A mio marito non piaceva mai essere colto in situazioni buffe, ci teneva troppo a quellaura da uomo duro che si era costruito. Così, una sera, con il pavimento che pareva ondeggiare come mare sotto i piedi, ho sbirciato piano verso il bagno, con la speranza di vedere qualcosa di unico. E non ho sbagliato.
Dietro la porta, cera Matteo, che lavava il nostro micione, Gennarino, mentre sottovoce cantilenava con quella voce che riservava solo quando credeva di essere solo o fra le nuvole:
«Se sei un bravo gattino miagola su,
Se sei un gattino perfetto miagola su
Se sei il mio gatto più amato miagola su!»
Di solito Gennarino era una belva, graffiava, si divincolava, urlava come una sirena della polizia, ma stavolta sembrava imbambolato, forse ipnotizzato da quella litania, forse sognava lui pure.
«Ti laviamo la schiena miagola su!
Ti laviamo le zampette miagola su
Ti laviamo la coda miagola su»
«Miao», squittì piano Gennarino, proprio come se avesse capito la regola.
Io, dietro il muro, ho dovuto afferrarmi al calorifero per non stramazzare: sembrava di vedere un quadro di Chagall che si muove fra le mattonelle di ceramica. Mai ho rimpianto così tanto di non avere il telefono in mano per immortalare la scena. Anche se, a pensarci, restare viva dopo un simile ricatto domestico sarebbe stato un vero miracolo.
«Non ti piace? Dai, ti canto qualcosaltro, genio pelosetto mio»
«Miao», confermò serio.
Matteo allora fece una pausa teatrale e, armeggiando con lo shampoo, partì con una canzone di quelle dei pomeriggi dautunno, quando fuori Venezia sembra piangere sui navigli:
«Piove ancora, disegna gocce sul vetro che ride e si lamenta,
E vedo te, nella nebbia, oh mia Divina»
Ero dispersa dal ridere, pareva di sentire suonare i violini in soffitta. E in quellistante ho realizzato che, a me, Matteo non aveva mai dedicato una serenata. Romantico non lo era mai stato troppo, lui preferiva portare i mobili da solo o ingrassare il motore, ma altre virtù non gli mancavano. Eppure al Gennarino, tutte ste melodie e vezzeggiamenti.
Mi sarebbe dispiaciuto, forse, se solo non fosse stato tutto così tragicomicamente italiano. Gennarino intanto, degno divo, lanciò ancora un miao languido, e Matteo attaccò col ritornello de Le giostre volanti.
Ormai non reggevo più, rischiavo il naufragio: dovevo rientrare in salotto, mentre la danza degli scivoli dacqua stava per concludersi e Matteo prendeva il telo pronto a trasformare Gennarino in un involtino.
E quando ormai mi stavo rimettendo a posto le idee e trattenevo a fatica i tremolii da risata, si parte con:
«Bzz-bzz la televisione,
Bzz-bzz la televisione,
Bzz-bzz la televisione»
E io, in debito di ossigeno, ho completato:
«E due topini dentro!»
Mentre praticamente strisciavo per buttarmi sul divano e ridere come una matta.
Non so più che melodie siano sbucate dopo, ma io, giuro, ridevo fino al singhiozzo, con gli occhi che lacrimavano come fontanelle di Piazza Navona.
Dopo poco, sono arrivati in soggiorno due veri monumenti allorgoglio ferito: Matteo e Gennarino, degni come due statue romane, mi hanno lanciato uno sguardo di sacro sdegno. Ho infilato la faccia nel cuscino tentando di sembrare dispiaciuta, ma le spalle tremavano ancora.
Mio marito e il gatto mi hanno concesso uno sguardo altezzoso e poi, offesi e uniti dalla loro dignità, sono spariti in cucina, probabilmente a discutere in silenzio del tradimento o ad architettare una nuova, surreale vendetta.






