Il figlio denuncia la madre alle autorità

Il figlio tradì la madre

Concetta Bartoli, sessantotto anni, si trovava in piedi accanto alla porta socchiusa della propria camera da letto e reggeva con entrambe le mani due tazze di tè, ormai fredde e senza più profumo.

Dallaltra parte della porta parlava suo figlio Stefano, quarantadue anni. Parlava piano, appena sussurrando, con quel tono di chi non vuole essere ascoltato.

Mamma, devi capire. Non è per sempre. Ho chiesto, lì si sta bene. Una stanza singola, i pasti assicurati, linfermiera sempre presente.

Concetta non afferrava subito il senso di quel discorso. Attraversò il corridoio e posò le tazze sul tavolino basso in salotto. Stefano era seduto sul divano, senza guardarla.

Di cosa parli?

Della residenza, mamma. Te lho detto già, solo che non davi ascolto.

Non mi hai mai parlato di nessuna residenza, Stefano.

Alzò finalmente lo sguardo, con quellespressione che Concetta ricordava dai tempi in cui, bambino, rompeva un vetro con il pallone e poi cercava per ore come giustificarsi. Colpevole e testardo al tempo stesso.

Te lho detta. Lultima volta che sono venuto.

Stefi, lultima volta sei rimasto venti minuti, mi hai portato delle arance e poi sei corso via di fretta. Quando mai dovevi dirmi della residenza per anziani?

Si alzò, andò verso la finestra. Oltre il vetro cera il cortile che Concetta conosceva come le sue tasche: i tre platani davanti al parco giochi, la panchina scrostata, la gatta Gina che viveva stabile accanto al portone. Sentì un urto nel petto pensando a Gina, importante che fosse ancora lì. Guardò meglio. La gatta era sparita.

Mamma, ti prego. Non farne una tragedia. Rifugio dei Tigli non è una casa di riposo, come magari pensi tu. Si sta bene, la vita è attiva. Claudia cè stata, ha visitato tutto.

Claudia. Ecco, era stato discusso con Claudia.

Ho capito, mormorò Concetta.

Cosa hai capito?

Che non è farina del tuo sacco.

Stefano si voltò di scatto.

Non è giusto dirlo, mamma. La decisione è di tutti e due. Crediamo davvero che sarebbe meglio per te. Qui sei sola, fai fatica. Il medico lo dice, la vicina pure. E lì hai assistenza, persone con cui parlare, passeggiate a volontà.

Stefano, pronunciò il suo nome con voce piatta, questa è casa mia.

Seguì una pausa lunga come un battito dali che si dilata.

Mamma…

Anzi, era casa mia, si corresse improvvisamente, ricordando la carta che aveva firmato due anni prima, quando Stefano aveva parlato di tasse, comodità, solo una formalità, nulla sarebbe realmente cambiato, si era fidata. Perché era suo figlio.

Mamma, non fare così.

Così come?

Con quella faccia, rispose lui, abbassando lo sguardo sulle tazze.

Concetta fissò il tè ormai privo di calore. Aveva preparato linfuso alla menta, il suo preferito. Lo ricordava.

Quando dovrei partire, dunque?

Mamma, perché parli così…

Ti ho chiesto quando.

Stefano tornò a guardare fuori.

Claudia suggeriva i primi di settembre. Ci serve spazio. Lei lavora da casa. E volevamo sistemare le stanze, fare dei lavori.

Primo settembre. Mancavano tre mesi.

Concetta prese la sua tazza e lasciò la stanza a piccoli passi. Andò in cucina, la posò nel lavello e rimase a lungo davanti al muro di mattoni del palazzo opposto, la stessa vista osservata per trentotto anni: prima con suo marito Luigi, poi da sola. Lì aveva fatto marmellate, cresciuto Stefano da bambino, pianto in silenzio nelle notti dinverno, senza testimoni.

Stefano uscì dal soggiorno e si fermò sulla soglia.

Mamma, dimmi qualcosa.

Cosa vuoi che dica?

Vorrei solo che capissi. Che non sei arrabbiata.

