Diario personale, aprile
Mi senti? La sua voce era bassa, quasi colpevole. Quasi. Francesca, sto parlando, mi senti o no?
Lo sentivo. Lho sempre sentito, anche quando taceva, anche quando non chiamava per settimane. Avvertivo nel silenzio della mia casa a Milano una specie di eco lieve della sua presenza; come se lasciasse dietro di sé qualcosa di indefinibile: lodore del suo caffè preparato allitaliana, lalone della tazzina sul tavolo della cucina, la sedia appena spostata.
Sì, Marco, ti sento.
Allora perché non parli?
Sto pensando.
Sospirò. Quel suo sospiro lo conoscevo a memoria. Pesante, un po ansimante, come se laria facesse fatica a passare tra ciò che lo opprimeva dentro. Marco lo faceva ogni volta che voleva una parola di conforto, ma non sapeva chiederla.
Non ho più dove andare, disse. Capisci? Da nessuna parte.
Guardavo dalla finestra la via sotto casa. Era marzo. Accumuli di neve melmosa sui bordi dei marciapiedi, i piccioni fradici che si stringevano sui tetti, una signora con la carrozzina che non riusciva ad evitare le pozzanghere. Il solito marzo, nulla di speciale. Ma dentro di me qualcosa si stava girando silenziosamente, inevitabilmente. Come una pagina. Come la chiave nella toppa.
Vieni su, dissi.
Tre sillabe. E tutto ricominciava, di nuovo.
Marco aveva cinquantatré anni, io cinquantuno. Ci conoscevamo dai tempi in cui lui portava camicie a quadri pensando fosse moderno e io portavo la mia treccia spessa e pensavo che passare inosservata fosse una qualità. Ci presentò una comune amica, in cucina con altri amici e un lambrusco comprato allultimo momento. Marco rideva forte, gesticolava così tanto che una volta fece cadere un piatto dal tavolo. Io raccoglievo i cocci e pensavo: ecco uno che riempie tutta la stanza. Chissà che effetto fa.
Ero diversa. Timida. Di quelle che noti dopo, ma poi non dimentichi. Almeno mi piaceva pensarlo.
Si innamorò, certo, ma non di me, bensì di Daniela. Era inevitabile, come un temporale dopo la calura estiva. Daniela era travolgente, parlava veloce, rideva ancora più forte di lui, entrava in una stanza e tutti la seguivano con lo sguardo. Accanto a lei mi sentivo un acquerello vicino a una tela a olio. Non peggiore, solo diversa.
Loro si misero insieme in fretta e iniziarono altrettanto in fretta a litigare. Ho assistito a quello spettacolo per anni. Si lasciavano, si riprendevano, si riscaricavano. Daniela faceva scenate, Marco sbatteva la porta, poi tornava, poi spariva di nuovo. Era una specie di altalena senza sosta.
E fra unoscillazione e laltra, cero io.
La prima volta venne da me dopo una grossa lite con Daniela. Avrà avuto trentacinque anni, io trentatré. Mi chiamò tardi, la voce stanca, posso salire? Certo, risposi. Prese un tè al bergamotto, sparecchiai qualcosa di cena, rimanemmo fino a notte e io ascoltavo. Era facile: io sono una brava ascoltatrice.
Dopo dormì sul mio divano. La mattina bevve un caffè, ringraziò e se ne andò. Due settimane dopo era di nuovo con Daniela.
Non ci rimasi male. Rimisi a posto la coperta che aveva usato, la lavai, la piegai e andai avanti.
Così era stato, una, due, dieci volte. Perdevo il conto. Veniva da me dopo un litigio, a volte una sera, a volte qualche giorno. Tè, parlavamo, si calmava e poi tornava da Daniela, di nuovo, sempre da lei.
Non lo chiamavo amore. Era un termine che faceva paura. Ma ogni volta che suonava il campanello, il cuore mi si stringeva e poi lasciava andare. Eccolo. Qui. Mio, per poco ma mio.
Un aeroporto di riserva, pensavo spesso di me. Gli aerei atterrano, fanno rifornimento e ripartono. Ma la torre resta, sempre lì, sempre pronta.
Quellultima volta si presentò a fine marzo, con una borsa da palestra sdrucita blu con la scritta bianca ormai sbiadita. Capivo tutto appena la vidi. Non era per una notte. Né due.
