La vicina rubava a sacchi il mio letame di notte: ieri ci ho aggiunto una bella dose di lievito

La mia vicina rubava il mio letame a sacchi di notte. Ieri ci ho generosamente aggiunto del lievito.

Ancora con i secchi nella mia pila, eh? Non era una domanda, era una constatazione.

Teresa, la vicina oltre la siepe, nemmeno fece una piega. Stava là, in mezzo al suo orto, appoggiata alla zappa con unaria come se laccusata ingiustamente fossi proprio lei.
Marta, non esagerare! Ne hai una montagna di quel ben di Dio! Davvero ti pesa offrirlo a una vicina, a unamica dinfanzia?

Non è ben di Dio, Teresa. Sono duemila euro tra letame e consegna indicai la pila dietro casa, ormai dimezzata. E resta il fatto che è roba mia.

Ma dai, che timporta! fece roteare gli occhi. Ho preso due secchi per dare una spinta ai cetrioli. La mia pensione è una miseria, non posso certo comprare camionate di concime come te.

Sapeva sempre dove colpire. Teresa era unartista nel dipingersi come vittima: cera sempre qualcuno da incolpare lo Stato, il tempo, le macchie solari, e naturalmente io, perché i miei pomodori arrossivano prima dei suoi.

Rientrai in casa con la rabbia che mi prendeva la gola. Non era questione di soldi o di un paio di secchi mi irritava la faccia tosta e lidea che mi prendesse per scemo.

Ogni notte, intorno alle due, sentivo un inconfondibile fruscio. Non era solo un secchietto. Teresa faceva le cose in grande: riempiva grossi sacchi neri e trascinava via le mie scorte, come se si stesse preparando a un assedio.

Paolo era seduto in cucina, masticava svogliatamente un panino e faceva le parole crociate.
Rubato ancora? chiese senza neanche alzare lo sguardo.
Ancora. E mi ha pure dato della taccagna.
Mettile una trappola.
Sì, poi prova a spiegare perché la vicina si ritrova senza un piede. Serve astuzia, non forza bruta.

Mi avvicinai alla finestra e scrutai la sua serra vero oggetto di invidia del quartiere. Teresa adorava vantarsi del suo sementino speciale e della mano magica. Magica sì, soprattutto quando rovista nelle pile altrui.

Quella notte il sonno non arrivava. Rimasi sdraiato a sentire: un cane abbaiava, i grilli facevano il loro concerto, poi, di nuovo gratt, gratt. La pala affondava nel compost con un rumore secco. Quella pila lavevo curata io: coperta con il telo, protetta dalla pioggia e lei, semplicemente, veniva a prenderla come fosse cosa sua.

La mattina dopo, mentre Teresa già si agitava tra i filari, mi accolse con la solita cantilena:
Buongiorno Martarella! trillò allegra. Vedo che le tue zucchine stanno ingiallendo, tutto a posto?

Era raggiante le tracce notturne dicevano chiaro che se nera portata via almeno tre sacchi.
Ciao Teresa. Non vedi lora, eh?

Distinto andai verso il ripostiglio: sulla mensola cera la mia solita scorta di prodotti per lorto sementi, concimi, e un pacco giallo di lievito secco per le fragole. La strategia mi venne in mente allistante.

Teresa stipava il bottino in robusti sacchi di plastica, ben stretti, e li nascondeva nella serra a fermentare. Dentro, caldo e umidità condizioni ideali per una bella lievitazione.

Versai nel secchio dellacqua tiepida, ci sciolsi lultima manciata di zucchero e svuotai tutto il pacco di lievito. La miscela cominciò a friggere e a schiumare, odorando di fermentazione e di giustizia imminente.

Con il buio, regolai il passo attorno ai confini. Sapevo bene dove infilava la mano attraverso una toppa della rete. Proprio lì versai la miscela, mescolando con cura la parte superficiale della pila. Vuoi rubare? Allora prendi anche il resto, col cuore.

Tornai in casa, mi lavai bene le mani e mi infilai a letto soddisfatto: avevo riequilibrato il piatto della bilancia.
Che ridi? mormorò sonnolento Paolo.
Lo stomaco leggero aiuta a dormire, si dice.

Quella notte non sentii nessun movimento. Forse Teresa aveva lavorato con più attenzione o forse era davvero tutto tranquillo.

Al mattino, non fu il profumo del caffè a svegliarci. Né lo stridio degli uccelli. Ma un urlo così forte che sembrava avessero catturato una bestia in giardino.

