Alla Facoltà militare insegnava una dottoressa. Aveva trascorso tutta la sua carriera nellospedale pediatrico di Firenze. Lei ci raccontò una cosa davvero curiosa. Nonostante fosse medico, i suoi figli avevano contratto tutte le malattie infettive; insomma, prendevano ogni raffreddore o virus che lei stessa curava ai piccoli pazienti dellospedale, e la povera dottoressa non sapeva più che fare. I ragazzi, pur essendo energici e pieni di vita, cadevano malati uno dopo laltro.
Naturalmente la dottoressa, la signora Lucia Bianchi, rispettava tutte le regole igieniche: appena giunta a casa si faceva una doccia, si cambiava, si lavava accuratamente le mani, eppure non serviva; i bambini si ammalavano esattamente delle malattie dei suoi piccoli pazienti. E se in ospedale aveva avuto a che fare con un caso particolarmente difficile, i suoi figli si ammalavano immediatamente. Né le vitamine né laria fresca riuscivano a proteggerli, e la Lucia, mamma premurosa e medico scrupoloso, si sentiva disperata.
Un giorno la fatica la sopraffece dopo un turno difficile. Era talmente provata da non aver quasi il coraggio di tornare a casa, temendo che i figli si sarebbero nuovamente ammalati. Invece di rientrare subito, con un misto di colpa e sollievo, decise di fermarsi al cinema Odeon a vedere un film davventura su Indiana Jones. Solo dopo tornò a casa: i figli ridevano, giocavano e stavano benissimo.
Qualche giorno dopo, scelse di andare a trovare lamica Giulia, dove bevve una tazza di tè profumato con dei cantucci e pianse dal ridere ascoltando una barzelletta. Anche quella volta, tornò a casa e i bambini non ebbero nulla.
Da quel giorno Lucia prese labitudine, al rientro dal lavoro, di non precipitarsi subito tra le mura domestiche, anche se le faccende laspettavano. Passava invece attraverso i giardini di Villa Fabbricotti, dove ogni sera i fiori profumavano dolcemente e lacqua della fontana scintillava alla luce del tramonto. Si sedeva su una panchina, respirava profondamente, poi rientrava e i figli rimasero sempre sani.
Così la dottoressa comprese che il problema non erano solo i batteri. Era piuttosto ciò che portava con sé rientrando: la fatica, la tristezza, langoscia. Era come se quel carico invisibile influenzasse i suoi bambini, anche senza dir nulla. Da quando aveva cambiato abitudine, non ci fu più nessuna malattia in casa Bianchi.
Col tempo trasse una lezione importante: dopo una giornata difficile, non bisogna correre subito da chi si ama, pieni di pensieri negativi e oppressi dallumore cupo. Senza volerlo, potremmo diffondere nellaria qualcosa di pesante e difficile da sostenere. Meglio allora cambiare aria, distrarsi con qualcosa di piacevole, come una passeggiata tra le rose, una risata con unamica o un film davventura. Solo dopo, con cuore più leggero, varcare la soglia di casa e portare ai nostri cari un po di serenità. Come funzioni esattamente tutto ciò, gli scienziati ancora lo stanno studiando, ma ormai è certo: basta poco, a volte, per cambiare laria in tutti i sensi e tenere il male lontano da chi amiamo.