A lungo? chiesi mentre si toglieva il giubbotto.
Non so. Forse una settimana. Vedremo.
Va bene. Metto su lacqua.
Feci bollire il bollitore, misi a tavola il tè. Si sedette al suo posto, dove ormai si sedeva solo lui, vicino alla finestra. Gli posai la tazza davanti e per un attimo mi ritrovai nel mezzo: né felice, né triste. Un calore lieve, misto a malinconia.
È andata male? domandai.
Peggio non può andare. Prendeva la tazza tra le mani le mani fredde da sempre. Ha detto che è stanca. Che così non va avanti. Che ci roviniamo la vita.
E tu?
Niente. Ho preso la borsa e sono venuto da te.
Fuori la pioggia scioglieva la neve. Silenzio.
Franci, disse, e quella sera mi guardò negli occhi. Tu sei contenta di vedermi?
Sì, risposi. Ed era vero. Un po amaro, un po vergognoso, ma vero.
I primi giorni furono strani, non brutti, solo strani. Avevo le mie abitudini, la mia routine milanese: sveglia alle sette, caffè, mezzora di lettura alla finestra, lavoro, ritorno, cena leggera, un po di TV, una chiamata a mia cugina Stefania, letto alle undici.
Marco scombussolava tutto, senza volerlo. Si alzava dopo di me, chiacchierava mentre ero già proiettata in ufficio. Lasciava le sue cose dappertutto. Il volume della televisione troppo alto per i miei gusti. Restava in bagno allinfinito.
Ma la sera cenavamo insieme. E questo mi piaceva. Preparavo la lasagna che avevo imparato da una vecchia rivista, lui la divorava e mi diceva che era la migliore degli ultimi anni. Guardavamo vecchi film italiani, discutevamo sul finale. La domenica andavamo al mercato a Porta Genova a comprare le verdure fresche, e lui portava i sacchetti pesanti; era tutto così naturale che a volte non respiravo dallemozione.
Passò una settimana. Poi un mese.
Una notte mi svegliai, sentivo il suo respiro cadenzato nell’altra stanza e pensai: e se fosse questo il vero amore? Non più giovani, entrambi conosciamo la solitudine, non c’è più nulla da nascondere. Potrebbe essere questa la felicità: silenziosa, resistente, come una vecchia casa dove si vive bene.
Lo dissi a Stefania. Ci vedemmo al bar in piazza, una brioche, lei sorseggiava il suo solito caffè macchiato, mi ascoltava, poi fece una pausa.
Franci, disse con delicatezza.
So cosa vuoi dirmi.
Sicura?
Che non è per sempre. Che lui se ne andrà. Che è sempre stato così.
Stefania smosse il cucchiaino.
Volevo chiedere: ora, adesso, sei felice?
Riflettei. Sul serio.
Sì, risposi. Adesso sì.
Allora vivi adesso, disse lei. Smetti di prevedere il futuro.
Ci provavo. Davvero.
Visse con me quattro mesi. Aprile, maggio, giugno, luglio. Ricordo ogni giorno. Quando fiorì il glicine e lui mi portò un ramo. La piccola lite inutile e le sue scuse in cucina. Un sabato casalingo, lui trafficava in balcone, io leggevo, e sentii una vicinanza così calma da aver paura di scioglierla con una parola.
Pensavo a noi. Non io andrò, ma noi andremo. Non mi serve, ma ci serve. Succedeva spontaneo, e non mi fermavo.
Anche lui sembrava cambiato. Meno rabbia, parlava meno di Daniela. A volte mi guardava con una luce che non capivo subito. Forse era quella la parola giusta, quella che aspettavo.
Una mattina chiese le chiavi di casa. Gliele feci copiare senza pensare. Un gesto piccolo, inizio luglio.
A metà luglio il telefono squillò. Ero in cucina, Marco in soggiorno, il suo smartphone squillava forte. Non ci badai. Poi silenzio assoluto. Un silenzio che segna che qualcosa è cambiato.
Uscii. Lui stava in mezzo alla sala, telefono in mano, fissava nel vuoto.
Marco? chiesi.
Mi fissò, e compresi subito. Non con la testa, ma col cuore.
