Perdonami, figlio mio.
È la storia di una famiglia in difficoltà, come spesso si dice dalle nostre parti. Una madre sola, che cresce suo figlio senza marito: aveva divorziato quando il bambino non aveva ancora un anno. Ora lui ha quattordici anni e lei trentaquattro; lavora come ragioniera in un piccolo ufficio a Firenze.
Lultimo anno è stato un inferno. Se fino alla quinta elementare suo figlio, Matteo, andava bene a scuola, poi sono arrivate le prime insufficienze. E dopo, è andata anche peggio. Lunico desiderio di Lucia, la madre, era che lui finisse almeno le medie, prendesse un diploma, imparasse un mestiere qualsiasi!
A scuola il problema era costante: le convocazioni dei professori si susseguivano di settimana in settimana. La professoressa di riferimento non usava mezzi termini, la sgridava anche davanti agli altri insegnanti, che non mancavano di aggiungere le loro lamentele su Matteo e sulla sua svogliatezza. Sfinita e irritata, Lucia tornava a casa, col senso di impotenza di chi non riesce a cambiare nulla. Le sue prediche, Matteo le ascoltava in silenzio, chiuso in sé stesso, senza mai reagire. Continuava a non studiare e non aiutava nemmeno in casa.
Anche oggi Lucia era rincasata trovando la stanza di Matteo di nuovo in disordine. Eppure la mattina, prima di andare al lavoro, era stata molto chiara: Quando torni da scuola, sistema casa!
Mise lacqua a bollire per il tè, e si mise a sistemare la casa svogliatamente, piena di stanchezza. Spolverando, si accorse che la cristalleria, un vaso di cristallo regalatole dalle amiche tempo addietro per il compleanno lunica cosa preziosa che avesse non cera più. Rimase gelata. Matteo laveva presa? Venduta?
Pensieri terribili le attraversarono la mente. Pochi giorni prima aveva visto Matteo in giro con ragazzi poco raccomandabili. Aveva chiesto: Chi sono? E lui aveva borbottato qualcosa di incomprensibile, con lo sguardo che diceva chiaramente: Non sono affari tuoi!
Che brutta compagnia! le martellava in testa la preoccupazione. Oddio, no, sono stati loro a costringerlo! Non può essere lui, no, lui non è così! Ma magari sta persino fumando? Oppure?
Senza dare retta ai brividi, scese subito per le scale. In strada era già buio e pochi passanti affrettavano il passo. Lucia tornò a casa a testa bassa. Colpa mia! Tutta colpa mia! A casa non gli si respira più Anche al mattino lo sveglio urlando! E la sera urlo, urlo sempre! Matteino mio, che madre sfortunata ti sei ritrovato…! Piangeva da sola, inizialmente, poi con uno scatto si rimise a pulire casa: restare ferma non le era possibile.
Quando spostò il frigo, trovò un giornale appallottolato. Tirò e sentì il rumore di vetri. Srotolando la carta, apparvero i frammenti del vaso di cristallo, avvolti accuratamente.
Allora lha rotto e nascosto. Solo ora realizzò e le vennero le lacrime, ma di sollievo. Quindi Matteo aveva rotto il vaso, non laveva rubato né venduto. Solo nascosto per paura. E ora, chissà dovera, non aveva il coraggio di rientrare! Ma non era affatto uno sciocco, Matteo. Lucia si figurò la scena: se avesse visto il vaso rotto avrebbe perso il controllo Sospirò forte e si mise a cucinare. Preparò la tavola con una cura particolare, mise le tovagliette, allineò i piatti con attenzione.
Matteo rientrò quasi a mezzanotte. Appena entrato, restò impietrito sulla soglia. Lucia corse da lui: Matteino! Dove sei stato così tanto? Ti aspettavo, ero preoccupata! Sei gelato! Gli prese le mani fredde, le scaldata tra le sue, gli baciò la guancia e disse: Vai, lavati le mani. Ti ho fatto il tuo piatto preferito. Senza capire, lui andò a lavarsi.
Poi entrò in cucina, ma Lucia lo avvertì: Ho sistemato la tavola in salotto. Matteo si accomodò con cautela: la stanza splendeva, tutto era in ordine, quasi festoso. Si sedette a capo chino, senza toccare cibo.
Allora, Matteino?
Alzò lo sguardo, la voce tremante:
Ho rotto il vaso.
Lo so, figlio mio, rispose lei con dolcezza, non è niente. Tutto prima o poi si rompe.
Allimprovviso, chinandosi sul tavolo, Matteo scoppiò a piangere. Lei lo abbracciò piano sulle spalle e pianse insieme a lui. Quando si fu calmato, Lucia gli sussurrò:
Perdonami, amore mio. Urlo sempre. Sono stanca, lavoro tutto il giorno, lo sai Vedo che non ti vesti come gli altri tuoi compagni. Non ce la faccio più, porto anche il lavoro a casa. Scusami, non ti farò più del male.
Cenarono senza dire una parola. Andarono a dormire in silenzio. La mattina dopo, Matteo si svegliò da solo. E, quando lei lo salutò sulla porta, invece di dire il solito stai attento, mi raccomando lo baciò sulla guancia: A stasera, tesoro!
Quella sera, tornando dal lavoro, Lucia trovò i pavimenti puliti e la cena pronta: Matteo aveva fritto le patate.
Dallora in poi, Lucia non parlò mai più di scuola o di voti. Se per lei era già difficile anche solo andare ai colloqui, quanto peggio doveva essere per lui? Quando un giorno Matteo le disse che dopo la terza media avrebbe proseguito, lei non espresse dubbi. Una volta, spiando di nascosto il suo diario, vide con gioia che non c’erano brutti voti.
Ma il giorno che non dimenticherà mai fu quello in cui, dopo cena, mentre sistemava i conti della casa, lui le si sedette accanto e le propose di aiutarla. Dopo unora passata fianco a fianco, Lucia sentì la testa di Matteo posarsi sulla sua spalla.
Rimase immobile. Quando era piccolo, dopo aver giocato, spesso si addormentava sulla sua mano così. Capì, in quel momento, che aveva ritrovato suo figlio.
Da tutta questa storia, ho imparato che a volte sbagliamo strada nel voler aiutare chi amiamo. Basta un po di comprensione, un gesto affettuoso, e ciò che credevamo perso può tornare, più forte di prima.






