Al posto di sé stesso

Al posto di sé stessa

La matrigna osservava con lucidità surreale il terrore che si agitava negli occhi di Ludovica. Non era perché il vedovo avesse una bambina piccola, né per la sua età più avanzata. Era il suo sguardo spinoso, simile a uno spiedo dargento che trapassava i sogni, a far tremare il cuore di Ludovica, come se il cuore stesso tentasse di fuggire da dardi invisibili. Ludovica teneva lo sguardo fisso sulle mattonelle di terracotta; solo dopo lunghi minuti, sollevava gli occhi, che allora brillavano di lacrime lucide come perle appena raccolte dal mare.

E quelle lacrime rotolavano sul suo viso arrossato per limbarazzo, in un fiume che correva e sfuggiva. Le mani le tremavano, e i suoi piccoli pugni si chiudevano come a proteggersi dalla matrigna e dal futuro che le veniva offerto. Ma la sua lingua, traditrice, si ribellò con una parola sussurrata: «Vado.»

“Ecco, tutto risolto,” concluse la matrigna, con un tono di chi celebra la fine di una lunga vendemmia. “In quella casa, con quelluomo, con quel padrone di villa, sarebbe un peccato non andare! La sua prima moglie, poverina, era malaticcia come una rosa sfiorita: lui la coccolava, la sosteneva, mai un rimprovero dal tono svelto come tuo padre che era impazzito dira. Lei tossiva sempre, camminava come un sogno stanco: lui la stringeva forte, le parlava sottovoce. Quando era incinta, nessuno quasi la vedeva: si coricava per giorni e poi, dopo il parto, era Fedele ad alzarsi ogni notte per vedere la bambina. Alla fine, lei si è spenta come una candela consumata.”

Diceva la madre di lui, sorseggiando il suo caffè nero come la notte.

“E tu, bella come la mozzarella appena fatta, sarai seduta accanto a lui nel posto donore. Sai fare tutto: falciare, tessere, filare. È peccato che tu sposi un giovane sbandato, con tutte quellenergia ancora informe, quando qui sai già a cosa vai incontro. Che fortuna!”

“Stasera stappiamo il nocino; nessuna festa rumorosa: il vedovo non vuole risvegliare la pace della defunta. E dote non vuole, dice che la casa è una vera coppa colma di tutte le bontà.”

La storia di Fedele era ancora nellaria, come un aroma di pane caldo la mattina. Lui aveva sposato Vera per amore, nonostante sapesse che era fragile come un vetro: ma nessuno, né sua madre né i dottori, erano riusciti a dissuaderlo. «Solo Vera», diceva lui. In paese tutti mormoravano che doveva essere stato stregato, perché un uomo sano non trasforma la vita in corsia dospedale per una donna malata.

I dottori dicevano che Vera aveva i polmoni leggeri come farfalle, ogni raffreddore rischiava di mutarsi in bronchite grave, o qualcosa di peggio. Fedele pensava che la sua dedizione avrebbe schivato la morte dalla porta di casa. Allinizio, nei primi tempi di nozze, tutto era dolce come una crostata di albicocche appena sfornata.

Poi, con la gravidanza, il corpo di Vera si srotolò come un lenzuolo al vento: debolezze, giramenti di testa, un sonno eterno che la rendeva incapace persino di infilare il pettine tra i lunghi capelli. “È la nausea,” dicevano i dottori. “Poi passa.” Fedele la curava come se ogni gesto fosse una preghiera silenziosa. Sua madre lo affliggeva con rimbrotti”Casa mia non è una croce rossa”ma Fedele proteggeva sua moglie con la tenacia di un falco sul nido.

Quando la bambina nacque, Fedele silluse che la felicità sarebbe tornata. E infatti tornò, ma indossava una maschera effimera: Vera, un giorno, prese una brutta corrente daria, e non si rialzò più.

La portarono in ospedale. Il medico, senza giri di parole, annunciò: “I polmoni sono ormai solo carta.” Lei sapeva che le restava poco: si sforzava a sorridere, ma la bocca si allungava come una linea amara, mentre gli occhi restavano pieni di paura. Il suo corpo smagrito portava i segni della vita che se ne stava andandospalle curve, scapole evidenti, dita ossute come coralli spezzati dal mare.

Presagendo la fine, Vera chiamò Fedele al suo fianco per unultima richiesta. “Nessuno può cambiare i disegni di Dio,” sussurrò. “La nostra battaglia contro la morte è giunta al tramonto. Ho paura per te e per la piccola, e mi sento addosso il peccato di avervi condannati a tanto dolore. Perdona me, e perdona anche nostra figlia.” Fedele le prese le mani calde, baciando ogni dito come un rosario disperato; sapeva che le stava scivolando via tra le braccia.

Con voce stanca, Vera parlò della sua paura, dellamore per loro, e poi disse, quasi come in un sogno: “Sposa Ludovica. Lei sarà una brava moglie e una mamma gentile, capace di resistere alle tempeste, perché ne ha già affrontate tante con quella matrigna e un padre sempre ubriaco. Mia madre frequenta casa loro, sa tutto: Ludovica amerà te e tua figlia. Trattala come hai fatto con me. Fai finta che io rimanga accanto a te, nei suoi gesti, nel suo volto. Che Dio mi perdoni per queste parole, ma il mio cuore annerisce solo per il pensiero di nostra figlia.”