Daniela, disse soltanto. Ha dei problemi, seri. È sola. Ha bisogno di aiuto.
Nessuna parola in più. Solo quel nome: Daniela.
Ho capito, dissi.
Franci
Vai.
Aspetta, voglio spiegare
Non serve. Vai.
Si fermò per un attimo. Poi prese la sua borsa blu, dove era sempre rimasta, in fondo allingresso. Sapeva che sarebbe tornata utile.
Ti chiamerò, disse dalla porta.
Va bene, risposi.
La porta si chiuse, chiave nella toppa. Rimasi nella stessa stanza, nel vuoto.
I primi tre giorni non piansi. Strano: mi aspettavo le lacrime. Ma cera solo una sensazione come quando porti fuori un vecchio mobile e resta lalone e il vuoto. Non dolore, non ancora. Solo mancanza.
Al lavoro continuavo normalmente: sono contabile in una piccola impresa edilizia e lattenzione ai dettagli mi aiutava. I numeri non chiedono come stai.
Il quarto giorno feci la lasagna. Per me. Uguale, stessi ingredienti, stessa teglia. Era buonissima. Ed allora, tra boccone e boccone, cominciai a piangere. A lungo, senza vergogna. Poi lavai la faccia, finii il tè e andai a dormire.
Stefania si presentò il giorno dopo senza avvisare: Apro, sono giù. Arrivò con una busta, pane fresco, qualcosa da mangiare. Posò tutto, mi abbracciò. Non avevo più lacrime ormai.
Racconta, mi disse.
Non cè nulla da dire: già lo sai.
So, ma racconta lo stesso. Serve a dirlo.
Così raccontai. Luglio, quella chiamata, la borsa blu, il ti chiamo. Non ha più chiamato, è già più di una settimana.
Aspetterai? mi chiese Stefania, diretta.
No, risposi. Mi stupii di come fosse facile.
Davvero?
Davvero. Ho aspettato già tutta la vita. Non ho nemmeno capito quando abbia cominciato. Ma era così: aspettavo. Quando chiamava, quando veniva, quando sceglieva. E invece non ha mai scelto. Tornava quando non aveva dove andare. Sai come si chiama questo?
Come?
Aeroporto di riserva. Ero il suo aeroporto di riserva. Sempre pronta, pista libera, luci accese. E lui, avanti e indietro. Sempre sapendo dove atterrare se necessario.
Stefania mi osservava.
Lo sapevi già?
Da tempo. Ora lho capito.
Sapere e capire sono cose diverse: sapere puoi sapere da anni e far finta di niente. Capire vuol dire che le scuse non servono più.
Passai agosto in una sorta di stanchezza dolce. Casa-lavoro, cucina-lettura. Qualche sera a camminare sui Navigli, guardando le luci, le coppie, chi era solo. A volte mi fermavo davanti alle vetrine. Una donna nel suo impermeabile chiaro, niente trucco, spettinata ma a modo. Non giovane, non vecchia. Stanca, ma non vinta. E mi chiedevano: tu cosa vuoi adesso?
La risposta non la trovai, ma anche solo fare la domanda aveva valore.
A settembre spostai i mobili: iniziò dal divano. Stava nel posto sbagliato, portava via luce. Lo trascinai, poi cambiai posto alla libreria, poi al tutto il resto. La sala era più luminosa, più ampia. Perché non lho mai fatto prima? Forse avevo paura che qualcuno ritornasse a chiedere: Cosa hai combinato qui?
Ora non dovevo più temere nessuno.
Comprai nuove tende, lino chiaro con piccoli disegni. Quelle di prima erano blu scuro, troppo pesanti. Le tende nuove lasciavano entrare il sole del mattino e la mia casa diventava dorata. Mai notato prima, cinquantuno anni e non lo avevo mai notato.
Ad ottobre mi iscrissi a un corso di lingua italiana, che avrei sempre voluto seguire ma rimandavo. Il gruppo era allegro, vario, linsegnante giovane, spiritoso, ci faceva cantare canzoni di De André in coro. Cantavo pure io, forte, senza vergogna, Torna a Surriento, anche se non ero mai stata a Sorrento.
Stefania, perplessa, un giorno mi chiamò: Italiano?
Italiano.
A che ti serve?
Voglio andare a Barcellona.