Si voltò a guardarlo. Era alto, bello come il padre. Le era sempre parso un bene che gli somigliasse. Ora invece non ne era più sicura.

Ti voglio bene, Stefi, disse. Questo non cambierà.

E lui prese quella frase come un consenso. Lei vide il sollievo sciogliersi sulle sue spalle, gli occhi che si rischiaravano. Le si avvicinò per abbracciarla, qualche parola sulle labbra, che sarebbe passato spesso, che era stata brava. Non ascoltò più. Passarono tre mesi, e in tre mesi si può fare molto.

***

La verità la seppe da Loredana.

Loredana aveva tredici anni, figlia di Stefano dal primo matrimonio, e fu lei a chiamare la nonna una settimana dopo quella sera. Chiamò tardi, la voce roca di chi ha pianto a lungo e adesso cerca di trattenersi.

Nonna, li ho sentiti parlare. Papà e Claudia.

Lori, dove sei?

Da mamma. Ero da papà il weekend scorso. Lei diceva che tu non saresti mai andata in residenza di tua volontà. Che bisognava metterti sotto pressione.

Concetta rimase in silenzio.

Ha detto che ormai la casa è intestata a lui, che tu non puoi più fare nulla. Papà non rispondeva, sembrava assente. Nonna…

Tesoro.

Non voglio che ti mandino via. Tu non vuoi andarci, vero?

No, non voglio.

E allora cosa farai?

Concetta guardò la vetrinetta con le foto. Luigi da ragazzo. Stefano col grembiulino. Lori piccina col secchiello al mare.

Ci penserò, amore. Tu non preoccuparti.

Nonna, posso venire a trovarti? Ovunque sarai?

Potrai, promesso.

Spense il telefono e rimase a lungo senza muoversi. Poi si rialzò e iniziò a camminare per casa come al momento di una partenza imminente, sfiorando i muri, il segno a matita dellaltezza di Stefano, il davanzale sverniciato dal tempo che Luigi aveva dipinto di bianco. Aprì larmadio, guardando i vestiti, quelli che restavano.

La mattina seguente chiamò il CAF comunale per chiedere consulenza sulla donazione. Il dialogo fu freddo e breve. Una voce gentile le spiegò che la donazione è irrevocabile, che si può impugnare solo in precise condizioni, con prova di raggiro o costrizione. Dimostrarlo, però, era quasi impossibile.

Concetta ringraziò, mise giù e andò a preparare il brodo, come sempre.

***

La casetta di campagna era a quarantatré chilometri da Firenze. Seicento metri quadri di terra e la casa di legno che Luigi aveva costruito con le sue mani e di cui andava fiero. Il tetto cedeva, la stufa fumava, la recinzione pendeva nella terra. Negli ultimi tre anni nessuno quasi ci era mai stato, solo Concetta destate per il raccolto.

Ci arrivò a fine agosto con tre borse grandi e due scatole. Il minimo indispensabile: vestiti, pentole, documenti, album di foto, libri, coperte. Il piccolo televisore dalla camera. La macchina da cucire.

Stefano chiamò il giorno dopo.

Mamma, ma che succede? Te ne sei andata. Perché non me lhai detto?

Non cera motivo. Non è ancora il primo settembre.

Mamma, non si fa così. Si era deciso insieme.

Tu mi hai informata. Io ho preso la mia decisione, tutto qui.

Ma lì dinverno non si può vivere. Fa freddo, lacqua è dal pozzo.

Cè la stufa. So come fare.

Non ha senso.

Ne ha molto, rispose e sentì crescere una solidità sottile dovera stata solo paura. Stefi, stai bene?

Io? Mamma, penso a te.

Allora va bene, chiamami se hai bisogno.

Riagganciò e controllò il tetto.

Era messo male. Nellangolo della veranda, le assi marcite lasciavano entrare la tramontana. Concetta trovò della guaina e dei chiodi, sistemò alla meglio il buco. Poi fece il giro del terreno, controllò il pozzo, assaggiò l’acqua: pulita, fresca, con un lieve sapore metallico.

