Il lungo eco dell’amore

Lungo eco dellamore

Guarisci presto, mormorò la ragazza, trattenendo un singhiozzo e osservando il volto pallido delluomo.

Benedetta sedeva rannicchiata sulla sedia di plastica rigida, proprio accanto al letto dospedale, le ginocchia strette al petto. Laria sapeva di disinfettante e farmaci, un aroma che si infilava nelle narici e non ti lasciava scampo. Fuori dalla finestra, il tramonto milanese diventava un purè di ombre rosate, mentre nella stanza solo la lampada accesa sopra il comodino lasciava pennellate tiepide sulla pelle cerulea di Riccardo.

Lui se ne stava lì, semisdraiato con la gamba ingessata issata su una struttura che sembrava uscita dal reparto di ortopedia della NASA. Da mezzora buona Riccardo la tranquillizzava con una costanza da galantuomo lombardo: Non è nulla Ti giuro, un paio di mesi e torno a rincorrere il tram come sempre! Non ti agitare per così poco! Si sforzava di sorridere, di ironizzare sulla sua goffaggine (pure il tentativo di balzare fuori dai cuscini non era mancato, giusto per dimostrare che era ancora lui il capitano). Ma Benedetta vedeva la stanchezza nei suoi occhi, la fatica e il dolore, non solo quello fisico.

Lo ascoltava in silenzio, studiando ogni vecchia ruga, ogni ombra di pensiero, ogni ciuffo in disordine. E improvvisamente, sentì che non poteva più tenere tutto per sé. Che le parole di circostanza non potevano più contenere quello che ormai le tumultuava in petto.

Fece un respiro profondo, si irrigidì, si schiarì la voce e disse piano, chiaro:

Riccardo, io ti amo.

Sulla parola amo la voce le tremò. Gli occhi le si inumidirono subito, benché stringesse con le dita il bordo della sedia come alla deriva. Le lacrime brillavano sotto la luce gialla della lampada, e Riccardo rimase di sasso, come se avessero appena suonato la carica allo stadio. Tutte le sue risposte allegre si sciolsero in un attimo.

La guardò, e nei suoi occhi lampeggiò una speranza timida mista a cieca tenerezza. Ma insieme a quel tepore, dentro di lui nacque il dubbio.

Forse lo fa solo perché mi vede così, in pigiama dospedale e gesso, indifeso? Magari è solo compassione Un effetto collaterale dellincidente, boh! pensò, e allora chiese, un po’ rauco come Totò dopo una notte di Sanremo:

Non è che mi vuoi solo far tacere? Che vuoi solo smettere sto disco rotto che sto bene?

Benedetta rimase in pausa, respirò forte per domare il tremolio, poi incrociò il suo sguardo e scandì le parole come in difesa di uno scudetto:

Ti amo.

Le lacrime che trattenevo si riversarono in pieno. Solcavano le guance senza che lei tentasse di nasconderle, lasciando strisce di mascara come righe su uno spartito di Tenco.

Ci ho pensato tanto, balbettò, ma stamattina, appena mi hanno chiamata dallospedale, mi è crollato il mondo! Sono corsa qui, tremando tutta, e pensavo il peggio Il dottore parlava solo di lastre, di aspettare i risultati E seduta là fuori, mi sono resa conto che potrei perderti, anche solo per una frattura. Il pensiero mi ha terrorizzata

Benedetta riuscì solo a sussurrare Riccardo.

Cercò di prenderla per mano, impresa quasi eroica con la gamba immobilizzata. Appena le dita dei due si incrociarono, Benedetta si abbandonò a un singhiozzo, poggiando la fronte sulla sua spalla. I suoi sussulti erano irregolari, e lui la lasciò piangere, accarezzandole piano le dita come a dirle fai pure, qui puoi.

Riccardo sentiva il tremolio della sua mano, il corpo che singhiozzava, e nel cuore una dolce ansia. Ora non importava più sembrare forte, né raccontare barzellette stonate. Importava solo essere lì: la sua Benedetta, la sua voce, la sua mano.

E nel silenzio, in quellabbraccio, cera più verità di qualsiasi dichiarazione romantica vista in TV.