Franci, a Barcellona parlano spagnolo.
Risi. Lo so, ma da qualche parte bisogna iniziare. Le lingue sono simili.
Non era del tutto vero, ma mi piaceva fare qualcosa di inaspettato solo per me stessa.
Barcellona entrò nei miei pensieri allimprovviso. Sfogliavo foto su internet e trovai immagini di strade al mattino, un mercato, un nonno con il giornale, un gatto rosso su un davanzale. Scattò qualcosa dentro: lì voglio andare. Non per una vacanza, ma per viverci un po. In quella luce, tra quei muri, dove laria sa di mare e arance.
Scrissi sul blocco: Barcellona. Primavera. Due parole. Attaccati al frigo, ogni mattina ci buttavo un occhio.
Novembre portò freddo e giorni corti. Presi labbonamento alla piscina comunale. Nuotavo allalba, mezzora prima del lavoro: le bracciate nellacqua erano il modo migliore di iniziare le giornate. Là dentro pensavo solo ad andare avanti. Una pratica preziosa.
A volte, raramente, pensavo a Marco. Con Daniela? Felici? Non volevo il male per loro. Davvero. Pensavo come si pensa a una foto in bianco e nero: riconosci le persone, ma le emozioni ormai sono altre.
Dicembre, e Stefania mi invitò a Capodanno con suoi amici. Quasi rifiutai, poi andai. Conobbi gente nuova, riseppi ridere, a mezzanotte mi sentii inaspettatamente leggera. Come avessi lasciato a terra qualcosa di pesante che non sapevo più di portarmi dietro.
Gennaio, febbraio. Ancora piscina, italiano, libri rimasti troppo a lungo sul comodino. Pulii finalmente la soffitta, buttai cose tenute senza un motivo. Trovai il vecchio plaid, quello usato da Marco la prima notte, molti anni fa. Lo lavai, lo ripiegai, lo misi da parte. Ora è in una scatola per donazioni, scalderà qualcun altro.
A marzo ricorse un anno esatto da quando aveva suonato il campanello con la borsa blu.
Stavo alla finestra con il caffè. Stessa via, stessi piccioni, stessa signora col passeggino. Ma io ero unaltra.
Sabato, mezzogiorno, squillò il cellulare. Il suo numero. Una fitta in petto: non gioia, non dolore, solo una traccia di abitudine.
Risposi.
Franci, disse. Voce familiare e aliena insieme. Sono io.
Vedo.
Come stai?
Bene, risposi. E tu?
Pausa.
Così così. Possiamo vederci?
Ci pensai.
Possiamo. Dove?
Da te?
No, risposi tranquilla. Sotto casa, fra venti minuti.
Pausa. Non se laspettava.
Va bene, concluse.
Finii il caffè. Mi misi il cappotto, la sciarpa, gli stivali. Guardai il mio riflesso nellingresso: donna calma, decisa.
Era già in strada. Invecchiato, forse dimagrito. O forse solo cambiato il mio modo di guardarlo. Si vestiva più trascurato. Mi guardava mescolando speranza e imbarazzo.
Ciao, disse.
Ciao.
Camminavamo piano sul marciapiede.
Franci, iniziò. Devo dirti una cosa importante.
Dimmi.
È stato un brutto anno. Con Daniela niente. Se nè andata lei, non io. E anche il lavoro è andato male. Tutto. Sono rimasto insomma, solo.
Ascoltai, zitta.
Ho pensato tanto a te. Ho capito di aver mandato via qualcosa di vero, che tu sei la persona più vera della mia vita.
Marco, dissi.
No, fammi parlare. Voglio ricominciare, davvero. Sono cambiato. Dammi unaltra possibilità.
Brillava il primo sole tra i rami. Presto sarebbero spuntate le foglie.
Ci fermammo.
Sei più bella oggi, disse allimprovviso. Come hai fatto a diventare ancora più bella?
Sorrisi, appena.
A volte accade.
Franci. Mi prese la mano calda, che avevo sognato di stringere. Io la lasciai andare dolcemente.
Marco, voglio che tu capisca. Non offenderti, ma ascolta.
Dimmi
Dici di essere cambiato. Io ti credo. Ma non dipende da te. Dipende da me.
Che intendi?
