Vasco

Gatto Rosso

Claudia, sei impazzita! Il portinaio ti manda via se scopre questo!

Teresa, dovevo lasciarlo fuori? Buttarlo via? Poverino, è vivo!

Lui sarà anche vivo, ma dopo non sarò affatto sicura di te, se lo tieni qui.

Dai, Teresa, non esagerare! Non è mica una tigre, è solo un gattino. Lasciamolo stare un po, va bene?

Ma perché insisti con me? Teresa rise e accarezzò la minuscola testa del nuovo ospite arancione. Credi che io non abbia pena? Dove lhai trovato? Magro comè! E sembra pure malato Guarda, non tiene nemmeno su la testa. Un vero tesoro!

Dai, usciamo! Claudia tolse dalla gruccia una lunga sciarpa fatta alluncinetto da Teresa e avvolse il gatto trovato. Finito il turno, passo per il parco. Lui era steso sul sentiero. Forse venuto fuori dai cespugli, forse qualcuno lha lasciato lì. Era già tutto coperto di neve. Se non fosse stato così arancione non lavrei visto neppure. Lho raccolto, era gelido. Mi pareva già morto, ma poi ho sentito che respirava ancora. Così lho preso e via, tutta di corsa fino al collegio. Claudia mise a ridere, scaldando del latte in una vecchia tazza smaltata. La signora Vera mi ha guardato male quando sono passata. Ha spalancato la bocca.

Allora aspettati una visita. Claudia, ci dormi stanotte! Ti ricordi come ha sgridato la Luisa quando portò un gatto? Quasi la cacciava. Qui ci vuole ordine!, dice. Vietato tenere animali nel collegio.

Teresina non mi tradisci, vero? Claudia si girò preoccupata sulla porta. Se dovesse venire mentre non ci sono, nascondilo tu. Gli scaldo solo il latte, poi torno.

Vai, vai! Teresa afferrò la sciarpa col gatto e tolse il lavoro a maglia dal suo cesto. Non ho visto niente, non so niente, non dico niente! cantilenò, chiudendo il cesto e strizzando locchio a Claudia. Vai, coraggio!

Claudia uscì e Teresa sbirciò nel cesto scuotendo la testa:

Che fortuna, eh! Pel di carota impudente Su, respira, piccoletto! Claudia è una ragazza dal cuore doro, ma se ti succede qualcosa, starà male per mesi. E io che ci guadagno?

Il gattino non rispose. Respirava appena, con gli occhi chiusi, non muoveva nemmeno la coda.

La stanza calava lentamente nelloscurità. Il crepuscolo serale prendeva possesso, e Teresa non aveva voglia di accendere la luce. Amava quellora quieta, quando la sera era ancora lunga davanti e si poteva leggere o parlare con Claudia, scoprire come andava con Marco Come Claudia era fortunata: fidanzato e promessa di matrimonio. E lei, Teresa? Sempre sola. Troppo alta, troppo robusta per piacere ai ragazzi di Roma. Claudia, invece, così delicata, occhi chiari, trecce fino ai fianchi, bella come una bambola. Lei, invece, gigante, come la chiamava la nonna vedendola rimettere in riga i fratelli più piccoli. Ora erano tutti cresciuti il maggiore si era persino sposato, una brava ragazza di campagna. Teresa era andata fin là per nozze da Mondovì, ma lei rimaneva sola. Forse la nonna aveva ragione: tornare a casa sarebbe stato meglio? Ma a far cosa? Non cerano più ragazzi in paese, e lavoro ancora meno: solo la fattoria. Che senso aveva allora studiare? In fabbrica la stimavano, le avevano dato persino la vacanza-premio. Teresa scacciò i pensieri tristi. Il matrimonio poteva aspettare! Doveva pur esserci qualcuno per lei.

Claudia tornò in camera e cercò una pipetta per nutrire il gatto. Dal piattino non riusciva a bere, troppo debole. Vedendola quasi piangere mentre tentava di nutrirlo, Teresa prese in mano il gattino:

Dammi qua!