Dallaltro lato della siepe viveva Nazzareno Berti. Impegnato e magro, baffetti ordinati, camicia a quadri. Aveva settantanni abbondanti, abitava lì tutto l’anno da quando era in pensione, e Concetta lo conosceva solo superficialmente: uno scambio di saluti, qualche piantina regalata.

Arrivò quella sera con passo lento, si fermò al cancello.

Buonasera. Vedo che è tornata. Resterà linverno?

Sì, rispose.

Lui guardò il lavoro grossolano fatto sul tetto.

Allora bisogna controllare la stufa. Probabile che la canna sia otturata. Non scalda più nessuno la sua casa da ottobre scorso. Meglio non rischiare.

Conosce la canna?

Ho sentito lavorare sul tetto. E poi, davo un occhio alla sua proprietà.

Concetta lo fissò meglio.

Grazie. Non lo sapevo.

Non cè di che. Se vuole guardo io la stufa. È lavoro da poco, ma serve una mano.

Unora più tardi la stufa scaldava pulita. Bevettero il tè in veranda, in silenzio. Un silenzio senza peso, come succede soltanto tra chi non deve dimostrare nulla.

Vive qui da molto? chiese lei.

Cinque anni. Dopo che è mancata mia moglie ho lasciato la città, lappartamento lho dato ai figli. Era inutile restare.

Non si annoia da solo?

Alla solitudine ci si abitua. Lei come sta?

Concetta raccontò il minimo. Lui ascoltava senza interrompere o esprimere una compassione più pesante dellindifferenza.

Succede, commentò solo alla fine. I figli pensano di capire, non sempre è così.

Lui è un bravuomo. Mio figlio.

Non ne dubito.

È lei che lo comanda, mormorò Concetta a bassa voce, quasi sorprendendosi nel dirlo.

Allora tocca a lei diventare più forte, rispose Nazzareno, senza enfasi.

Le scappò un sorriso.

Io, a quasi settantanni, a rafforzarmi su una casa di legno e un tetto che piove!

E perché no? Il tetto lo sistemiamo. Laiuto io.

Finito il tè, si alzò.

Domani, se le va, controllo la canna per bene. E anche la veranda. Ho delle assi nuove.

Non voglio disturbarla.

Questo lo deciderà lei, rispose, tornando verso casa sua.

***

Settembre passò nel lavoro. Una salvezza, il lavoro. Concetta si alzava allalba, accendeva la stufa, preparava la zuppa, scendeva nellorto. Prima del freddo cera molto da fare: togliere le ultime piante, vangare, sistemare la legna. La legna la portò Nazzareno con il suo trattorino, e laiutò a impilarla sotto la tettoia. Lavoravano vicini, spesso in silenzio, solo qualche parola, e Concetta scoprì che questo le piaceva.

Stefano chiamò ancora una volta a metà mese.

Come va, mamma?

Bene.

Inizia a far freddo.

Da me fa caldo. Cè la stufa.

Non è come vivere in città. Vieni da noi, troviamo unaltra soluzione, magari vicino Firenze…

Sto bene qui, Stefano.

Come sta Loredana?

Taceva.

Bene. Sta quasi sempre da Francesca.

Francesca era la prima moglie, mamma di Loredana. Si erano lasciati senza guerra, semplicemente la vita. Francesca era una brava donna, e aveva sempre voluto bene a Concetta.

Ci vai spesso da lei?

Cerco di andarci. Claudia non ama che resti troppo.

Concetta non rispose. Fuori il vento toglieva le ultime foglie ai meli.

Va bene, mamma. Se ti serve qualcosa, chiama.

Va bene.

Sapeva che non lavrebbe fatto. E lui, pareva, lo capiva.

Ottobre portò pioggia. Le strade divennero fango, difficile raggiungere anche il bus, ma ciò portava silenzio. I vicini partivano, il paese si svuotava, e al mattino Concetta, col tè in mano, ascoltava solo uccelli e pioggia sulle foglie. Non faceva più paura. Era solo silenzio.