Riccardo faticava ancora oggi a credere di essere così fortunato. Ogni volta che guardava Benedetta, tornava con la testa al giorno del sì, e si domandava come fosse accaduto. Cinque anni fa aveva sposato la donna più incredibile di tutta Milano, pur sapendo che non era innamorata persa di lui. Benedetta aveva accettato non per un colpo di fulmine, ma per mancanza di alternative, ma ciò non aveva scalfito la felicità di Riccardo. Gli bastava esserci.

Erano cresciuti nello stesso condominio di Viale Abruzzi, stessi cortili, scuole parallele. Riccardo si ricordava Benedetta quando aveva appena dieci anni e la considerava alla stregua della sorellina minore: le regalava caramelle, la difendeva dai prepotenti del quartiere, la faceva ridere senza sforzo. Lei lo seguiva chiamandolo Ricky e tentando di coinvolgerlo nei suoi giochi. Lui la accarezzava sulla testa, senza nemmeno immaginare che un giorno sarebbe diventata il centro della sua esistenza.

Col tempo si erano persi un po. Riccardo si era laureato, aveva messo radici nel lavoro, uno stipendio fisso, un mutuo per il bilocale. Tornato a Milano con le idee più chiare del Risorgimento, aveva deciso: Ora glielo dico che la amo e le chiedo di provarci. Scelse un mazzo di rose rosse enorme e ronzava come unape davanti al suo portone, una sequenza di frasi già pronta in testa.

Ma, ironia della sorte, quando suonò il campanello e la porta si aprì, fu come sprofondare in un film di Sorrentino: Benedetta lo accolse radiosa, e dietro di lei spuntò un giovane altissimo, un tipo sicuro di sé col sorriso da piazzista di Trony. Lui è Matteo, ci sposiamo! lo presentò lei, arrossendo.

Riccardo rimase imbambolato, il mazzo di rose stretto come uno striscione da curva sud. Aveva perso il treno della felicità. Borbottò qualche scusa da manuale sul augurissimi! e se la svignò, lasciando le due facce raggianti e il suono delle risate di Benedetta a scivolare nellandrone

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Avrebbe potuto mettersi in mezzo, Riccardo. Aveva un sacco di informazioni su Matteo, avrebbe potuto mettere i bastoni fra le ruote al nuovo arrivato. Ma ogni volta che ci pensava, si fermava: Benedetta con Matteo brillava. Aveva quello sguardo affamato che con lui non aveva mai sfoggiato entusiasmo, adorazione, la tipica scintilla da romanzo rosa, vabbè, in salsa milanese. Rideva forte, si muoveva con la leggerezza di chi vola, come se dimprovviso la sua vita si fosse colorata.

Riccardo non ce lha mai fatta a spegnere quella luce. Non si è mai sentito in diritto di decidere per lei. Così ha ingoiato il rospo, non in un giorno, ma poco a poco, come chi si abitua a una cicatrice: allinizio brucia, poi rimane solo il segno.

Si lanciò nel lavoro, tornava in paese solo per ferragosto e Natale, cercando di ignorare la nostalgia che gli colorava i tramonti cittadini. Passando davanti ai bar dove da ragazzi avevano mangiato focacce unte, Riccardo rallentava il passo involontariamente. Ogni scampolo di felicità di Benedetta con Matteo gli lasciava addosso una nebbia fastidiosa, ma lui non alzava mai la mano.

Eppure, non riusciva a smettere di controllarla sui social (ah, chi lha detto che la curiosità uccide solo i gatti e non i milanesi innamorati!). Non lasciava cuoricini, non commentava: solo sbirciava post e stories col dito sincero e il cuore frastornato. Nemmeno sapeva perché, ma covava un desiderio che Benedetta tornasse indietro, magari, e si accorgesse di aver sbagliato.

Quellabitudine assurda però, alla fine, si rivelò utile. Col tempo, Riccardo scorse segnali strani: dapprima tiepidi, poi evidenti.

