Ma perché hai le federe di due set diversi sul letto? La voce di Graziella Orlando era morbida, con quella falsa premura che induceva Loredana a sentire un leggero spasmo all’occhio sinistro. Non si fa, è poco elegante… E poi, come si fa a dormire, una federe di cotone, l’altra di raso, la pelle ne risente.
Loredana, intenta a mescolare la caponata sulla cucina economica, inspirò a fondo per dominare il batticuore. Il pranzo domenicale era ormai una tradizione una tradizione degna di una pièce surrealista. Graziella era seduta davanti al tavolo della cucina, schiena dritta come un cipresso, sguardo acuminato che perlustrava ogni mattonella, ogni impercettibile crepa, come una sonda capace di attraversare la materia stessa.
A me e a Riccardo va bene così, rispose Loredana, con voce controllata. L’importante è che siano pulite.
Piccolezze, sospirò la suocera, spezzettando il pane come a celebrare un rito antico. La nostra vita, Loredanina, è fatta tutta di piccole cose. Oggi le lenzuola sono spaiate, domani lasci una tazzina nel lavandino, dopodomani chissà… la famiglia si sfalda. La vita domestica è il cemento delle relazioni o le distrugge, se la padrona di casa è… diciamo, distratta.
Riccardo, seduto diffidente davanti al piatto, fissava la lasagna come se nascondesse un messaggio cifrato. Era una brava persona, affidabile e gentile, ma nei confronti della madre si trasformava in uno struzzo col capo sotto la sabbia. Loredana sapeva che da lui non avrebbe avuto aiuto. Voleva bene a entrambe, e temeva i conflitti più della grandine sull’uliveto.
A proposito, Graziella sorseggiò il tè, mentre sono andata a lavarmi le mani, ho notato una confusione sopra larmadietto del bagno. Creme, tubetti, tutto mischiato. Dovresti comprare degli organizer, adesso in ferramenta fanno i saldi. Ordine nella casa, ordine nella testa.
Loredana si irrigidì, mestolo sospeso a mezzaria. Armadietto del bagno, ripiano più alto. Lì sopra, senza scala, era impossibile arrivare. Quindi la suocera non aveva solo lavato le mani, aveva compiuto una spedizione vera e propria.
Ha aperto lo sportello chiuso? chiese Loredana, voltandosi appena.
Ma dai, che modi! Aperto. Cercavo solo i dischetti di cotone, volevo ritoccare il mascara. Lo sportello era un filo aperto. Non è colpa mia se là dentro regna il disordine, locchio cade dove vuole. Lo faccio per te, ti sarà più facile trovare le cose dopo.
Il pranzo terminò nel silenzio insulso dei sogni malriusciti. Quando finalmente il portoncino sbatté alle spalle della suocera, Loredana si lasciò cadere sul divano del salotto come una fetta danguria molle sotto il sole di luglio. Si sentiva svuotata come una moka dimenticata sul fuoco. Quella sensazione viscida dinvasione la tormentava da mesi. Da quando avevano lasciato alla signora Orlando il duplicato delle chiavi per sicurezza, tutto aveva iniziato a mutare nellappartamento.
Le camicie di Riccardo ripiegate secondo logiche misteriose, i vestiti di Loredana appesi per sfumatura cromatica, il barattolo del caffè in esilio su una mensola diversa ogni settimana, le mutande arrotolate come cannoli in miniatura.
Riccardo, tua madre ha frugato di nuovo nelle mie cose, disse Loredana, osservando il marito che sparecchiava con movimenti lenti.
Lore, dai, non ricominciamo rispose lui stancamente. Non fruga, magari sistema qualcosa… Sta da sola, le piace sentirsi utile. Alla vecchia maniera. Fallo per me, non farti avvelenare.
Sentirsi utile è domandare prima se serve una mano. Mettere mano alle mie cose senza permesso… è superare i limiti. Mi sento una comparsa a casa mia.
Le parlerò, promise Riccardo, ma Loredana capiva che sarebbe stato il solito ammonimento sfumato come un tramonto tra le calli veneziane. Mamma Orlando si sarebbe offesa, avrebbe gridato al martirio materno, Riccardo avrebbe ceduto.
Passò una settimana. Loredana, assorbita dal lavoro in una società di logistica, tornava a casa sempre tardi. Un martedì, rientrando anticipatamente, vide su zerbino delle impronte leggere quasi sognate e nellaria si mescolava il profumo di Acqua di Roma, il profumo inconfondibile di Graziella.
In camera da letto, il cassetto del comò con i documenti e i risparmi era inspiegabilmente fuori asse. Un millimetro, ma Loredana lo chiudeva sempre con uno scatto deciso. Dentro, la cartellina del mutuo era sopra i passaporti, non sotto. La busta per la vacanza era spiegazzata, come se qualcuno avesse contato gli euro.