Anchio sono cambiata, ma in modo diverso. Tu hai perso qualcosa e vuoi riaverlo. Io ho trovato qualcosa e non voglio più perderlo.
Il suo volto era teso.
Che hai trovato?
Me stessa. Non è una frase fatta. È così.
Franci
Non voglio più essere aeroporto di riserva. Son stata il tuo, sì. Ti accoglievo quando volevi, quando ti serviva, e poi tornavi altrove. Daniela era il grande aeroporto illuminato. Io la pista secondaria, sicura, ma mai la principale.
Non è vero, mormorò.
Ma lo sai anche tu. Ora quel piccolo aeroporto è chiuso. Non per dispetto, per amore di me. Sei una brava persona, Marco. Davvero.
Silenzio.
E adesso? chiese.
Adesso ho dei progetti. A primavera vado a Barcellona. Studio italiano anche se lì si parla spagnolo. Vado in piscina tutte le mattine. Vivo con le tende nuove, i mobili spostati, leggo ciò che voglio. Questa è la mia vita. Magari è piccola, poco appariscente, ma è solo mia. E non cè posto per chi viene solo perché non ha alternative.
E se venissi non per mancanza di alternative, ma per te?
Lo fissai, a lungo. Forse era sincero.
Forse ma non posso saperlo. Non posso più. Quella Francesca che aspettava, che lasciava lo spazio, non cè più. Ora vivo diversamente.
Fece un passo.
Almeno lasciami provare.
No, risposi, dolcemente. Non perché sono dura. Solo che so bene come andrebbe. Troppo bene.
Restammo davanti al portone. Stesso posto, ma tutto era cambiato.
Non mi inviti neanche per un tè al bergamotto? chiese.
No.
Perché?
Il tè ora è alla menta. Unabitudine nuova. E i nuovi inizi non si danno così.
Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò.
Sei felice? domandò. Senza rimproveri.
Ci pensai, davvero, come quella volta al bar con Stefania.
Sì, dissi. Adesso, qui, sì.
È bello questo, disse piano. Davvero bello, Francesca.
Ci guardammo in silenzio.
Chiamami, ogni tanto. Solo per parlare.
Scossi la testa.
Meglio di no. Ognuno la sua strada.
Annui, lento, rassegnato.
Barcellona, dici?
Barcellona.
Una città bellissima.
Lo so. Anche se non ci sono mai stata. Lo so.
Si voltò, se ne andò. Non si girò una volta. Lo osservai andare via. Un uomo che ho conosciuto per trentanni. Che ho amato più di me stessa. Che adesso lasciavo andare, non con dolore ma con pace.
Come si lascia andare un uccello che voleva tornare a volare da sempre.
Rientrai nellatrio. Salivo piano. Aprii con le mie chiavi. Aroma di caffè e tende di lino. Il sole del mattino illuminava il divano spostato.
Misi su il bollitore. Non tè al bergamotto, ma alla menta. Unabitudine nuova, tutta mia.
Presi il foglietto dal frigo con scritto Barcellona. Primavera. Ci aggiunsi: Aprile.
Aprile ormai arrivava.
Laeroporto è chiuso. La torre ha spento le luci. E io, finalmente, sono il mio unico pilota.
***
Non accadde tutto subito. Prima di arrivare là, davanti al portone, ci volle un anno intero. Un anno che mi ha cambiata giorno dopo giorno.
Quando Marco se ne andò quella sera a luglio, non realizzai subito cosa fosse accaduto. Razionalmente sì, ma dentro non ci credevo. Non che fosse la fine, ma che io fossi unaltra, di nuovo quella lasciata indietro.
I primi giorni la stessa routine. Lavoro, casa, cucina. Abituarsi a cucinare solo per me era strano: per quattro mesi avevo cucinato per due. Facevo meno, eppure avanzava. Misi via la sua tazza blu con il bordo scheggiato. Laveva scordata oppure lasciata. Non so.
La riposi in un pensile. Non la buttai via, semplicemente via dal mio sguardo.
Dopo cinque giorni chiamò mia madre. Vive a Verona, ci sentiamo ogni domenica. Ora era mercoledì.
Francesca, va tutto bene? Subito, nessuna premessa. Mia madre ha un radar infallibile.
Tutto bene mamma.
Si sente dalla voce che cè qualcosa.
Sono solo stanca.
