Risparmiavo ogni euro per tre mesi, sperando di regalare a mio figlio lintero universo. Poi ho trovato il suo barattolo di vetro e quello mi ha spezzata in un modo in cui nemmeno settimane da ottanta ore di lavoro avevano mai saputo fare.
Mi chiamo Lucia. Ho trentotto anni, e il mio mondo ruota intorno a mio figlio di dieci anni, Matteo.
Il mio motore è lo stesso ogni giorno: una tazzina di caffè ghiacciato destate e la parola fatica.
Dalle nove alle diciassette lavoro come segretaria in uno studio notarile.
Dalle diciotto a mezzanotte servo ai tavoli alla Trattoria Stella.
E anche i fine settimana li passo lavorando.
In quei quindici minuti tra un turno e laltro mando sempre un messaggio a Matteo.
Comè andata a scuola?
Bene.
Compiti?
Fatti.
Ti voglio bene, tesoro. Fai il bravo, i soldi per la pizza sono sul tavolo.
Questa è la nostra vita. Una corsa continua.
Da mamma sola, sono direttore, donna delle pulizie e banca.
E la banca inizia a rimanere vuota.
Tra un mese Matteo compie undici anni. Questanno doveva essere speciale.
Il padre non si fa vivo da sei mesi, così ho risparmiato ogni euro possibile per regalargli la nuova console Odissea X e quattro giorni a Gardaland, il grande parco divertimenti vicino a Verona.
Volevo dargli un ricordo così luminoso da cancellare tutte le delusioni.
Volevo, almeno una volta, che avesse ciò che hanno gli altri bambini.
Mi bastava solo stringere ancora un po i denti.
Ultimamente Matteo è sempre silenzioso. Troppo silenzioso. Passa la maggior parte del tempo sul vecchio tablet che gli ho regalato tre Natali fa. Mi dicevo che ormai per un bambino di dieci anni fosse normale.
Continuavo a ripetermi che il silenzio era confortante.
Voleva dire che era al sicuro.
E che io potevo lavorare.
Qualche volta mi manca quando aveva cinque anni, o sei. Eravamo ancora più poveri, ma avevamo la nostra tradizione le Sabbati con la Tenda delle Coperte.
Portavamo tutte le coperte e i cuscini nel salotto. Costruivamo un castello storto tra le poltrone. A luci spente, con le torce, mangiavamo i cereali direttamente dalla scatola. Leggevamo in continuazione gli stessi libri davventura, finché la voce non ci abbandonava da quanto ridevamo.
Era tutto gratis.
Ed era magia.
Ma le Sabbati con la Tenda delle Coperte sono diventate Sabbati con Doppio Turno per la Mamma.
Il lavoro ha vinto.
La tenda è sparita.
E la magia pure.
Finché non è arrivato lultimo martedì.
Sono rientrata a casa alle undici e mezza di sera. I piedi mi facevano male, i vestiti avevano lodore persistente della cucina. Il buio era ovunque, tranne che per una piccola lampada sopra il tavolo della cucina.
Matteo dormiva chinato sulle braccia, una mano ancora stretta su una matita, un foglio davanti.
Il mio cuore ha avuto la solita stretta quel miscuglio di amore e senso di colpa.
Sono andata lì a baciarlo sulla testa.
Poi ho visto il foglio.
Era il compito ditaliano.
Scrivi un paragrafo sul tuo eroe.
Ho sorriso: mi aspettavo un supereroe, o un personaggio dei videogiochi.
Invece ho visto le sue lettere tremolanti, infantili.
Il mio eroe è la mia mamma. Lavora tanto, tantissimo. Sta mettendo da parte i soldi per una sorpresa enorme per il mio compleanno. Anchio sto risparmiando. Spero che basti.
Il mio sorriso si è spento.
Risparmia? Per cosa?
Vicino al suo zainetto cera il vecchio barattolo delle olive verdi.
Lho preso in mano.
Dentro cerano dieci euro stropicciati, qualche moneta da cinquanta centesimi, alcune monetine di resto e un centesimo lucido.
Ho riguardato il foglio.
E là, in basso, lultima frase scritta minuscola.
Vorrei solo ricomprare un sabato.
Ho dovuto sedermi.
Il barattolo mi è scivolato dalle mani, ha fatto un tonfo sul tavolo.
Ho riletto ancora.
Vorrei solo ricomprare un sabato.
Non risparmiava per un gioco.
Non per una sorpresa.
Risparmiava per me.
Ha visto che io scambio il mio tempo per denaro, e nella sua logica semplice di dieci anni ha pensato che forse anche lui può scambiare i suoi soldi per il mio tempo.
Ho guardato quei 14,50 euro nel barattolo.
Poi ho pensato ai 900 euro messi da parte per la console e il viaggio.
Io cercavo di comprargli un mondo fantastico
e lui voleva solo un sabato con la sua mamma.
Ho pianto al buio. Non in silenzio. Pianto vero, di quelli che ti scuotono lanima.
Non per la stanchezza.
Piangevo perché ero stata cieca.
Lavoravo per dargli tutto
tranne ciò che desiderava davvero.
La mattina dopo ho fatto una telefonata.
Ciao, Claudia? Sono Lucia. Ho un problema di famiglia. Sabato non vengo.
Era una bugia.
Ma nello stesso tempo la cosa più sincera che avessi detto da mesi.
Quando Matteo è rientrato da scuola, si è bloccato sulla soglia.
La televisione era spenta.
Il tablet si ricaricava nella mia camera.
Il salotto era una distesa incasinata di cuscini, lenzuola e coperte.
Unenorme tenda storta occupava tutta la stanza.
Ho spuntato fuori con la testa dallentrata.
La nostra tenda ha bisogno di un tetto, ho detto, trattenendo le lacrime. E mi sa che i cereali sono finiti. Mi aiuti?
Non ha detto niente.
Ha solo lasciato cadere lo zaino.
Aveva gli occhi pieni di lacrime.
Mamma? ha sussurrato.
Sei qui.
Sono qui, ho risposto.
Gli ho dato il suo barattolo.
E penso che sia abbastanza. Andiamo a comprare i cereali?
Mi si è buttato addosso stringendomi così forte che non riuscivo a respirare.
La console Odissea X poteva aspettare.
Anche il parco divertimenti.
La fatica si era fermata.
La magia era tornata.
Lezione:
Lottiamo per offrire ai nostri figli un mondo che crediamo desiderino. Mettiamo da parte per vacanze da sogno, giochi, qualche giorno perfetto che sta sempre in futuro.
Ma i bambini non vogliono il mondo.
Vogliono noi.
Vogliono tende di coperte, non parchi divertimento.
Cereali mangiati dalla scatola, non cene eleganti.
Tutti rimandiamo la vita a poi.
E i nostri figli cercano solo di riavere un sabato.
Non aspettare.
Il tuo tempo è lunico regalo che non scorderanno mai.