Qualche sera piangeva. Non forte, non sofferente, solo sedeva e lasciava le lacrime scorrere dalla stanchezza o dalla consapevolezza che faticava a raggiungerla. Pensava allappartamento, dove ora magari stavano già dipingendo. Ai segni lasciati da Stefano piccolo, che qualcuno avrebbe cancellato. Alla pittura bianca di Luigi. Ai trentotto anni di vita in poche scatole ammucchiate in angolo.

Ma al mattino si alzava e lavorava. Perché si doveva.

Nazzareno passava spesso: a volte con attrezzi, altre con qualche dono, un cavolo, una composta. Prendevano il tè, parlavano. Raccontava dei suoi figli in unaltra città, della moglie Gina, la ricordava senza peso, con calore. Dava consigli, sereni, su come gestire lorto se sei solo.

Non teme linverno? Essere del tutto solo?

Ci si fa il callo. Così impara anche lei.

Non sono sicura.

Provi prima.

Così era lui: non convincere, ma indicare solo il prossimo passo.

***

Linverno arrivò già in novembre, di colpo. Una coltre di neve implacabile, niente autobus. Concetta si trovò separata dalla città. La spaventava un isolamento così fisico.

Per tutta la prima settimana chiamò Lori ogni sera.

Nonna, tutto bene? Calda?

Sì, tesoro. E tu?

Papà è passato domenica. Claudia era fuori, in macchina.

Pazienza.

Era triste.

Sono cose sue.

Ce lhai con lui?

Concetta rifletté.

No, sono solo triste. Non è la stessa cosa.

Che vuol dire?

Quando ce lhai con qualcuno, vuoi una ferita, una spiegazione. Quando sei semplicemente triste, accetti quello che è accaduto, senza aspettarti altro.

Loredana tacque.

Nonna, sei saggia.

Solo vecchia.

Non è lo stesso.

Concetta rise, sorpresa da un calore nuovo. Non rideva da tempo.

Hai ragione, Lori. Non è la stessa cosa.

Gennaio fu il più duro. Gelo intenso, la legna finiva veloce, la notte bisognava alzarsi spesso per aggiungerne. Una volta scoppiò un tubo, tre giorni a sciogliere neve. Nazzareno aiutò con la riparazione, portò pezzi di gomma e il saldatore. Rimasero mezza giornata sotto zero, ma ce la fecero.

Grazie, disse Concetta, al caldo, le mani alle prese. Non so cosa avrei fatto senza di lei.

Se la sarebbe cavata.

Non credo.

Magari no, però avrebbe provato. Questo conta.

Non si stufa a occuparsi di me?

La guardò come stupito.

Cosa vuol dire? Siamo vicini di casa, mica estranei.

Ma non tutti sono come lei.

Vero, rispose. Io sì.

A febbraio arrivò Loredana, su un pullman, con lo zaino e un sacchetto darance e cioccolato.

La mamma ti ha lasciata venire?

Mi ha accompagnata alla fermata. Ti manda tanti saluti e ansia.

Ringrazia da parte mia. Vieni, fa freddo.

Si guardò intorno, toccò la stufa.

È accogliente, nonna.

Davvero?

Sì, meglio che in una casa dospiti. È vera casa.

Concetta la fissò: Lori era cresciuta tanto in un anno, alta, seria, con gli occhi neri di Stefano.

Nonna, mi racconti di nonno? Di comeravate qui da giovani?

Si sedettero allampia finestra col tè. Concetta raccontò di Luigi che sistemava il casottino, di quando dormivano qui la prima notte e faceva tanto freddo che restavano col cappotto, della prima patata seminata come bambini. Di Stefano piccolo che aveva paura del buio nellorto.

Un fifone?

Fantasioso, ecco. Immaginava mostri ovunque.

Poi che successe?

Crebbe. Però limmaginazione rimase, cambiarono le paure.

Lori pensò.

Secondo te lo capisce quello che ha fatto?

Non so, è un problema suo.

Non è giusto.

Non è giusto. Ma la giustizia non sempre arriva.

Arriva mai?

A volte, se ne va, arriva qualcosa di diverso. Più importante.

Cosa?

