescono, grugnì. Ce la faccio da sola.

Meglio così! Se ti servisse la ricetta per la miglior concimazione, la conosci ormai.

Sputò in terra e si allontanò quasi correndo. Io entrai e feci un tè nero forte.

Dentro stavo serena senza euforia e senza vendetta. Ogni cosa al posto giusto. Il mio restava mio, il resto quieto.

I confini non li segna laltezza della siepe: sono le lezioni che impari. Non mettere mai mano nella pila di un altro, se non vuoi un raccolto esplosivo.

E il lievito ora non manca mai sulla mensola in alto. Non si sa mai: esistono tanti insetti che credono di testare la tua generosità bisogna saper dialogare, in silenzio, con tutti loro.

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