Una furia calda, quasi da febbre estiva, montò dentro. Non più ordine maniacale: quello era un vero blitz, unispezione in piena regola. La suocera arruolava le sue chiavi di emergenza per frugare non solo nella loro intimità, ma persino nei loro sogni sotto forma di euro.
Niente scenate senza prove. Graziella ne sarebbe uscita indenne, accampando la scusa di un improvviso odore di gas o di gerani assetati. Riccardo le avrebbe creduto ancora una volta. Serviva una prova schiacciante.
Durante la pausa pranzo, Loredana raggiunse la sua amica Teresa per un caffè. Teresa, veterana di due divorzi e di questioni ereditarie che sembravano drammi shakespeariani, aveva soluzioni per ogni tipo di guaio umano.
La tua suocera? Una che ha perso il senso delle distanze, sentenziò Teresa con il dito che disegnava spirali sulla schiuma del cappuccino. Ti controlla i soldi? Classico. Chissà che cerca… Ma sei sicura che siano solo i soldi? Magari cerca roba scottante.
Cosa vuoi che trovi? Io, lavoro e casa.
Forse spera di scovare il diario dove scrivi male di lei o le ricevute delle scarpe di lusso. Gente così cerca sempre il colpaccio per accusarti, tipo: Ecco, Riccardo, tua moglie si è comprata una pelliccia e non ti ha detto nulla!.
Loredana rifletté. Forse era il caso di ribaltare la scena.
Teresa, la voglio cogliere sul fatto. Così anche Riccardo dovrà aprire gli occhi.
Telecamera, dette lamica. Prendi una microcamera Wi-Fi, mascherala tra i libri o dentro un peluche. E piazza una bella esca.
La sera stessa, mentre Riccardo si lavava, Loredana mise in funzione una piccola telecamera sullo scaffale della libreria. Lobiettivo osservava il comò e larmadio con occhio da narghilè onirico.
Ma ci voleva anche lesca. Seguendo il consiglio di Teresa, Loredana allestì un piccolo altare surrealista. Sul ripiano alto dellarmadio, tra lenzuola stirate e tovaglie mai usate, collocò una scatola di scarpe ricoperta di carta rossa, con scritto a pennarello nerissimo: PERSONALE! NON APRIRE! SEGRETISSIMO!
Dentro, un collage di oggetti bizzarri: una ricevuta da bar di cento mila euro (stampata apposta al computer), una maschera veneziana dai colori irreali, e un grande foglio con su scritto:
Gentile Graziella Orlando, se leggi questo, hai ficcato il naso dove non dovevi. Sorridi, sei ripresa da una telecamera nascosta. Il video sarà inviato a Riccardo tra cinque minuti. Buona visione!
E, per completare la beffa, una molla con coriandoli dorati pronta a saltare fuori non appena il coperchio si fosse sollevato. Nessun dolore, solo spavento e confusione festaiola.
La trappola era tesa. Ora serviva solo aspettare.
Giovedì mattina, Loredana, davanti a Riccardo (che avrebbe informato la madre, come sempre), dichiarò a voce alta:
Oggi ne avrò fino a tardi, torno stanchissima, saremo a casa verso le dieci.
Ho sentito ieri mamma per i fiori, le ho detto che ci pensiamo noi, ma la conosci… sorrise Riccardo.
Se vuole passare, che passi pure, purché non si annoi, mormorò Loredana, trattenendo il ghigno.
Se ne andarono. La telecamera era attiva; la scatola rossa brillava come un desiderio proibito.
Il tempo scorse lento, irreale. Alle 14:30, il telefono di Loredana vibrò: Movimento rilevato in: Camera da letto.
Loredana uscì in corridoio, indossò le cuffiette e aprì lapp. Sullo schermo, la figura rubicondeggiante di Graziella, stavolta in vestaglia, come un fantasma che avesse deciso di abitare il sogno di qualcun altro, brancolava tra i cassetti. Aprì il comò, esaminò biancheria, sbuffò sui colori e ripose tutto, naturalmente a modo suo.
Poi si avvicinò allarmadio, e scorse la scatola proibita. Si guardò intorno come un personaggio di Pirandello uscito di scena per sbirciare tra le maschere. La curiosità prevalse.
Appoggiò la scatola sul letto e, con una lentezza esagerata, sollevò il coperchio.
PAM!
Anche senza sonoro, la reazione fu eloquente: sobbalzò facendo svolazzare i coriandoli su tutto messa in piega, vestaglia, copriletto. Si portò una mano al petto come colta da malocchio.