Dapprima, i post di Benedetta sulla famiglia mutarono tono: da figlia affettuosa divenne improvvisamente critica, lamentandosi degli assilli dei genitori. La madre, donna tanto affettuosa quanto sveglia, aveva subito fiutato la puzza di bruciato Matteo la allontanava dal nido, convincendola che solo lui la capiva fino in fondo e che la famiglia bisognava lasciarsela alle spalle come le lenzuola stirate dalla nonna. Ma lei, ancora invaghita e poco esperta, non sentiva il campanello dallarme.

I battibecchi aumentarono: ora nei racconti Benedetta si diceva infelice in casa, delusa dalla mancanza di comprensione. Sempre più spesso dormiva da Matteo, lasciando indietro amici, genitori e chiunque osasse non inchinarsi davanti al suo principe azzurro.

Riccardo soffriva nel vedere la scena, un misto di compassione e impotenza. Qualsiasi tentativo di intervenire era inutile Benedetta avrebbe solo pensato a un attacco geloso.

Così continuò a restare a guardare, nella speranza che, prima o poi, la realtà da sola facesse il suo corso.

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Benedetta passava più tempo con le amiche, ma anche quelle iniziavano a evaporare come spritz al sole. I primi tempi sembrava tutto normale: risate leggere, progetti di shopping, serate in Brera. Ma presto nei discorsi sbucavano nuove frasi, strane.

Una sera, tra una forchettata di pasta e un chinotto, se ne uscì così:

Secondo Matteo, non ho bisogno di lavorare. Vuole che io sia rilassata, allegra, non stressata.

Lamica la fissò con locchio rotondo della sorpresa:

Ma ti è sempre piaciuto il tuo lavoro in salone! Dicevi che ti sentivi apprezzata

Benedetta fece spallucce, spacciandosi per una moderna casalinga disperata.

Ma lui guadagna già abbastanza per tutti e due! Io posso dedicarmi alla casa, a me stessa. Che male cè?

Unaltra volta, il tema era luniversità. Unamica fresca di test di ingresso raccontava con passione dei professori e dei compagni, e Benedetta, ormai rassegnata, buttava lì:

Più vado avanti, più trovo luniversità una perdita di tempo. Per fortuna che a Matteo non interessa il mio titolo. Quello del liceo basta e avanza!

Le amiche tentennavano, ma Benedetta rispondeva piccata. Col tempo, si sfogava di continuo sui genitori, sempre più esausta dall’interferenza materna:

Sembrano ossessionati dal controllo, chiamano di continuo, mi chiedono tutto! Ma io sono adulta! Matteo ha ragione: bisogna fare da soli, senza nessuno che rompa.

Unamica, molto diplomatica, azzardò:

Ma i tuoi ti vogliono solo bene

Ah, smettiamola! chiudeva così Benedetta Loro non reggono che io sia finalmente felice. Devono solo averla vinta.

E così, una ad una, le amicizie scivolarono via. Chi tentò di aiutarla venne archiviato come invidiosa. Rimase solo Matteo al centro della scena. O tutto o niente.

In tre anni cambiò tutto. Stop al lavoro (Così posso essere più energica e pronta per lui!), stop agli studi (Chi ha bisogno di altro?), addio ai genitori (Non tollerano le mie scelte!). Le amiche? Sparite come i biglietti del Derby. Qualcuno si arrese, altri si defilarono per non avere più la voglia o il coraggio di chiamarla.

Alla fine rimase sola. Cioè, sola con un uomo che non aveva mai avuto davvero intenzione di sposarla. Matteo continuò la sua vita da single, rimarcandole che tutto, ma proprio tutto, era una sua scelta. E Benedetta, guardandosi allo specchio in quella casa sempre più vuota, non capiva più nemmeno come ci fosse finita dentro.

Riccardo tentò di metterla in guardia messaggini cauti, una telefonata ogni tanto, sempre calibrando le parole col bilancino doro: Sei sicura che questa sia la vita che vuoi? Non stai andando un po troppo in fretta?

Risposte sempre più scattose e monotone: Riccardo, ma che vuoi capire? Matteo si prende cura di me, fidati.

