Da tre mesi metto via ogni euro che posso, sperando di regalare a mio figlio tutto il mondo. Poi però ho trovato il suo barattolo di vetro e mi ha spezzato il cuore, in un modo che nessuna settimana da ottanta ore di lavoro aveva mai fatto.
Mi chiamo Chiara. Ho trentotto anni e il mio universo gira intorno a mio figlio di dieci anni, Lorenzo.
La mia vita si regge su due cose: il caffè freddo destate e la parola fatica.
Dalle 9 alle 17 lavoro come segretaria amministrativa.
Dalle 18 a mezzanotte sono cameriera in una trattoria qui a Torino.
E il sabato e la domenica, doppio turno.
In quei quindici minuti fra un lavoro e laltro riesco solo a mandare un messaggio a Lorenzo.
Comè andata a scuola?
Bene.
Compiti?
Fatti.
Ti voglio bene, amore. Comportati bene. I soldi per la pizza sono sul tavolo.
Questa è la nostra vita: una corsa continua.
Come mamma sola sono preside, donna delle pulizie e banca.
E la banca ormai è quasi vuota.
Tra un mese Lorenzo compie undici anni. Questanno volevo che fosse davvero speciale.
Suo padre non si fa sentire da sei mesi, quindi sto mettendo da parte ogni centesimo per potergli comprare la console Odyssea X e portarlo quattro giorni a Gardaland.
Volevo regalargli un ricordo così luminoso da cancellare tutte le delusioni.
Volevo che, almeno una volta, potesse avere ciò che hanno gli altri bambini.
Dovevo solo resistere ancora un po.
Ultimamente Lorenzo è molto silenzioso. Troppo silenzioso. Passa la maggior parte del tempo sul vecchio tablet che gli ho regalato tre natali fa. Ho pensato fosse normale a quelletà.
Mi ripeto che il silenzio va bene.
Significa che sta bene.
E io posso continuare a lavorare.
A volte mi manca quando aveva cinque o sei anni. Eravamo anche più poveri, ma avevamo il nostro rito: Sabato di Fortezze di Coperte.
Portavamo in salotto tutti i cuscini e le lenzuola. Costruivamo un castello gigante e storto di coperte. Spegnevamo le luci, ci infilavamo sotto con la torcia e mangiavamo cereali direttamente dalla scatola. Leggevamo le stesse storie davventura finché la voce non ci cedeva.
Non costava nulla.
Era pura magia.
Ma i Sabati di Fortezze sono diventati Sabati di Doppi Turni della mamma.
Il lavoro ha vinto.
La fortezza è scomparsa.
La magia pure.
Finché non è arrivato martedì scorso.
Torno a casa alle undici e mezza di sera. I piedi mi fanno male, i vestiti profumano ancora di caffè e cucina.
Lappartamento è buio, tranne una lucina accesa sopra il tavolo.
Lorenzo dorme appoggiato al tavolo, la testa sulle braccia. Vicino a lui, un foglio di quaderno e una matita.
Il cuore mi si stringe come sempre, tra amore e senso di colpa.
Mi avvicino per baciarlo sulla testa.
Allora vedo il foglio.
Compiti.
Scrivi un paragrafo sul tuo eroe.
Sorrido, aspettandomi un supereroe o un personaggio dei videogiochi.
Invece, leggo le sue lettere storte e ancora infantili.
Il mio eroe è la mia mamma. Lavora tantissimo. Sta risparmiando per una grande sorpresa per il mio compleanno. Anche io sto risparmiando. Spero che basti.
Il sorriso si spegne.
Risparmia? Perché?
Vicino allo zaino cè un vecchio barattolo per i sottaceti.
Lo prendo in mano.
Dentro ci sono una banconota da cinque euro tutta stropicciata, qualche moneta, tanti spiccioli e un centesimo lucido.
Guardo di nuovo il foglio.
E allora vedo, in piccolo in fondo, lultima riga.
Voglio solo ricomprare un sabato.
Mi siedo.
Il barattolo mi scivola dalle dita e sbatte sul tavolo.
Rileggo.
Voglio solo ricomprare un sabato.
Non sta mettendo da parte per un videogioco.
Non per un giocattolo.
Risparmia per me.
Vede che io cambio il tempo in denaro e, nella sua logica semplice di bambino di dieci anni, pensa di poter cambiare i suoi soldi per il mio tempo.
Guardo quei 14,50 euro nel barattolo.
Poi penso ai novecento euro che ho messo via per la console e Gardaland.
Sto cercando di comprargli un mondo fantastico
mentre lui vuole solo un sabato con la mamma.
Resto seduta al buio e piango. Non un pianto silenzioso. Uno di quelli che scuotono tutto il corpo.
Non perché sono stanca.
Ma perché ero cieca.
Lavoravo ogni sera per dargli tutto
tranne ciò che desiderava davvero.
La mattina dopo, chiamo:
Pronto, Benedetta? Sono Chiara. Mi spiace ho un problema di famiglia. Sabato non vengo.
È una bugia.
E la verità più sincera che dico da mesi.
Quando Lorenzo torna da scuola si blocca sulla soglia.
La tv è spenta.
Il tablet in carica nella mia camera.
Il salotto è un mare di cuscini, lenzuola e coperte.
Una fortezza tutta storta occupa mezzo appartamento.
Spunto dallingresso.
La nostra fortezza ha bisogno di un tetto dico, cercando di non tremare.
E credo siano finiti i cereali. Mi aiuti?
Non risponde.
Semplicemente lascia cadere lo zaino.
Gli occhi gli brillano, pieni di lacrime.
Mamma? sussurra.
Sei a casa.
Sì rispondo.
Gli porgo il barattolo.
Credo che basti così. Andiamo a comprare i cereali.
Mi stringe in un abbraccio talmente forte che quasi non respiro.
La console Odyssea X può aspettare.
Anche Gardaland.
La corsa si ferma.
La magia ritorna.
La lezione?
Lavoriamo senza tregua per dare ai nostri figli il mondo che crediamo vogliano. Risparmiamo per le vacanze, le novità, il giorno perfetto.
Ma loro, i bambini, il mondo non lo vogliono davvero.
Vogliono noi.
Vogliono fortezze di coperte, non parchi.
Cereali dalla scatola, non cene eleganti.
Noi tutti rimandiamo la vita al prima o poi,
e loro cercano, semplicemente, di riavere un sabato.
Non aspettare.
Il tuo tempo è il dono che non dimenticheranno mai.