Riempì la pipetta di latte, gli teneva la testina tra le dita e, aprendo la boccuccia, sussurrò:

Forza! Non ti abbiamo raccolto per lasciarti morire di fame qui dentro!

Il gattino tossicchiava, si strozzava, ma finalmente iniziò a mangiare.

Lo chiamarono Pino, e per quasi un anno la signora Vera non si accorse che in quella stanza viveva qualcun altro fino a che, un giorno, vide una saetta arancione infilarsi nella finestra aperta del primo piano.

Cosè quella roba?!

Il suo urlo smosse tutto il collegio.

Signora Vera, la prego! Neanche vi eravate accorta del gatto! È bravissimo, caccia i topi! tentò Claudia.

Quali topi? Qui i topi non ci sono! Il nostro collegio è modello di ordine!

Certo! Teresa, mani incrociate sul petto robusto, guardò il portinaio socchiudendo gli occhi e spostò dietro di sé Pino con un piede. Pure i nostri topi sono modello! Belli grassocchi, pasciuti. Pino li sistema in fila vicino al mio letto quasi ogni mattina. La prossima volta glieli faccio vedere, così si va tutti orgogliosi delle sue prodezze di cacciatore. Possiamo anche invitare il direttore della fabbrica a vedere!

Maria! Limita le battute! Vera abbassò la voce e fissò Claudia. Sei stata tu? E quando ti sposi, che fai del gatto? Lo porti via?

Non lo so Claudia prese in braccio il micio. Mi vuole bene, ma la vera padrona per lui è Teresa. Mi sa che sentirebbe troppo la sua mancanza

E via! Vera si mise a ridere, guardando la confusa Claudia. Ma che parli come se fosse un uomo! Claudia, è un gatto! Dove cè da mangiare, gli basta.

Non dica così! Io ci provo in tutti i modi, ma va sempre da Teresa. Claudia restituì il gatto a Teresa e abbracciò la portinaia. Allora, ci lascia tenerlo?

Furbetta! Vera alzò le spalle e minacciò con il dito. Che non si veda e non si senta, altrimenti cacciate via sia me che voi! Si capisce?

La festa di nozze di Claudia fu celebrata in grande stile e Teresa restò sola con Pino. I giorni divennero malinconici e più lenti. Vera non aveva fretta di dare a Teresa una nuova coinquilina: il vecchio collegio era ormai agli sgoccioli. Le ragazze sospiravano, sperando di ricevere una stanza nel nuovo stabile che iniziavano a costruire ma che spesso rimaneva fermo. Teresa, ogni weekend, andava ad aiutare gli operai insieme alle altre, camminando tra i corridoi vuoti, immaginando come sarebbe stato una volta finito.

Fu lì, un giorno, che incontrò quello che allora credette il suo destino.

Gabriele, come lei, veniva da fuori. Ultimo figlio, era rimasto con i genitori sino alla fine. Rimasto poi solo, si era spostato in città. Raccontava che la vita lì era migliore, ma cercava moglie. Non una qualunque: con casa e dote, qualcuno che potesse aiutarlo. Teresa, insomma, non rientrava nei piani. Eppure, quando passò davanti a lui alta, fiera, uno sguardo dallalto in basso Gabriele non poté non fissarla.

Le sue goffe cortesie la fecero ridere allinizio.

Dio mio! Uno così? Gli potrei dare una mano sulla testa come a un bambino. È più basso di me di una spanna! ridacchiava con Claudia, venuta a trovarla.

Teresa, ma che importa laltezza? Che persona è?

Non saprei diventava seria, abbassando gli occhi. Davvero, non lo so Claudia.

La guardava accarezzare Pino disteso sul letto, la mano lieve sul pancione che già cresceva.

Ti pesa? Teresa tirava fuori la marmellata che i fratelli le avevano spedito.

No, solo strano rispondeva Claudia. È come stare in stazione: aspetti il treno per andare in un posto che sarà meraviglioso. E pensi: Che venga presto!

