Silvia era sdraiata sul divano, gli occhi persi nel soffitto. I pensieri ansiosi si rincorrevano nella sua mente e il sonno sembrava irraggiungibile. Come poteva dormire, quando la sua piccola stava male? Perché lho mandata allasilo? si rimproverava tra sé e sé. Se fosse rimasta a casa un giorno in più, magari non si sarebbe ammalata
Un peso le strinse il petto, togliendole il respiro. Si alzò lentamente e andò alla finestra. Il cielo di Pavia era grigio, le nuvole basse incombevano sul quartiere. Da tre giorni cadeva una pioggia fina e insistente, tipica dellautunno in Lombardia. Silvia sospirò pesantemente. Dal letto arrivarono i lamenti della piccola Caterina, che tossì nel sonno. La madre corse da lei, le toccò la fronte rovente. Anche senza termometro, era chiaro che la febbre era salita di nuovo. Accese la lampada sul comodino, prese il termometro e lo infilò sotto il braccio della bimba.
Quaranta! Madonna santa, cosa devo fare?
Caterina aprì lentamente gli occhi.
Mamma, ho caldo
Sì, amore mio, è la febbre adesso passa tutto, vedrai
Si svegliò anche il marito, Lorenzo, e si avvicinò preoccupato. Silvia si mise subito a preparare una nuova dose di sciroppo per la febbre. Ma la temperatura non scendeva. Quando ormai lalba iniziava a rischiarare il cortile con una luce incerta, arrivò lambulanza col lampeggiante blu e portò via madre e figlia verso lospedale.
Uninfermiera, con uno sguardo pieno di tenerezza verso la madre pallida e spaventata, accarezzò delicatamente la mano di Silvia e, con la precisione dellabitudine, attaccò la flebo al braccino sottile di Caterina.
Non si preoccupi, signora. Adesso si sentirà meglio. Vedrà che andrà tutto bene.
Silvia le fece solo un cenno con la testa.
Dopo poco Caterina cominciò davvero a rilassarsi. Aprì gli occhi e chiese dellacqua. Silvia si voltò verso il letto accanto e vide due enormi occhi azzurri, carichi di stupore, fissarla. Erano quelli di una bambina minuta, forse sei anni, con i capelli biondi arruffati e il viso delicato. Indossava dei collant con le dita bucate e una maglietta sbiadita. Sotto il letto, invece che ciabatte, cerano un paio di scarpe da ginnastica protette da copriscarpe azzurri.
Ciao, salutò la bimba.
Ciao cara, rispose Silvia, sei arrivata stanotte?
No, sono qui da un po. Mi dimettono venerdì.
Eh, venerdì è ancora lontano. Oggi è solo lunedì.
E la tua mamma, dovè? chiese Silvia con voce gentile.
Non ce lho più, disse la bimba abbassando gli occhi. È morta quando ero piccola. Poi anche papà se nè andato, beveva troppo… Così mi hanno portata in un orfanotrofio.
Sospirò come una vecchietta.
Lì non mi piace, qui sì. Si mangia bene e i grandi non sono cattivi…
Si alzò dal letto e si mise le scarpe da ginnastica.
Fra poco cè la colazione. Ve la porto io?
Grazie, amore, ma vado io disse Silvia sorridendo con un nodo in gola.
Guardò la schiena magra della bambina che si allontanava e sentì il cuore stringersi in una morsa. Una signora nel letto accanto le lanciò unocchiata e sospirò: «Una brava bambina, umile e affettuosa. La vita non le ha regalato niente…»
Ma Silvia non ebbe il tempo di rispondere. Sul cellulare cominciò a suonare linconfondibile melodia della sua mamma.
Pronto, mamma?
Come state, tesoro mio? E Caterina?
Siamo in ospedale, mamma.
Oh signore, che è successo?
Febbre alta, mamma. Ora va meglio, almeno sembra. Temono una bronchite. Sta dormendo.
La madre afflitta singhiozzò: «Povera stella mia, in quale ospedale siete? Sto arrivando. Che porto?»
Mamma, ho dimenticato le mie ciabatte e la pigiama rosa di Caterina. E poi, mamma qui cè una bambina dellorfanotrofio. Puoi portare anche shampoo, sapone, qualcosa di Sonietta che è rimasto a casa?
Ma chi è questa bambina?
Dopo ti racconto. Porta una maglietta o due, una vestaglietta, dei leggings. E soprattutto delle ciabattine, per una bimba di sei anni, va bene?
Ma certo, cara.
Il mattino dopo Caterina rideva allegra, giocando con la nuova amichetta. Silvia uscì nel corridoio e fermò uninfermiera.
Senta, ma a questa piccola nessuno viene a trovare?
No, vengono solo a prenderla quando la dimettono, rispose linfermiera scuotendo il capo. Fare il bagno le farebbe bene, anzi, dovrebbe proprio farlo, ma purtroppo il tempo manca sempre.
