Ho lavorato trent’anni in fabbrica perché i miei figli avessero una vita migliore. Per il mio settantesimo compleanno hanno fatto una colletta per regalarmi solo una cesta di fiori con consegna a domicilio

Ho lavorato trentanni in una fabbrica, solo per dare un futuro migliore ai miei figli. E così, per i miei settantanni, si sono messi daccordo e mi hanno mandato un cesto di fiori con consegna a domicilio.

Ecco, sola nel mio appartamento vuoto con quel cesto di fiori portato dal corriere, mi sono messo a piangere. Se quarant’anni fa qualcuno mi avesse detto che avrei festeggiato così i miei settant’anni, lavrei preso come una battuta di pessimo gusto. Ma la vita ha un senso dell’umorismo tutto suo, e non ti chiede mai se sei pronto per il finale.

Giovedì mattina mi sono svegliato alle sei, anche se non dovevo andare da nessuna parte. Vecchie abitudini: per più di trentanni sono stato io ad alzarmi prima dellalba, per non fare tardi al primo turno in fabbrica.

Cucivo camici, grembiuli, abiti da lavoro. A Bologna, allora, ce nerano parecchie di fabbriche come la nostra, piene di donne chine sulle macchine da cucire, dita punte dalle aghi e pensieri rivolti ai figli. Per chi sennò lavoravamo, se non per loro?

Mio Taddeo, che riposi in pace, lavorava sulle ferrovie. Tiravamo avanti insieme. Non mi lamento: qualcosa avevamo. Una monocamera a San Donato, poi siamo riusciti a scambiare con un bilocale con cucina a Bolognina.

Riscaldamento centralizzato, balcone che dava sul cortile. Però i figli avevano sempre i vestiti puliti, un piatto caldo e i libri per scuola. Marco faceva ripetizioni dinglese, Cristina seguiva un corso di informatica. Taddeo faceva gli straordinari, io arrotondavo cucendo tende e vestiti da cerimonia per le vicine.

E guarda tu se non ne valeva la pena. Marco ora è avvocato, ha uno studio a Milano. Cristina invece gestisce la sua azienda di marketing a Torino non ho mai capito benissimo cosa faccia, ma la pagano, e va bene così. Sono fiero di loro, davvero. Solo che, ultimamente, quellorgoglio mi resta in gola come il tè senza zucchero: il sapore cè, ma manca qualcosa.

Taddeo se nè andato otto anni fa. Il cuore. Improvviso, senza un saluto: la sera si è coricato e non si è più svegliato. Il primo anno, i ragazzi chiamavano ogni giorno. Il secondo, una volta a settimana. Adesso Marco se si ricorda chiama la domenica, dopo pranzo.

Cristina si limita ai messaggi, brevi, secchi, quasi degli SMS come una volta: “Papà, come stai? Un bacione”. Rispondo: “Tutto bene, cara mia”. Che dovrei scrivere? Che parlo col televisore la sera? Che la cassiera della Coop il sabato è stata lunica persona con cui ho scambiato due parole?

Per questi settantanni mi sono preparato una settimana intera. Faccio tenerezza, lo so: ho infornato la crostata di ricotta, quella classica che mi insegnava mia madre. Ho comprato una tovaglia nuova. Ho tirato fuori il servizio di porcellana che ci regalarono per il matrimonio e che non usavamo mai. Quattro coperti. Marco aveva detto se riesco vengo, e Cristina aveva scritto dipende dal lavoro.

La mattina Marco ha chiamato. La voce stanca, come se non avesse dormito. Papà, non posso venire, ho unudienza urgente, me lhan spostata proprio a oggi. Però sabato sicuramente vengo, ok?

Unora dopo è arrivato il messaggio di Cristina. Nemmeno una telefonata. Papà, conferenza a Genova, impossibile tornare in tempo, ti voglio bene, recuperiamo nel weekend!!! Tre punti esclamativi. Come se servissero a riempire la sedia vuota.

Sono rimasto in cucina a guardare quei quattro piatti. La crostata, la tovaglia nuova con i girasoli che mi sembrava allegra. Poi ho rimesso tutto a posto. Piatti nella credenza, tovaglia piegata, coperto la crostata con un canovaccio.

Alle tre ha suonato il citofono. Corriere. Un ragazzo, avrà avuto vent’anni, giubbotto blu. Portava un enorme cesto di fiori: rose, gigli, e altre che nemmeno conosco. E una busta. Caro Papà, ti auguriamo salute e ogni bene! Marco e Cristina.

Il ragazzo mi ha sorriso. Buon compleanno signore! Cè chi le vuole molto bene.
Ho preso il cesto con fatica, era pesante davvero. Lho messo sul tavolino allingresso e ho chiuso la porta. Poi mi sono seduto sullo sgabello vicino allattaccapanni, senza muovermi, non so per quanto. Quei fiori profumavano così tanto da dare alla testa, in quell’ingresso stretto stretto.

La sera mi ha chiamato Lina, lunica vicina con cui ancora parlo. Settantacinque anni, sta da sola un piano più sotto, come me. Giovanni, sono i tuoi anni, vieni su a prendere un tè, ho fatto la torta di mele. Sono andato. Abbiamo parlato fino alle dieci in cucina. Lina di figli non ha chiesto nulla. Sapeva già.

Sabato Marco è passato da solo: niente moglie, niente nipotini. Tre ore, e di queste unora col telefono in balcone. Ha lasciato una busta con dei soldi sullattaccapanni. Cristina infine ha rimandato il weekend imprevisti al lavoro, papà, ma per Natale ci sarò per forza.

E allora ho capito una cosa. Non è che i miei figli non mi vogliano bene. Mi vogliono bene, solo a modo loro, secondo i loro orari, incastrati tra unudienza a Milano e una conferenza a Genova. Mi vogliono bene come io volevo bene a cucire: sinceramente, ma sempre con la testa sulla macchina e locchio allorologio. Ho lavorato trentanni per loro, e sono stato orgoglioso che la loro vita fosse diversa dalla mia. Ma nessuno mi aveva detto che la contropartita sarebbe stato un appartamento vuoto.

La crostata lha finita Lina con me. I fiori sono appassiti in una settimana. La busta con i soldi di Marco lho messa nello stesso cassetto dove Taddeo teneva i documenti delle ferrovie.

Proprio ieri mi sono preso un biglietto per una gita in pullman in Val dOrcia. Due giorni con il gruppo anziani. Lina viene con me. Quando lho detto a Cristina al telefono, è rimasta sorpresa. Da quando hai cominciato tu a viaggiare, papà?

Dai miei settant’anni in poi, cara ho risposto.

Dallaltra parte, tre secondi di silenzio. Poi Cristina ha detto solo bene papà, e ha cambiato discorso. Ma quel silenzio è stato più importante di tutti gli esclamativi nei suoi messaggi. E so che un giorno capirà. Magari quando anche lei avrà sessantanni e una sedia vuota a tavola. Ma io non ho intenzione di aspettare quel giorno.

Ho settantanni. Ho ancora le gambe forti, un biglietto per il pullman e una vicina che fa una torta di mele incredibile. Taddeo avrebbe detto: Giovà, non stare lì a brontolare, vai. Quindi ora vado davvero.

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