Una cagnolina sfinita proteggeva con il suo corpo un piccolo batuffolo, mentre la gente li evitava passando oltre

Amico mio, ti devo raccontare una cosa che mi è successa ieri e mi ha cambiato dentro.

Stavo correndo come sempre, in ritardo lo sai che sono un disastro con gli orari. Mi prometto ogni volta di migliorare, ma niente, cronico. Ieri proprio non potevo tardare: Francesca mi aspettava già in trattoria e se cè una cosa che lei non sopporta è aspettare.

Era quasi arrivato alla fermata, lautobus doveva spuntare da un momento allaltro. Ho guardato l’orologio sul telefono e mi sono fatto una smorfia: altri cinque minuti di ritardo. Già mi immaginavo la faccia di Francesca, quella tipica aria da non conti nulla per me.

Ma che fate imbottigliati lì? Muovetevi! ha sbottato una voce dietro di me.

Mi sono girato. Cera già una bella fila in attesa e tutti giravano alla larga da qualcosa. Alcuni storcevano il naso, altri semplicemente si allontanavano senza guardare. Ho fatto un passo avanti, curioso, e… mi sono gelato.

Sul marciapiede, proprio vicino alla panchina, c’era una cagnona. Grande, rossiccia, un groviglio di peli zozzi e sporchi. Si vedevano le costole, un pugno nello stomaco solo a guardarla. Gli occhi chiusi. Respirava appena. E sotto di lei, un minuscolo ammasso scuro: un cucciolo. Minuscolo, tremante, nascosto sotto il corpo della mamma come sotto una coperta. Quella poca forza che la cagnona aveva, la usava per scaldare il piccolo e salvarlo.

Dai muoviti! ha insistito qualcuno. Che sei diventato una statua?

Non ce la facevo a staccare gli occhi da loro. Osservavo la gente che passava oltre, indifferente, come se quelli fossero solo spazzatura e non due esseri vivi, col freddo e la fame che li stava uccidendo.

Lautobus è arrivato. Porte che si spalancano col solito rumore.

Allora, che fai, sali o no? mi ha chiesto il conducente tutto fretta.

Ho guardato il bus, poi lorologio e poi di nuovo la mamma coi suoi occhi tristi. No, ho detto piano, Non salgo.

La gente è salita sbuffando, le porte si sono richiuse e lautobus è ripartito. Io mi sono chinato accanto a quei due.

Ehi ho chiamato piano, Resisti, dai.

La cagna ha fatto uno sforzo per alzare la testa e mi ha guardato con occhi color ambra, quasi umani, pieni di disperazione e rassegnazione. Il cucciolo ha guaito piano piano.

Mi è venuta la gola secca. Ho tirato fuori il telefono e lho chiamata Francesca.

Pronto? Matteo, dove sei? Sto già aspettando!

Franci, scusa, ci metto un po. Qui cè una cagnona. Sta morendo. Col cucciolo. Non ce la faccio ad andarmene.

Cosa?! Ma sei serio? Per una randagia? Matteo, ho già ordinato lantipasto!

Capisco, ma

Niente ma! Chiama qualcuno e vieni SUBITO! Non resto sola!

Tu-tu-tu.

Ho rimesso via il cellulare piano, ho guardato di nuovo mamma e cucciolo. Poi mi sono mosso verso il minimarket. Tre minuti dopo ero lì con un filone di pane e del salame, ho offerto subito un pezzetto alla cagnona.

Dai, mangia. Ti serve un po di energia, le ho sussurrato.

Lei niente, non aveva neanche la forza. Il cucciolo piangeva a intermittenza. Io mi arrabbiavo da solo perché non riuscivo ad aiutarla, finché alle mie spalle sento:

Se vuoi do una mano?

Mi volto. Era una ragazza semplice, capelli scuri raccolti, giacchetto grigio, occhi gentili ma stanchi. Aveva la sporta con la spesa. Si è abbassata accanto a me, le ha accarezzato piano la testa.

Povera. Va portata subito da un veterinario.

Non so dove potrei portarla ho ammesso, imbarazzato. Non ho mai avuto cani in vita mia.

Ho una conoscente veterinaria qui vicino. Potrebbe aiutarla ha detto, iniziando a cercare tra i contatti. Ma dovremmo portarla lì ce la farai a sollevarla?

Mi sono tolto la giacca, lho stesa a terra. In due, piano piano, abbiamo avvolto la cagnona nel mio giaccone. La ragazza ha preso il cucciolo, avvolgendolo nel suo scaldacollo.

Sono Chiara, si è presentata lei.

Matteo.

E questa, come la chiamiamo?

Rossa, ho risposto subito, guardandola.

Il telefono è risuonato ancora una volta, era Francesca. Ho fatto rifiuta chiamata.

Arrivati dalla veterinaria, la signora ci ha accolto in casa, ha dato unocchiata a Rossa, le ha messo subito la flebo e le ha fatto una puntura.

Carestia, disidratazione, polmonite. Questione di giorni e non ce l’avrebbe fatta. Adesso deve solo riprendersi. Con un po di cure ce la farà, ci ha spiegato.

Quando la veterinaria è andata via, io mi sono seduto vicino a Rossa, il cucciolo le si è rannicchiato contro. Chiara ha fatto il caffè; ci siamo seduti vicini, in silenzio, a guardare quei due.

La mia ragazza mi aspetta in trattoria ho detto a mezza voce. Anzi, mi aspettava

Immagino non labbia presa bene, ha chiesto con tatto Chiara.

