Lairone che si era preso la briga di accompagnarmi alla casa dei miei genitori aveva uno sguardo stranamente divergente, come se guardasse due mondi diversi insieme. Mi mollò senza tanti complimenti davanti allorfanotrofio, più spennato di una gallina in autunno. Da quel momento tutto cominciò a filare in modo storto, come il filo di una vecchia cucitrice impazzita.
Verso i quarantanni, però, ero riuscito a tirarmi fuori da quel buco nero in cui mi aveva precipitato lassurdo uccello. Mi ero costruito una casa, avevo preso moglie una donna di nome Gisella e comprato una vecchia Fiat che ancora profumava di pino, nonostante gli anni. Restava solo da piantare qualcosa e crescere qualcuno, secondo il vecchio detto popolare.
Uno lo cresceremmo con Gisella, questo era certo. A un secondo non avevamo nemmeno pensato. Proprio su queste cose crescita, piantagioni e quella mattina umida come una strada romana in novembre mi fermavo a riflettere mentre preparavo il caffè nella moka. La brezza scompigliava le mie mutande larghe, appese come vele a una finestra. Avevo comprato le mutande da famiglia ben prima di avere una vera famiglia. Ironia delle ironie.
Col vetro del balcone arrivarono dei colpi. Di nuovo i ragazzini che educano i piccioni a colpi di ciottoli? Altro che airone, qui ci vorrebbe qualche nonna infuriata. I tocchi si ripeterono, più insistenti. Ma chi poteva essere al terzo piano?
Scostai la tenda, e su quel pezzo di cielo sospeso sgambettava lairone strabico che avevo lasciato nei sogni di bambino.
Vai via, bestia! urlai, col cuore impazzito. Il toast fece una rovinosa capriola.
Scusami, Giuseppe, infilò la stretta testa piumata attraverso il piccolo spiraglio della porta-finestra, lo so, sono colpevole. Dai, dai uno strappo almeno allala destra, che è pure più grossa.
Fuori di qui! tentai di spingerlo con tutte le forze, afferrando quel collo lungo come un bastone.
Non fare lo scemo, Peppinooo, tossicchiò lairone, ascolta quello che ti dico.
Ora ti metti pure a parlare! Guarda che ti faccio un bel fiocco con il collo, razza duccello pazzo.
Sono venuto a chiedere scusa
Sei arrivato tardi, becco lungo.
La suoneria tuonò insistente. Era Gisella.
Fila, ringhiai allairone, riuscendo finalmente a ributtarlo fuori. E che non ti trovi più qui quando torno.
Agii distinto, voltandomi verso la porta.
Scusaaa, Peppino, strillò lairone, cercando una lastrella della finestra scusaa, ho sistemato tutto
Gisella irruppe in casa, inondata di pioggia e di luce felice. I capelli incollati alle guance, gli occhi luminosi come quelli delle madonne dipinte. Aveva visto anche lei lairone?
Senza il tempo di fiatare, gettò ombrello e preoccupazioni in un angolo e mi si avvinghiò al collo.
Quattro! Quattro! urlò per tutta la casa.
Che vuol dire quattro? rimasi basito, cercando un nesso.
Aspettiamo dei gemelli, Peppino! Quattro nanetti tutto dun colpo!
In quellistante, le parole dellairone presero forma coi fatti di Gisella. Feci un salto sul balcone, ma lairone strabico era già in volo alto sui tetti di Bologna. Provai ad afferrargli la coda, ma non ci arrivai.
Fermati! Bestiaccia! gli gridai dietro. Torna qui, becco lungo!
Ho sistemato tutto! gridò, perdendosi tra le nuvole.
Mi voltai. Dietro di me, con le lacrime di gioia che bagnavano il viso, cera Gisella.