Ogni tentativo di ragionamento era respinto come un tapiro doro in una finale di X Factor. Alla fine, lontana anche da lui, Benedetta smise di scrivere completamente

*******************

Un paio danni dopo. La vita di Riccardo scorreva a ritmo di routine: lavoro, aperitivi saltati, qualche partita con il papà e la solita visita ai genitori. Non aveva mai costruito una sua famiglia (daltronde, dopo Benedetta chi aveva più coraggio?), e se la prendeva comoda.

A ridosso di Natale, tornò a casa dei suoi in corso Buenos Aires: tradizione sacra, che non perdeva mai. Profumo di panettone appena scartato, mamma a preparare cento portate, papà che borbottava sullo spreco e si ingozzava di antipasti. Bastava aprire quella porta per sentirsi di nuovo figlio.

La vigilia, una commissione veloce al supermercato, città addobbata, fiocchi di neve modesti sulle insegne dei tram. Acquisti rapidi e poi dritto verso casa.

Arrivato al portone, rimase incantato. Su una panca dellandrone, rannicchiata come una studentessa fuori sede sotto zero, cera Benedetta. Il cappotto sottile, le lacrime ormai asciutte, accanto un trolley disastrato e un trasportino con dentro un gatto indignato assai, che protestava a gran voce.

Benedetta? Ma che ci fai qui? balbettò Riccardo, visibilmente confuso.

Non sapeva che sei mesi prima i genitori di Benedetta avevano venduto la casa, traslocando a Lecce per ricominciare da capo. E ignorava che Matteo, la vigilia di Capodanno, le aveva dato il benservito, sbattendola fuori con il necessaire, il felino e qualche spicciolo.

Aspetto. Sorrise amaro, fissando i lucernari. In realtà non so nemmeno io. Non ho un posto dove andare.

La voce era piatta, svuotata. Riccardo sentì un freddo nello stomaco più fastidioso della corrente milanese a febbraio. Si fece coraggio, si chinò e le sfiorò la spalla.

Dai, entriamo. Qui si gela, tra poco ti si staccano le orecchie!

Obbedì senza protestare, come una ragazzina dopo un temporale. Presero ascensore e valigia, e il gatto commentava la situazione dallinterno del trasportino. Una volta dentro, Riccardo la piazzò sul divano con una coperta, le portò una tazza di tè e accese tutte le luci della sala, come per scacciare il malocchio.

Racconta tutto, ordinò, gentile ma deciso.

Matteo laveva lasciata. Incinta, senza soldi né contratto e senza un briciolo di umanità. Solo ieri parlavano dei nomi per la bambina, stamattina le aveva impacchettato gli stracci, lasciato cinquanta euro sul tavolo (Considerateli una buonuscita!) e ciao.

Tre mesi di gravidanza abbastanza per far salire la nausea fisica e quella psicologica. Niente casa, niente famiglia (genitori svaniti tra i trulli e messaggi lasciati senza risposta), amici persi tra i ricordi. Le restava solo Riccardo, quellex che aveva sempre trattato come un piano B.

Ora era lì, nello splendore malinconico della sua cucina anni Ottanta, abbracciata a sé stessa come si tiene una borsa sugli autobus affollati.

Non so come andare avanti. Non ho lavoro, il mio diploma ormai vale quanto una figurina Panini, e Matteo mi ha dato anche la colpa! Dice che se mi fossi fatta i fatti miei lui non mi avrebbe mai mollata

Le lacrime scorrevano. Parole spezzate, la voce tenuta su solo da una disperazione stanca. Riccardo ascoltava muto, assorbendo dolore come una spugna.

Alla fine, lui le prese pianamente la mano. La guardò negli occhi e senza esitazione disse:

Sposami. Lo sai, ti amo. Ti proteggerò, sempre.

Benedetta spalancò gli occhi, un gatto davanti alla settimana enigmistica. Le lacrime sospese a mezzaria per la sorpresa.

Davvero? balbettò. Sei cosciente? Non ti sto chiedendo di amarmi E poi cè questo bambino

Si bloccò, non sapendo come finire la frase.

Sarà mio. E ti amerò abbastanza per tutti e due. Non ti mancherà nulla. Mai.

Parlava tranquillo, come se fosse la cosa più semplice del mondo. La sicurezza di chi ha voltato pagina per sempre.