Concetta guardò fuori. Neve dappertutto, silenzio, bosco allorizzonte.

La pace. Il tè, questa finestra, e tu qui vicino. È questo il senso.

Loredana annuì, come fa chi non capisce tutto ma sente la verità.

***

Marzo portò il disgelo e il profumo di terra e pini. Uscendo in veranda, Concetta si rese conto che stava bene. Semplicemente bene. Non malgrado tutto; bene e basta.

Rimase ferma, sentendo le gocce del disgelo, pensando che è strano sentirsi sereni, in certe condizioni. Forse resistere vuol dire proprio questo: non vincere, non tornare indietro, ma restare in piedi, diventare di nuovo se stessi, un po diversi.

Nazzareno la chiamò dal muretto.

Concetta, ho dei piantini pronti: cetrioli e pomodori. Le servono?

Eccome. Grazie.

Più tardi li porto. E guardi la staccionata, sembra cedere la tavola in fondo.

Guardo io.

Se serve, ho delle assi.

Magari me la cavo anche da sola, adesso.

Lui, quasi divertito, sorrise sotto i baffi.

Certo che se la cava. Io propongo solo.

Con aprile arrivò il lavoro vero: vangare, concimare, controllare la serra, sistemare il pozzo. Concetta lavorava, mangiava con gusto, dormiva profondamente. Notò che pensava meno allappartamento: non aveva perdonato o dimenticato, più semplicemente non sentiva più dolore. Solo una cicatrice, lì dove serve, che non impedisce di vivere.

Stefano la chiamò ancora in aprile. Aveva un tono diverso, più basso.

Mamma, come stai?

Bene. È primavera.

Sono contento. Penso spesso a te.

Concetta non rispose subito.

Grazie, Stefi.

Non torni in città, neppure per un giorno?

No.

Perché?

Perché sto bene qui. Adesso è casa mia.

Mamma…

Come sta Lori? La senti?

È stata da me a febbraio. Torna presto, Francesca la lascia fare.

Bene, disse lui piano. Va bene così.

***

Lestate in campagna non era come la ricordava. Prima ci veniva come ospite, subito stanca dellorto e nostalgica delle comodità. Ora era la sua terra, i suoi raccolti, la sua fatica. Ogni cetriolo maturo, ogni patata, ogni barattolo riempito era solo suo, pesante e dolce al tempo stesso.

Loredana venne a stare con la nonna. Francesca chiamò gentilmente, chiedendo permesso: Può venire da giugno ad agosto intero, non disturba?. Anzi, mi aiuta, rispose Concetta.

Arrivò con libri, tablet, il quaderno delle storie. Lavorava nellorto, accendeva la stufa, attingeva dal pozzo. Le sere si beveva tisana di erbe raccolte in bosco e si parlava, a lungo, a volte in silenzio.

Nazzareno si affezionò subito a Lori. Le insegnava i canti degli uccelli, la struttura del pozzo, a prevedere il tempo. Lori ascoltava con attenzione.

È una brava persona, disse Lori. Nonno Nazzareno.

È un vicino, un amico, rispose Concetta.

Ma sembra un nonno vero. Solo diverso.

Sì, diverso.

Ti trovi bene con lui?

Certo. Siamo amici.

Solo amici?

Lori! disse Concetta, seria e rideva. Non fantasticare.

Non fantastico, chiedo solo.

Siamo amici. È molto.

Lori annuì, smise di insistere.

A luglio Stefano chiamò dicendo che voleva venire.

Vieni, rispose Concetta. Quando?

Questo weekend.

Lori cè già.

Lo so. Devo solo parlarti.

Non ci pensò molto. Ormai non aspettava più parole precise da Stefano. Era il tipo di saggezza che nasce quando smetti di pretendere ciò che laltro non può darti.

***

Arrivò di sabato, da solo. Entrò nel giardino, fermandosi a osservare lorto in ordine, la veranda sistemata, le tende nuove.

Loredana gli corse incontro, si abbracciarono. Concetta li guardò. Padre e figlia, entrambi alti, impacciati come che non si vedono da tempo.

Ciao, mamma, disse Stefano.