Quella sera, la piccola Viola finalmente pulita, profumata di sapone, con una pigiama nuova e ciabattine rosa con cagnolini ricamati sembrava rinata, raggiante di felicità. Tutti i doni di Silvia li aveva messi sotto il cuscino; le ciabattine invece sotto il materasso.
Viola, perché nascondi le tue cose? chiese Silvia dolcemente.
Per non farmeli rubare, sussurrò la bimba abbassando lo sguardo.
Silvia sospirò, impotente di fronte a tanta tristezza.
Quando spensero le luci, Viola chiuse gli occhi e sognò di camminare per una strada soleggiata, al fianco di Caterina e con la mano di zia Silvia stretta forte. Desiderava con tutta sé stessa una mamma, un papà. Sognava le carezze della sera, le coccole prima della nanna, la pigiama calda e comoda, un padre capace di sollevarla fino al soffitto fra una risata e laltra. Sospirò: avrebbe lavato i piatti, pulito i pavimenti, vegliato su Caterina, imparato con impegno lettere e numeri… pur di essere amata. Voleva solo una famiglia.
Nel suo istituto a Voghera non le avevano mai fatto del male, ma leducatrice, signora Elena, urlava sempre; i bambini spesso la prendevano in giro, a volte rubavano cose e merenda. Non molto tempo prima aveva fatto cadere un piatto di polenta: la punizione era stata dura, lavevano chiusa in uno stanzino per ore. Il ricordo delle risate di Matteo, il ragazzino più grande, la tormentava.
Viola aveva paura dei topi e nel debole chiaroscuro di quel bugigattolo aveva pianto finché sfinita si era accasciata sul pavimento gelido, dove aveva preso il raffreddore. Ed era finita in ospedale.
A quel pensiero gli occhi si velarono di lacrime, una sottile riga bagnò le guance. La bambina singhiozzò ma improvvisamente sentì una mano calda accarezzarle i capelli. Aprì gli occhi.
Zia Silvia
Su, piccola mia, non piangere va tutto bene. Andrà tutto bene, tesoro…
La donna la strinse a sé, in un abbraccio che odorava di tenerezza e di mamma.
Piccola, sussurrò ancora, non aver paura
Viola si acquietò. Le sembrò davvero di avere tra le braccia la mamma. Fece coraggio e bisbigliò:
Zia Silvia…
Dimmi, amore.
Magari fossi tu la mia mamma…
E da Silvia sgorgarono lacrime silenziose. La decisione fu immediata non con la ragione, ma con il cuore. Restava solo parlarne con la famiglia.
Sua madre fu subito daccordo, anche la suocera, che lei stessa era cresciuta senza genitori. Ma Lorenzo, il marito, non era convinto.
Sei impazzita? Capisci che è una cosa per tutta la vita?
Lo capisco! E capisco anche che se non lo faccio mi tormenterò per sempre, lo capisci?
Lui abbassò lo sguardo.
Voglio vederla con i miei occhi.
Va bene.
Quella sera uscirono insieme nel corridoio. Lorenzo prese in braccio Caterina, la strinse e la baciò.
Sei la mia gioia, le sussurrò. Poi guardò la moglie. Lei lo fissò, seria, e disse:
Ecco qui, questa è Viola. Dille ciao, Sergio.
La bambina fece un passettino timido, sollevando i suoi occhi profondi.
Buonasera.
Ciao, piacere di conoscerti, rispose luomo commosso.
Viola fece un timido sorriso. Qualcosa si mosse nel cuore di Lorenzo. Guardò Silvia, gli occhi lucidi. Annì.
Qualche mese dopo, davanti allIstituto di Voghera, si fermò unauto. Ne scesero Silvia e Lorenzo. I bimbi corsero alle finestre: Viola! Viola! I tuoi sono arrivati!
Viola saltò fuori, verso loro. Silvia si chinò, le aprì le braccia:
Ciao, Viola! Siamo venuti per te! Andiamo a casa?
Il piccolo cuore della bambina quasi scoppiava per la gioia: «Sì, mamma!!!»Viola corse incontro a Silvia, stringendole la vita con tutte le forze che aveva, e tra le sue braccia sentì finalmente il calore sicuro che aveva sognato per così tanto tempo. Lorenzo le accarezzò i capelli e Caterina la prese per mano, sorridendole. Le ciabattine rosa erano pronte in macchina, accanto a una piccola bambolina con la treccia bionda.
Mentre si allontanavano dallistituto, il cielo si aprì appena, lasciando filtrare un raggio di sole che scivolò sui loro volti. Viola guardò fuori dal finestrino e agitò la mano verso i bambini rimasti dietro le finestre. Nel cuore, finalmente, non cera più paura.
Silvia sussurrò: Benvenuta a casa, amore.
E così, in quella macchina colma di speranza, tra risate e racconti mescolati di sogni e futuro, la famiglia si avviò verso una nuova vita, dove davvero nessuno sarebbe stato mai più solo.