“Ti supplico: non far del male alla bambina, o ti maledirò dallal di là.” Furono le sue ultime parole, e strinse la mano del marito con la poca forza rimasta.

Fedele si perse nel pianto: la vide dissolversi dietro uno schermo di lacrime. Il suo viso sereno guardava in un punto fisso, la mano sempre intrecciata alla sua. Fedele baciò ogni lembo del corpo della moglie e le promise, piagnucolando come un bambino, che avrebbe fatto tutto come lei aveva chiesto. Fu per questo, dopo un anno dalla morte di Vera, che prese il coraggio di chiedere la mano di Ludovica.

La decisione aveva la benedizione della suocera, che, ormai malata, desiderava soltanto che la nipotina e il genero trovassero una nuova serenità. Solo lei sapeva i tormenti che aveva passato Fedele, e per la premura che aveva avuto per sua figlia lo avrebbe venerato.

Il fidanzamento fu come in un sogno nebbioso: tutto si svolse tra veli leggeri, sorrisi sospesi, gesti rallentati. La figlia, Anna, sentiva la mancanza della mamma come lacqua di una fonte asciutta, e anche Fedele senza una donna accanto si sentiva come una barca senza ancora. Così decise di rispettare lultimo desiderio di Vera.

Fedele aveva già notato Ludovica: remissiva, graziosa, e con una dolcezza che ricordava sua moglie. I suoi capelli, il sorriso, persino il modo di camminare gli riportavano alla mente lamata Vera. A volte Fedele aveva voglia di stringerla, di restare in silenzio confondendo i sogni e la realtà, come se Ludovica fosse davvero lincarnazione della moglie perduta.

Ludovica nemmeno sapeva dire perché avesse accettato: forse stanca di fare la serva della matrigna, stanca di raccogliere il padre ubriaco dalla strada, o forse perché le faceva pena quella bimba orfana. Qualunque fosse il motivo, una volta data la parola, capì che avrebbe dovuto affrontare una nuova prova: riuscire ad amare Fedele e convincerlo a volerle bene.

Fedele, dopo il fidanzamento, presentò Ludovica alla bambina. Vera non usciva mai: passava ogni minuto con Anna, schioccandole baci e bisbigliando al suo orecchio come se le lasciasse in eredità tutti i segreti della vita. Di notte, il marito spesso la trovava inclinata sulla figlia, a sussurrarle desideri e consigli.

Anna era una bimba cresciuta in casa, sulle sue, restia con gli estranei; nella piccola famiglia cera il papà, la mamma, la nonna e unaltra vecchia zia sempre burbera. Ludovica, entrata nella villa, si trovò come in una basilica incantata: mobili eleganti costruiti a mano, quadri ricamati con fili doro e appesi in cornici ricamate, stanze ampie e luminose.

Anna, vedendo Ludovica, fu subito vivace: portò le sue bambole e la invitò a giocare. Voleva subito toccare la nuova arrivata, le sorrideva timida e Ludovica ricambiava, accarezzandole i capelli setosi come aveva visto fare a Vera. “Dai, ti faccio una treccia così sembrerai una principessa,” le disse, mentre sistemava la chioma.

Fedele le osservava: il cuore si scioglieva come burro caldo. Anna non aveva più chiesto della mamma da quando aveva visto Ludovica, ma continuava a guardare dalla finestra, sperando che la mamma tornasse. Era il quarto anno di Anna e un cuore così piccolo aveva solo bisogno di una mamma gentile.

Fedele lo sapeva bene: il suo amore non avrebbe mai colmato quel vuoto, nessun abbraccio di padre può sostituire le carezze di una madre. Aveva timore di sbagliarsi su Ludovica, ma quando vide che Anna si metteva quasi a piangere temendo che Ludovica se ne andasse, provò una pace nuova.

Anna prese Ludovica per mano, la portò nella sua camera, tirò via il copriletto come una vera padrona di casa, saltò sulle lenzuola e cominciò a rimbalzare verso il soffitto come uno scoiattolo gioioso. Ludovica, travolta da quella scena onirica, ricordò la sua infanzia: larrivo della matrigna, i rimproveri per un tozzo di pane, le caramelle nascoste alle sorellastre, i vestiti rattoppati che indossava sempre dopo di loro. Ricordava quando, la notte, copriva il padre ubriaco con il suo scialle, la rabbia e la compassione che le struggevano il cuore. Aveva già sentito sulla pelle la sensazione di essere scacciata come una bestia inutile, le ingiurie, le minacce.

La voglia di restare, di fasciare Anna col proprio corpo come una coperta calda, era troppo forte: la abbracciò stretta e le si stese accanto. La bambina si addormentò al suo fianco, respirando piano e serena. Fedele guardava la scena incredulo: la felicità lo confondeva.

Si sorseggiò tè al gelsomino, si restò in silenzio. Ludovica non varcò più la soglia di casa. Non tornò più indietro.

Da quella sera la moglie doveva stare col marito, non più dove lattendeva solo il fantasma di una famiglia che non aveva mai voluto davvero amarla.

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