Il lavoro?
Sì.
Pausa.
Lui è andato via?
Mi scappò da ridere. Radar perfetto.
Come lo sai?
Ti conosco. Come stai?
Sto bene. Un po giù, ma va bene.
Vuoi venire qui qualche giorno?
No, grazie. Devo stare qui. A casa.
Ok, ammise. Ma scrivimi, chiamami quando vuoi.
Certo.
Non chiamai perché non stavo male nel senso che pensava lei. Solo vuota, molto stanca. Ma niente desiderio di tirarlo indietro. Forse lavevo sempre saputo che Daniela non sarebbe stata solo passato. Era unaltra orbita io non volevo vedere.
A fine luglio andai dalla parrucchiera, la stessa da dieci anni, Debora, brava, osservava senza parlare tanto.
Come li facciamo oggi?
Corti. Molto corti.
Sorpresa: Quanto?
Fino alle spalle. E un colore più chiaro.
Uscendo dal salone era davvero unaltra più leggera. Come se i capelli portassero via pure il resto, tutto il superfluo.
Sotto, la vicina di pianerottolo, signora Lina, settantanni, sempre informata su tutto:
Francesca! Che cambiamento! Non sei più la stessa!
Un taglio, tutto qui.
Stai benissimo. Dieci anni di meno!
Esagerata
No, dico davvero! Quando una donna cambia qualcosa, sta succedendo qualcosa. Buono o cattivo che sia, sempre qualcosa.
Entrambi i casi, ridacchiai.
Basta non stare fermi, commentò lei soddisfatta.
Agosto arrivò caldo. Presi ferie, due settimane, le prime in tre anni. Non andai da nessuna parte. Leggevo, camminavo per la città, scoprivo angoli che non avevo mai notato in tanti anni. Entrai al Giardino Botanico di Brera, dove non ero mai stata. Silenzio, verde, aria di terra e fiori. Seduta su una panchina leggevo oppure semplicemente guardavo il sole passare tra le piante.
Ecco: vivere è questo. Non la noia, non il vuoto. Solo, vivere.
Una mattina una donna poco più grande si sedette accanto, quasi tutte le panchine piene. Non mi disturbò, si mise a leggere. Quando chiuse il libro, mi disse: Bello qui, vero?
Molto, risposi. Peccato non esserci venuta prima.
Vengo ogni giorno. Unabitudine. Sorrise. Io sono Giulia.
Io Francesca.
Parlammo poco, nulla di importante, ma era confortante sapere che anche in una grande città si può condividere la panchina senza impegno.
A settembre ecco i primi freddi e lodore delle mele nei mercati. Cambiai i mobili, da sola e senza aiuto. Il divano nuovo, la luce diversa. Pensai a Marco, non con nostalgia ma come ci si chiede se una vecchia conoscenza sta bene. Gli volevo bene, sì, e speravo che anche per lui ora tutto funzionasse. Non per generosità, ma perché la rabbia è faticosa, e io avevo bisogno di energia per altro.
Ottobre: italiano, nuove conoscenze. Il gruppo era vario: un ragazzo che voleva vivere a Firenze, una signora in pensione che amava i film dautore, una donna della mia età, Laura, che cercava solo un pretesto per uscire. Laura è diventata amica: allegra, rumorosa, il tipo che ride anche in autobus.
Dopo una lezione andammo in un bar.
Perché studi italiano? mi chiese.
Per andare a Barcellona.
Scoppiò a ridere. Ma lì si parla spagnolo!
Lo so, ma litaliano è più bello. E si assomigliano.
Che logica rise ancora. Mi piaci.
Da allora cinema, mostre, chiacchiere. Le amicizie arrivano, se accetti che la vita metta qualcuno sulla tua strada. Basta essere aperti.
Novembre, dicembre, gennaio. La piscina, il Capodanno, i libri. In quel periodo trovai un vecchio diario scritto da ragazza. Troppo seria per tenerlo, pensavo allora. Rileggendolo, mi riconoscevo e non mi riconoscevo. Scrivere a quella me stessa più giovane: È tutto ok, ce la fai.
Riposi il diario. Che resti lì.
A febbraio inizia la primavera: i Navigli si sciolgono, aria meno fredda. Camminavo tanto, scoprendo vie nuove.