Lo sai, ci sono già cascata una volta, sussurrò lei con un po dironia e ora pago il conto.

Traeva di nuovo fuori vecchi errori, ma stavolta accettava la responsabilità. Riccardo, però, non si fermò:

Se vuoi, ti aiuto a trovare un posto nuovo. Ti aiuto col lavoro conosco tante persone. Prendiamo una casa nuova, apro un conto per qualsiasi emergenza. Basta che dici di sì.

Non prometteva amori epici o tramonti a Portofino. Solo concretezza, stabilità e futuro.

Benedetta ci mise molto a rispondere. Guardava le mani tremolanti e la tazza di tè ormai freddo, il lampadario, i ricordi passati. Poi, lentamente, tornò a vivere un poco.

Va bene. Sorrise di sbieco. Accetto.

********************

Da allora passarono parecchi Natali. La vita trovò un suo equilibrio, per quanto insolito: niente infatuazioni alla Modugno, ma rispetto, fiducia e una discreta tranquillità. Un matrimonio forse non lussurioso, ma vero.

Riccardo adorava il figlioletto. Sin dal primo giorno si era dato da fare, imparando più cose lui sui bambini che la mamma di Benedetta. Lo portava in bici in Parco Sempione, gli insegnava (inutile, per ora) le tabelline e, ogni sera, gli leggeva le favole in milanese stretto. Comprare giocattoli? Sì, ma con criterio. Gli diceva: Tu sei la nostra gioia!.

Benedetta si riprese piano piano: i primi mesi erano ancora gravati da sensi di colpa e rimorsi, ma la presenza e il supporto di Riccardo furono la sua salvezza. Dopo la maternità, si rimise in gioco. Riccardo la aiutò a trovare lavoro presso noti parrucchieri, e quando si sentì pronta, si iscrisse pure alluniversità, finalmente decisa a riprendersi la vita in mano.

Il tempo scorreva opaco ma tranquillo, con rari brividi. Weekend allIkea, gite dai suoceri, lasagne e partite in tv. Benedetta imparava ad amare la normalità: un caffè al mattino, il figlio che urlava contro il peluche, le chiacchiere con Riccardo sulla spesa al discount. Non sapeva se quello era amore con la A maiuscola dei film, ma sapeva che cera.

Poi arrivò lincidente. Riccardo tornava tardi da lavoro in auto, quando un tizio con la Maserati nuova, probabilmente impegnato nelle prove di Grand Theft Auto, gli centrò in pieno il baule. Carrozzina della macchina distrutta, parabrezza spaccato, sportello come carta pesta. Ma Riccardo? A parte la gamba ingessata, quasi illeso. Lospedale italiano era come sempre: gesso, niente palmare, tanta pazienza!

Lì, seduto fra cuscini e flebo, con la gamba bloccata peggio di una puntata noiosa di Un posto al sole, la sua unica preoccupazione era: Come devono fare Benedetta e mio figlio, senza di me anche se solo per poco?. Quando lei entrò, lui riuscì solo a scherzare:

Facevo il buffone sabato scorso e ora guarda qua, niente pizza stasera. Scusa!

Benedetta gli si avvicinò, sedette e gli prese le mani. Non sorrideva, era seria ma aveva la voce ferma e chiara:

Limportante è che tu sia vivo. Il resto si aggiusta.

E proprio allora, con una semplicità che ha dellincredibile, disse piano, guardandolo negli occhi:

Ti amo.

Così, in un fiato. Riccardo ebbe la tentazione per un attimo di chiedere Davvero?, ma poi capì che non cera bisogno.

Grazie, rispose, stringendo le sue mani. Per questo dolore qua, ne valeva la pena.

Sapevano entrambi che il gesso sarebbe stato tolto, la rieducazione sarebbe passata. E che da lì in avanti, alla prima occasione, si sarebbero promessi di nuovo. Magari non in una cattedrale di Milano, ma, perché no, in qualche castello sulla via Emilia, con tutti gli amici, la famiglia, i figli che corrono e il gatto randagio che miagola fuori dalla porta, strappando lacrime, risa e promesse. E finalmente stavolta, sarebbero state vere.

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