Ciao. Vieni, ho preparato il pranzo.

A tavola si parlò di nulla: Lori raccontava lestate, gli uccelli, Nazzareno. Stefano ascoltava, annuiva. Concetta osservava: era dimagrito, con una stanchezza nuova sotto gli occhi.

Dopo il caffè Lori si ritirò con il libro, Stefano rimase a tavola.

Mamma, devo dirti una cosa.

Dì pure.

Claudia vuole che Lori vada in collegio. Dice che dà fastidio, non è sua figlia. Ho provato a spiegare, ma… Oh, mamma, lei sa imporsi bene.

Concetta taceva.

Lori lha scoperto. Per caso, una settimana fa. Claudia lo diceva al telefono, Lori lha sentita. È rimasta chiusa in camera ore. Poi lho portata da Francesca.

Lo so, mormorò Concetta. Lori mi ha chiamato quella notte.

Stefano la fissò.

Te lha detto?

Sì, piangeva. Lho calmata come potevo.

Mamma, perdonami.

Lo disse piano, senza scene. E così sentì che era vero.

Per cosa chiedi perdono?

Per tutto. La casa, non averti ascoltata, la residenza. Per averti tradita.

Stefi…

Lasciami parlare. Allinizio credevo davvero che fosse giusto. Che in residenza saresti stata meglio… Era solo una scusa. In realtà volevo solo quiete, come voleva Claudia. Non ho mai avuto il coraggio di dire di no.

Perché?

Non so. Claudia… sa essere forte, mi sento piccolo. Come se mia figlia, mia madre fossero pesi. Come se valesse solo quello che vuole lei.

Concetta lo guardò. Il suo ragazzo, quarantadue anni, che rimaneva il bambino timoroso dellorto al tramonto.

Lami?

Lui ci pensò.

Non so più. Forse no. O non come prima.

Coshai deciso?

La lascio. Lho detto. Non era sorpresa nemmeno lei. Pure lei stanca.

Dove vai ad abitare?

Ho preso un piccolo appartamento. Basta per me. Non sono qui per chiederti la casa indietro. Lo so. Volevo solo…

Si interruppe.

Dire, completò Concetta.

Sì. E chiederti… se mi perdoni.

Concetta si alzò, andò alla finestra. Lori era sulla panca col libro. Il sole era quello particolare di luglio, dorato.

Ti ho già perdonato da tempo. Non vuol dire che tornerò né che tutto sarà come prima. Ma sei mio figlio, questo resta.

Sentì il suo respiro pesante, commosso.

Mamma…

Sì?

Posso venire a trovare?

Certo. Questa è anche la tua campagna. Luigi laveva costruita per tutti voi.

Si voltò: Stefano aveva la stessa espressione confusa di quando, da piccolo, si ammalava e lei lo accarezzava.

***

Loredana non rientrò in città col padre.

Successe da sé. A fine dialogo Stefano lo chiese, Lori disse che restava ancora un po, meglio dalla nonna, aveva da fare. Stefano guardò Concetta, che alzò le spalle. Se Francesca è daccordo, sì, rispose. E così fu.

Passarono agosto e settembre. Lori iniziò la scuola a due chilometri, Concetta la accompagnò il primo giorno lungo la strada sterrata e pensava che la vita prende pieghe impreviste.

Con Stefano ora parlavano spesso, le chiamate erano più sincere, Stefano raccontava il lavoro, a volte delle cene solitarie, Concetta ordinava ricette. Lui ascoltava.

Non ti manca Firenze?

No.

Per niente?

Per niente. Non credevo, ma è così.

Sono felice che stai bene. Davvero.

Lo so.

Nazzareno, un giorno, le chiese se avrebbe fatto la tutela di Lori.

Forse sì. Parlerò con Stefano e Francesca. Lori ci tiene.

Fa bene, qui sta serena.

Anche a lei piace Lori?

Una bella testa, curiosa. Quelli così hanno bisogno di tranquillità, altrimenti cadono nelle illusioni degli altri.

Concetta lo osservò.

È bravo a capirla.