Claudia prendeva la marmellata, baciava lamica, salutava il gatto: Ciao, Pino. Proteggila tu!

Forse la gravidanza di Claudia, forse la solitudine di Teresa, ma Gabriele cominciò a far visita sempre più spesso. Pino lo odiava da subito: soffiava, inarcava la schiena, si rifugiava sul davanzale pronto a saltare addosso all’ospite. Teresa apriva la finestra e lo cacciava. Verso notte il gatto tornava, si piazzava in un angolo e rifiutava carezze e cibo; Teresa non capiva.

Sarà geloso? si stringeva nelle spalle alle domande di Vera, che ormai riceveva visita di Pino nelle sere in cui Gabriele era da Teresa.

Magari. O forse sente qualcosa. Teresa, stai attenta con questo tuo ammiratore. Non si sa mai. E se ti lascia?

No, Vera Non credo sia quella persona.

Ragazza sospirava Vera, ma lasciava cadere largomento. Sta attenta tu!

Avevano ragione, sia il gatto sia la portinaia.

Allinizio Teresa non fece caso ai primi malesseri; pensava fosse solo lo yogurt o i funghi ricevuti dalla cognata andati a male. Ma passavano le settimane, e niente migliorava. Sempre stanca, affamata, inquieta. Incontrando Claudia, con la carrozzina al braccio, le raccontò i suoi sintomi, e solo allora capì.

Teresa! Ma come hai fatto? A che punto sei? Gabriele lo sa?

Fu un colpo tale che Teresa rimase ammutolita. I pensieri ballavano come campanelli in testa, e come in lontananza sentì la voce di Vera:

Ragazza Stai attenta

Quella voce lieve la riportò alla realtà. Senza rispondere alle domande di Claudia, Teresa affrettò il passo verso casa. Doveva dirlo a Gabriele. La vita da libera era finita; bisognava pensare al futuro.

Solo che questo futuro, apprese subito, sarebbe stato da sola.

Scusa, Teresa. Ma non posso. Chi mi garantisce che sia mio? Io non sono daccordo. Gabriele scostò a calci il gatto che si era lanciato contro di lui. Vai via!

Pino, con una torsione, riuscì comunque a incoronare la gamba di Gabriele. Il suo grido fece sorridere Teresa, in un misto di rabbia e tristezza:

Lascialo perdere, Pino! Che ti rovini pure lo stomaco? Di certe miserie meglio fare a meno. Che se ne vada pure.

Rimase a lungo seduta, rigida, fissando la porta chiusa. Pino le si strusciava intorno, poi saltò sulle sue ginocchia cosa che Teresa di solito non permetteva e rimase lì, col muso contro la sua pancia, ronronando piano finché lei non lo scacciò.

Basta! Appendiamola qui. Ho voglia di un tè. Bello caldo.

Registrò il figlio a suo nome. Rispondendo allo sguardo della ragazza allufficio anagrafe, disse decisa:

Il padre non cè. Mai avuto. La madre basta. Va bene così?

Claudia preparò il corredino, Vera trovò una carrozzina decente e si recò più volte dal direttore della fabbrica per procacciarle una stanza migliore. Ma i lavori si erano di nuovo fermati e il direttore allargava le braccia:

Lo farei volentieri, ma non si può. Intanto arrangiatevi qui, poi si vedrà.

In camera faceva freddo, per quanto Teresa tappasse tutte le fessure. Per questo non cacciava via il gatto, che aveva deciso che quel piccolo fagotto piangente fosse cosa sua. Si accoccolava vicino al neonato, che si calmava appena sentiva il calore della pelliccia. Teresa, guardando quellaffetto felino, sorrideva e dava a Pino qualche leccornia, pure se il denaro era poco. Senza laiuto dei fratelli si sarebbe persa del tutto. Gabriele era sparito, nessuna notizia. Teresa non lo voleva vedere, non aspettandosi alcun aiuto, né voleva avvelenarsi il cuore. Lo cancellò dalla memoria, tenendosi solo il meglio di lui: il figlio.

La famiglia arrivò al completo appena Teresa fu dimessa dallospedale.