Io e Paolo ci precipitammo alla finestra. Mio marito, in mutande, si mise a stropicciarsi gli occhi.
Che succede?! urlò sbalordito.

Indossai la vestaglia e uscii. Laria fresca sapeva di qualcosa di strano, acidulo. Teresa era davanti alla sua nuova serra trasparente, con la porta spalancata.

Era… pittoresca. Ricoperta ovunque di grosse macchie marroni, come dipinta da uno scultore di letame. Mi avvicinai al confine con faccia stupita.

Teresa, che hai combinato? Hai rotto una tubatura?

Si voltò lentamente: il viso impastato di paura e letame.
Marta, è esploso tutto! sibilò. Era vivo!

Mi sporsi dalla rete e dovetti trattenermi dal ridere. Dentro la serra, il caos. I sacchi del bottino, poggiati con cura la sera prima, avevano dato spettacolo.

Il lievito, con il calore e lumidità, aveva iniziato una fermentazione selvaggia nei sacchi sigillati. Il gas li gonfiava come mongolfiere, finché la plastica cedeva il risultato era unesplosione di composta dappertutto.

Pareti trasparenti spruzzate omogeneamente, il soffitto non era da meno. Il filare dei suoi adorati peperoni ridotto a un campo di battaglia. In mezzo, lei, eroina e vittima della mattinata.

Che cosa ti è scoppiato? chiesi fingendo la massima innocenza.

I sacchi! gridò. Sono entrata e uno è scoppiato! Poco dopo il secondo! Marta, che ci hai messo dentro?!

Io? finsi sorpresa. Teresa, era il mio letame nel mio cortile. Non ci ho messo niente, a parte quello che la mucca ha prodotto.

Come sia arrivato nella tua serra, diviso in sacchi pronti da fermentare, quello sì che è davvero curioso.

Rimase lì impietrita, quasi si vedesse il meccanismo mentale girare. Ammettere che era mio, avrebbe significato confessare il furto. Sostenere che fosse suo, spiegare il disastro. Si accartocciava dentro e fuori.

Una trappola! sputò alla fine. Volevi avvelenarmi!

Con prodotti naturali? feci spallucce. Forse è la tua serra che porta sfortuna. O qualche malocchio. Dicevi di avere la mano magica, no?

Paolo venne sull’uscio, lanciò unocchiataccia alla scena, e se ne tornò subito dentro cercando di non scoppiare a ridere. Teresa, invece, acchiappò il tubo dellacqua e si mise a lavarsi via la miscela, più nervosa di prima.

Lacqua colava dalla vestaglia, ma quellodore non sarebbe andato via facilmente. Era laroma della sconfitta.

In paese subito si sparse la voce di strani scoppi a casa di Teresa. Le ipotesi si rincorrevano: distilleria clandestina, meteoriti caduti. Lei muta come una statua, per tutto il giorno a strofinare vetri e piastrelle.

Tolse le piante dalla serra e sostituì tutta la terra superiore la concimazione era troppo esplosiva persino per le sue zucchine. Alla sera, niente invito per il solito tè evento raro.

Una settimana dopo ordinai un altro carico di letame. La pila fu scaricata dovera sempre stata. Quella notte mi svegliò uno strano silenzio. Nessun rumore di secchi, nessun fruscio lungo la siepe.

Andai in giardino la luna illuminava una pila perfettamente intatta.

Al mattino Teresa mi passò davanti al cancello, lo sguardo basso. Ora comprava il concime in negozio in sacchetti colorati e pagati di tasca sua.

Ciao vicina! la salutai. Come vanno i peperoni?

Si fermò, mi guardò senza un briciolo di rimorso, ma negli occhi spuntava la paura per altri possibili effetti chimici inaspettati.

Vanno, borbottò. Faccio da me, non mi serve niente.

Ottimo. E se hai bisogno, la mia ricetta la conosci già.

Sputò per terra e tornò di corsa in casa. Io rientrai e mi feci un tè nero bello forte.

Mi sentivo sollevato e sereno niente trionfo, nessun orgoglio. Semplicemente, ogni cosa tornata al proprio posto. Il mio restava mio, quel che è altrui non si tocca più.

Perché i confini non li fa laltezza di una siepe, ma le lezioni che si imparano. Mai ficcare il naso nella roba degli altri, se non si è pronti alle conseguenze.

E ora una scorta di lievito secco la tengo sempre sulla mensola in alto. Non si sa mai. Se qualche altro coleottero italiano volesse testare la mia generosità, ormai il dialogo so condurlo a modo mio.

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