Fissò il foglio. Strabuzzò gli occhi, lesse, poi si guardò attorno con terrore, cercando la telecamera. Fece un maldestro tentativo di raccogliere i coriandoli, ma più li toccava, più brillavano sulla coperta e tra i capelli.
Poi, presa dal panico, lasciò cadere tutto e fuggì dalla stanza.
Loredana registrò il video e chiamò Riccardo.
Amore, puoi parlare? È urgente.
Sì, Lore, che succede?
Mandami un messaggio appena sei libero. Ti giro un video, devi vederlo subito.
Tempo sospeso. Poi, il rumore di una notifica. Silenzio, attesa. Si impilavano le urla di un surrealismo domestico.
Ma… questo è oggi? Riccardo aveva la voce cavernosa del dormiveglia.
Mezzora fa.
Ha messo le mani nella biancheria? E la scatola…? Tu sapevi?
Lo sospettavo, Riccardo. Tu non volevi crederci, ma i fatti sono questi.
Riccardo rimase zitto, il respiro corto.
Esco subito. Ci vediamo sotto casa di mamma fra mezzora.
Quando si trovarono davanti allappartamento di Graziella, Riccardo era cupo come un cielo su Napoli a novembre. Lei aprì, vestita di fresco, ma qualche luccichio fra i capelli rivelava i coriandoli impigliati.
Ma che fate qui, così presto? Non avete avvisato… sussurrò, aggiustando la scollatura.
Mamma, dobbiamo parlare, disse Riccardo entrando in cucina. Siediti.
Ma… la telecamera…? farfugliò Graziella, sedendo sullorlo della sedia come una bambina colta con le mani nella Nutella.
Abbiamo visto tutto, disse Riccardo. Come hai aperto i nostri cassetti, guardato nellarmadio, scoperchiato la scatola.
La suocera arrossì fin sotto le orecchie.
Mi avete spiata? Come dei ladri? Alla vostra mamma? Non avete vergogna?
E lei non si vergogna a cercare tra le mie cose più intime? ribatté Loredana. Cosa cercava? Soldi? Prove di tradimento? Mutande fuori posto?
Volevo solo far ordine! strillò Graziella, sul punto di piangere. Tu non sei brava in casa! Mio figlio ha sempre le camicie stropicciate! Mi preoccupo!
Basta, tuonò Riccardo, battendo la mano sul tavolo. Le camicie me le stira Loredana, e sono sempre a posto. E anche se non lo fossero, sono affari nostri! Non hai diritto di entrare in casa nostra senza permesso. Le chiavi.
Le chiavi? balbettò la donna.
Ridacci le chiavi, adesso.
Graziella tremò, pianse, staccò dal gancio la chiave col portachiavi del Colosseo (un ricordo della loro ultima vacanza), e la lasciò cadere sul tavolo.
Prendetevi tutto! Ma ricordatevelo, sono sempre vostra madre! Non venite da me quando sarete sommersi dal caos!
Grazie, disse Loredana serena. Proprio quello che vogliamo: che la sua presenza sia solo quando noi desideriamo.
Uscirono di casa in silenzio. Laria di giugno sembrava finalmente splendente, come il suono di una chitarra sotto i portici. Loredana fece un gran respiro.
Scusami, mormorò Riccardo, gli occhi fissi sulla città che si accendeva. Dovevo crederti prima.
Tu la ami, è naturale, sorrise Loredana, tenendogli la mano. Ma ora siamo solo noi due.
A casa cambiarono le lenzuola, strapparono via ogni traccia di quella visita. Ordinarono una pizza, sturarono il vino rosso. Per un mese Graziella non si fece viva. Poi, lentamente, riprese a mandare a Riccardo messaggi asciutti: Buona festa della Repubblica, Comè il tempo?. Nessuna visita. Nessun invito.
Sei mesi dopo, a una cena da zia Stefania, si rincontrarono. Graziella evitava lo sguardo di Loredana, ma nessuna scenata.
Davanti a tutti, la zia raccontò orgogliosa del nuovo servizio di piatti:
Bellissimo, fragile però! Subito in vetrina, proibito toccarlo ai nipoti… Che curiosità, questi ragazzini, ficcano il naso ovunque!
Loredana incrociò lo sguardo di Graziella. La suocera diventò di porpora, abbassando gli occhi nella sua insalatina russa.
Loredana sorrise appena e fece locchiolino a Riccardo. Le loro porte erano ora chiuse, la chiave custodita solo da loro due. Nessuna confusione visiva avrebbe più turbato la pace.
Qualche volta, per mettere ordine davvero, bisogna scacciare dal sogno quelli che il caos lo portano addosso. Anche se serve uno spruzzo di coriandoli per riuscirci, ne vale la pena.