Un giorno trovai una libreria minuscola, nascosta. Dentro, odore di libri e legno, il proprietario, anziano, dormiva al bancone. Passai dentro quasi unora. Compra tre libri: una guida su Barcellona, uno sullarte, un romanzo a caso.
Quando mi avvicinai, lui si svegliò.
Bella scelta, questa, indicando il romanzo. Lha letto?
Tanti anni fa, se non sbaglio. Racconta come una persona può cambiare.
Ce nè sempre bisogno di cambiamenti, replicai, pagando.
La guida di Barcellona la lessi in una settimana: fotografie, descrizioni delle piazze, dei mercati, delle vie. Decisi: parto in aprile. Prenotai una piccola casa nel Barrio Gotico, biglietto aereo. Quando arrivò la conferma sulla mail ero felice come non succedeva da tanto.
Questa sarebbe stata la mia prima vera vacanza per me sola, non per qualcun altro o perché capitava. Solo perché volevo.
Stefania, saputo del viaggio, mi abbracciò.
Così si fa! Vuoi compagnia?
Vorrei, ma questa volta devo andarci da sola.
Giusto così, annuì.
A marzo chiamai mamma, le raccontai il progetto. La sua risposta fu di genuina preoccupazione mista a orgoglio.
Farai tante foto vero? Quando arrivi, chiama!
Promesso, mamma.
A volte pensavo: le storie più vere della vita sono senza svolte clamorose. Ho comprato un biglietto, chiamato mia mamma, farò foto. E in questa normalità cè qualcosa di prezioso, che da giovane non riuscivo a vedere.
A cinquantanni non cerco più chi completi ciò che manca. Ma vivo ciò che finalmente ho scelto io: non offrire ciò che non possiedo.
Per anni sono stata la donna che aspettava. Aspettava e non viveva. Nessuno ti dà il permesso di essere felice: te lo dai da sola.
Lasciare che le lacrime scorrano, rimettere a posto i mobili, comprare le tende nuove, iscriversi a un corso, tuffarsi in piscina. Smettere di aspettare, semplicemente vivere.
Ci vuole davvero coraggio per smettere di aspettare. Perdono e dimenticare? Non serviva nessuno a dirmelo, ci sono arrivata da sola: il perdono alleggerisce. Non ho dimenticato, ma non ho bisogno di portare tutto con me.
Un mese dopo, la partenza era vicina. Guardavo la pagina della prenotazione: aprile, Barcellona.
Un messaggio da Laura: Domani cinema?
Perfetto, ci vediamo lì, rispondo.
Specchio, luce naturale. Donna con i capelli corti, viso sereno e stanco, occhi fermi. Oggi cinema, domani italiano, poi piscina, e fra poco Barcellona.
La vita scorre. La mia.
Laeroporto di riserva è chiuso.
E da qualche parte, sopra i tetti di Milano, sopra i fili di tram e le nuvole leggere già primaverili, vola il mio aereo. Sto salendo anche io.
La sera dopo il cinema, fra una discussione sul film e una cena veloce, rientrai. Misi a posto il cappotto e allimprovviso pensai alla tazza blu con il bordo rotto. Lì, nello scaffale. La presi in mano.
Normale, blu, niente di speciale.
La misi vicino alla mia, quella bianca. Che resti. Non come memoria, non come simbolo. Solo come una tazza. Gli oggetti restano, le storie vanno avanti.
Poi letto, ancora un paio di pagine del libro preso in libreria, quello su come si cambia. Proprio così, passo dopo passo. Finché un giorno ti accorgi di essere qualcuno di nuovo.
Spensi la luce.
Fuori pioveva piano, pioggia di marzo. Non triste, solo pioggia.
Nel buio, ascoltavo il rumore, sentivo la pace nuova dentro di me: non vuoto, né solitudine. Pace.
Domani italiano, poi piscina. Tra poco Barcellona.
Ora solo questa pioggia, e il buio in cui sto bene.
Chiusi gli occhi.
Mi vidi chiaramente: un cortile luminoso, aprile, sole, una gatta rossa sul balcone. Io, col caffè in mano, guardo la gatta. Lei guarda me. Siamo entrambe soddisfatte.
Laeroporto di riserva è chiuso.
La pista per decollare è aperta.