Che guanciotte! Un vero omone! Uguale a te, Teresa!

In quel momento, ascoltando tutti, Teresa avrebbe voluto piangere per il sollievo cosa che non le era mai successa. Nessuno la rimproverò, anzi. La cognata più grande, abbracciandola in cucina, le disse sottovoce:

Hai fatto benissimo. Ora non sarai più sola. E vedrai che qualcuno per te arriva, Teresa. Non sono tutti come certi farabutti. Per il piccolo non preoccuparti: ti aiuteremo, cresceremo un ometto insieme.

La famiglia mantenne la promessa. Ogni due settimane uno dei fratelli arrivava in città con un cesto di provviste per Teresa e il bambino. Lei svuotava i sacchi, asciugandosi una lacrima di gioia. Bastava così poco a renderla felice: sapere che non era sola. Che cera chi la amava e la sosteneva, che non avrebbe mai abbandonato suo figlio, accogliendolo come parte della famiglia. Si arrabbiava per quelle lacrime, ma sentiva il sollievo di non essere sola.

Lasilo fu una vera prova per Andrea. Si ammalava spesso, Teresa correva tra lavoro e casa. Se non fosse stato per Vera e Claudia, sarebbe tornata in paese, anche se lidea di convivere nella casa del fratello maggiore la frenava. Non voleva disturbare nessuno.

Seduta vicino al lettino del figlio, febbricitante e agitato, Teresa pensava alla sua storia damore mancata e rifletteva su come non tutti avessero fortuna nellincontrare la persona giusta. Ormai capiva cosa desiderava davvero: non più sospiri e parole dolci come quelle di Gabriele. Voleva chi, senza una parola, le facesse un tè, poi la mandasse a dormire con: Vai a riposare, ci penso io a lui. E che il weekend li portasse allo zoo, comprando un palloncino al piccolo, lodasse il suo ragù, appendesse la mensola lì in pizzo da mesi. Qualcuno sempre accanto, ogni giorno.

E basta. Quella sarebbe la sua famiglia. Quella giusta.

Il sonno veniva come un ospite gentile, scacciando dubbi e pensieri. Teresa appoggiava la testa al tavolo, crollando vicino al letto del figlio, curvandosi in mille modi pur di vegliare su di lui.

Fu in una di quelle notti che tutto cambiò, che la vita di Teresa trovò finalmente un senso in quel complicato romanzo che non voleva mai sfociare in un lieto fine.

Andrea era malato da tre giorni. La febbre non scendeva, Teresa senza più forze. La pediatra della casa accanto le faceva visita ogni giorno senza nemmeno essere chiamata, scuotendo la testa:

Nulla di nuovo da dirti. Stai facendo tutto bene. Bisogna aspettare. Andrea è forte.

Teresa non staccava le mani dal figlio, che si abbandonava al sonno solo per ricominciare poi a piangere, portandosi le manine alle orecchie. Vera portò una pentola di brodo caldo, accarezzando la testa sudata del bambino:

Quanto scotta!

Non scende la febbre. Ci ho provato di tutto.

Forse è meglio così Vera fece il gioco della gallina sulle sue manine. Se cè febbre, vuol dire che il corpo lotta. I dottori dicono così.

Lo so sospirò Teresa , però vedere il piccolo piangere così mi fa male, non ce la faccio più.

Passerà! Ma tu, se ti agiti troppo, non aiuti nessuno. Mangiate e andate a dormire. La notte porta consiglio.

Teresa annuì, preparò il panno caldo e Vera uscì silenziosa.

Pino si mise vicino al bimbo, facendolo ridere mentre muoveva la coda, il piccolo, stanco, si addormentò accanto al gatto ancora prima che Teresa finisse il panno caldo. Lei non lo svegliò.

Toccando la pentola, Teresa la prese e chiuse la porta per andare a scaldarla. Era al fornello quando sentì un tonfo e il pianto di Andrea. Lasciato tutto, corse in camera. Aprì la porta e si immobilizzò dallo spavento, poi afferrò lo sgabello vicino e si lanciò in soccorso al gatto.