Adesso sì. Ho avuto tempo per imparare.

E con me?

Nazzareno fece una piccola pausa.

La vedo diversa. Più libera. Non libera da tutto, libera dentro. Non è lo stesso.

È vero, ammise Concetta.

Restarono qualche istante in silenzio. Dietro la siepe di Nazzareno cresceva il grano, un piccolo campo che aveva preso in affitto più per vedere come andava che per guadagnarci.

Nazzareno, domandò Concetta, mai pensato che così si scappa dalla vita? Che qui è tutto troppo calmo?

Passava allinizio. Poi ho smesso.

Perché?

Perché questa è la vita. Il resto sono solo altre versioni.

Concetta annuì.

***

Ottobre portò il freddo. Concetta accese la stufa e si accorse che ormai lo faceva senza sbagliare mai. Lori tornò da scuola a far compiti sul grande tavolo mentre lei cucinava la minestra.

Nonna, ci hanno dato un tema: la persona che ammiri di più.

E chi scrivi?

Di te. Posso?

Va bene, ma non esagerare.

Dico la verità: sei venuta qui senza nulla, non ti sei spezzata. Non sei diventata cattiva. Non ti sei lamentata ad alta voce.

Concetta mescolava la zuppa.

Mi ero lamentata, a bassa voce.

È giusto. Lamentarsi piano non è debolezza, è gentilezza.

Concetta si voltò.

Dove hai letto questa frase?

Da nessuna parte. Mi è venuta così.

Allora mettila pure nel tema. È bella.

Lori sorrise e tornò a scrivere.

Fuori la sera scendeva violacea e i richiami degli uccelli si rincorrevano oltre il campo. La minestra bolliva nel pentolone. Sulla mensola le vecchie foto: Luigi, Stefano con il grembiule, Lori col secchiello.

Il cancello cigolò. Nazzareno entrò col vaso di cavoli sotto braccio.

Concetta, ho la verza pronta. Ne volete un po?

Sì, porti pure. La metto nella minestra.

Arrivo.

Lori alzò la testa dal tema.

Nonno Nazzareno?

Lui, sì.

Lori scese dalla sedia e corse alla porta gridando:

Nonno Nazzareno, vieni a cena! Abbiamo zuppa!

Concetta sentì la sua risata sorda nellingresso, la voce di Lori rapida che raccontava del tema, di lei che aveva scritto della nonna. Le voci si mescolavano.

Prese una cucchiaiata di minestra, assaggiò, aggiunse sale. Era la sua pentola, la sua casa, quel piccolo rifugio di legno che aveva piovuto e ora era stato riparato. Non era grande, scricchiolava la notte, ma era casa sua.

Nel giro di qualche settimana sarebbe arrivato Stefano. Avevano deciso di parlare finalmente, lei, Stefano, Francesca, della tutela di Lori. Lori lo sapeva e aspettava senza preoccupazione, come chi ha già imparato cosa serve.

Concetta non sapeva cosa sarebbe successo. Non faceva più progetti che andassero oltre la settimana seguente. Viveva, giorno dopo giorno, e bastava.

Nazzareno entrò in cucina con il vaso.

Che buon profumo.

Sedetevi, è pronta.

Lori già sistemava le tre scodelle, disposte con precisione, col pane. Gesti coltivati in silenzio.

Si sedettero.

Fuori era ormai notte. Nel vetro, confusamente, si riflettevano le sagome dei tre a tavola, la luce della lampadina, il vapore nella stanza. Un riflesso sfocato, vero, come nei vetri antichi.

Nonna, fece Lori versando la minestra, papà viene davvero il prossimo weekend?

Ha detto di sì.

Bene. Voglio fargli vedere come viviamo. Non è mai venuto destate, solo dinverno.

In estate era tutto diverso, disse Concetta.

Diverso meglio?

Concetta guardò Lori, Nazzareno che tagliava piano il pane, sulla tavola le scodelle, il vaso con la verza.

Meglio, molto meglio, Lori.

Allora che venga e veda, disse la nipote.

E nella cucina calda, il tempo ricominciava a scorrere.

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