È finita. Ha detto che le ho rovinato la serata per una randagia. Non potevo girarmi dallaltra parte, però. Rossa stava proteggendo il suo piccolo e la gente passava come se nulla fosse.

Chiara ha annuito.

Quando ho divorziato mi sembrava che tutto il mondo fosse così, ognuno per sé. Ma non può essere tutto così triste, dai.

È tornata a chiamare Francesca, la decima volta. Ho risposto.

Ma tu sei fuori?! Sono ore che aspetto. O vieni ora, o chiudiamo!

Ho guardato Rossa, il cucciolo, Chiara. E mi sono sentito certo: Allora chiudiamo, ho detto calmo, e ho messo giù.

Chiara mi ha guardato: Sei sicuro?

Sì, ho sorriso, lo sono davvero.

Lei mi ha sorriso, con quella luce negli occhi che ti scalda.

La notte è stata lunga. Rossa faticava a respirare, ogni tanto sembrava smettere. Io con Chiara ci siamo divisi i turni per controllarla. Prima dicevo che ero a posto, bastava me. Ma lei scuoteva la testa e con calma restava:

Non è facile da solo. Restiamo insieme.

E cè rimasta.

Alle tre di notte mi sono trovato in cucina; Chiara riscaldava il latte per il cucciolo. Avrà visto la mia faccia e mi ha chiesto:

Male?

Non so… respira a fatica. Temo non passi la notte.

Chiara si è avvicinata e mi ha detto sottovoce: Sai cosa penso? Lei ha già vinto.

Eh?

Poteva lasciare perdere, morire per strada. Invece ha resistito per il suo piccolo, aspettando qualcuno. E quel qualcuno sei stato tu.

Io ero lì, a guardare il pavimento.

E adesso è qui, al caldo, con il suo cucciolo, con noi. Anche se non ce la dovesse fare, almeno ha trovato un po di pace. Capisci?

Lho guardata e mi sono domandato da dove fosse venuta fuori una così.

Lei ha sorriso, con una malinconia dolce: So cosa vuol dire sentirsi inutile. Dopo la separazione facevo solo lavoro-casa, casa-lavoro. Nessuno mi cercava, nessuno a cui importava. Poi un giorno sulla strada trovo un gattino piccolo, ridotto malissimo. Avevo tirato dritto, ma poi sono tornata a prenderlo. Mai stato così importante per qualcuno. Era lunico a cui importava che fossi lì.

Ho annuito, capito ogni parola.

Anche io. Tutta la vita mi sono dato da fare per compiacere gli altri: i miei, i capi, Francesca. Mi sono abituato a fare quello che si aspettavano. Poi questa cagnona sulla strada e tutti i piani perdono senso. Lei dà tutto per il suo piccolo, la gente passa oltre e io o passi, o resti. E tutto cambia.

Ci siamo trovati in cucina, in penombra, ognuno con le sue ferite.

Grazie che sei rimasta, le ho detto senza voce. Da solo non ce lavrei mai fatta.

Lei mi ha preso la mano: Nemmeno io. Avevo bisogno di vedere che non tutti sono indifferenti. Che non sono davvero sola.

Il cucciolo ha guaito e siamo tornati da Rossa. Lei ci guardava con gli occhi aperti. Mi sono inginocchiato, le ho accarezzato la testa: Resisti ancora un po, dai.

Rossa ha smosso la coda. Il cucciolo si è stretto al suo pelo. E io mi sono accorto che tutti quegli anni passati ad accontentare gli altri, a seguire progetti e routine, si stavano sgretolando. Al loro posto sentivo nascere qualcosa di vero.

Il mattino dopo, con i primi raggi di sole che filtravano dalle tapparelle, Rossa dormiva e respirava piano. Ce laveva fatta.

Dopo una settimana, Francesca si è presentata a casa. Sguardo abbassato, un po pentita.

Matteo, ho riflettuto Forse ho esagerato. Salvare un animale è una cosa nobile. Ero stanca, nervosa. Possiamo ricominciare?

Io lho guardata dalla porta, dietro si sentivano le zampate e le feste di Rossa, che aveva ripreso a correre per casa col piccolo.

Franci, ti giuro, non ce lho con te. Solo che siamo diversi, troppo diversi.

Per un cane?! Dopo un anno di progetti insieme?

Non è per il cane. È che quando ti ho chiamata, potevi venire qui, aiutarmi. Invece hai scelto il ristorante. È una scelta tua, non mia.

Lei ha aperto bocca, ci ha ripensato e se nè andata senza dire altro.

Sono tornato in sala. Chiara era seduta sul tappeto, grattava dietro lorecchio Rossa, il cucciolo dormiva tra le sue gambe.

Te ne sei andata? ha domandato senza guardarmi.

Sì.

Ti dispiace?

Mi sono seduto accanto a lei.

No. Sai che no? Stranamente sto bene così. Senza Rossa, avrei continuato a vivere come prima: lavoro, appuntamenti, weekend programmati. Senza capire che era tutto vuoto.

Rossa ci ha guardati un secondo, poi si è acciambellata, il cucciolo ha piagnucolato nel sonno. E per la prima volta dopo tanto, ho sentito davvero di essere a casa.

Chiara mi ha preso la mano e ci siamo scambiati un sorriso.

Fuori linverno, il gelo e una città indifferente. Ma in quellappartamento piccolo, dove una cagnona ferita ha trovato un rifugio e due persone si sono incontrate per davvero, era finalmente arrivata la primavera.

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