Un ratto enorme combatteva con Pino; lui era ferito: un orecchio a brandelli, il fianco graffiato. Proprio mentre lei stava per colpire, Pino si lanciò e azzannò il topo al collo, stringendo finché per quanto Teresa provasse a staccarlo dalla preda ormai morta non volle lasciar andare.

Pino, bravo, hai fatto il tuo dovere!

Il gatto guaì, lasciò il ratto e si trascinò al letto, dove Andrea piangeva. Teresa si gettò su di lui e vide un altro ratto, più piccolo ma tanto spaventoso accanto al figlio. Afferrando Andrea, aprì la porta e urlò:

Aiuto!

Unora dopo, avvolto il bimbo, Teresa era a casa di Vera che le diede le chiavi di casa e promise di badare al gatto.

Che vergogna! I topi! Avevamo appena fatto la disinfestazione! Vera protestava, impotente davanti a un edificio ormai vecchio dove non bastava mai nemmeno pulire.

Portato ordine nella stanza, Vera prese con sé Pino e pensò alle ferite.

Sei un eroe, Pino! Ho fatto bene a tenerti, davvero. Gatti così valgono oro.

Pino, esausto, nemmeno tentò di leccarsi; non voleva mangiare, e Vera si preoccupò. Passato il turno, tornò a casa dove Teresa la aspettava.

Potresti stare con Andrea? Teresa si preparava in fretta. Dove vado, al veterinario?

Esatto! Cè la clinica giù in via Garibaldi. Vai!

Teresa corse al collegio. Pino era sul tappeto, le zampe tese, respirando piano.

Dai, Pino! Resisti! Arrivo subito!

Portò il gatto al veterinario e appena dentro la clinica si rivolse al personale:

Un dottore, subito! Il migliore!

La giovane infermiera tentò di rispondere, ma vedendo gli occhi decisi di Teresa, si limitò a indicarle la panchina.

Teresa teneva Pino, sentendo ogni suo respiro, pronta ormai a urlare. Finalmente, la porta si aprì ed entrò un uomo altissimo.

Che succede qui? la voce profonda la colpì, e tardò a rispondere.

Ripresasi, consegnò il gatto spiegando la storia.

E chi glielha fatto questo? Il veterinario, sollevando Pino come fosse una piuma, esaminò le ferite.

Topi.

Non sembra un randagio Vediamolo, è ben curato.

È mio.

E i topi, dove li trova? Lo lasci andare fuori?

No, era in camera.

Incredibile.

Ma la smette con le domande? Sta male! Ha salvato mio figlio! Deve aiutarlo, la prego!

Non cè bisogno di urlare. Piacere, mi chiamo Stefano. E lei?

Teresa!

Perfetto. Ecco: non sopporto chi grida. Parliamo chiaro.

Il veterinario scosse la testa, poi sorrise dimprovviso:

Aiuteremo il suo eroe felino! Non si preoccupi!

Anni dopo, il grande gatto arancione entrò silenzioso nella cameretta, ispezionò ogni angolo, saltò nel lettino vicino al divano dove dormiva Andrea. La piccola Letizia, sentendo il calore peloso accanto, nel sonno affondava le mani nella sua pelliccia. Pino ronronava, raccontandole le sue storie da gatto, e la bimba dormiva più serena, senza sentire i genitori che entravano.

Teresa copriva Andrea, rimetteva il calzino a Letizia, e stringeva il braccio al marito.

Che balia, eh, Stefano?

Meglio di così! Stefano grattava lorecchio quello che aveva curato lui tanto tempo prima. Questi gatti valgono più delloro.

Il nostro lo è veramente. Brilla pure.

Pino spingeva il muso nella mano di Teresa e si stendeva abbracciando Letizia con la zampa. Teresa spegneva la luce, faceva cenno al marito, chiudeva piano la porta. I suoi figli non avevano mai avuto paura del buio: con Pino accanto, davvero, non cera niente da temere.

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