«Vado dalla ragazza più giovane», ha dichiarato il nonno di 65 anni mentre preparava la valigia, ma dopo un’ora è tornato in lacrime.

«Vado dalla ragazza!» annunciò nonno Luigi, 65 anni, mentre faceva le valigie. Tornò a casa in lacrime dopo unora.

«Vado dalla ragazza!» proclamò nonno Luigi Medici, 65 anni, cercando inutilmente di infilare nel baule il suo vecchio plaid scozzese, che sembrava ribellarsi al viaggio.

Luigi lo disse con un tono solenne, come se stesse partendo per scoprire lAmerica o andando sulla Luna. Forte, vibrato, sperando nelleffetto bomba.

Ma la bomba non esplose. Nessuna reazione. Neanche un sibilo.

Sua moglie, Donata Bellini, era piegata sulla tavola da stiro, spingendo con decisione il ferro sulla camicia buona di Luigi. Nubi di vapore si sollevavano con uno sbuffo, portando un po di pace domestica.

«Ho sentito, Luigi», rispose con calma lei, senza alzare lo sguardo. «Hai messo le mutande di lana? Fuori siamo a novembre, la tua ragazza non ti curerà i reumatismi.»

Luigi rimase impietrito, con un calzino di lana stretto nella mano a mezzaria. Si sarebbe aspettato qualsiasi cosa: piatti rotti, un collasso, implorazioni perché restasse, minacce di chiamare i figli.

Ma certo non una domanda così ordinaria sulle sue mutande.

«Ma cosa centrano le mutande, Donata?!» sbottò, sentendo le guance diventare rosse. «Ti parlo damore, di una nuova vita, di rinascita!»

Riuscì finalmente a chiudere il baule, sedendosi sopra con tutto il peso. La cerniera scricchiolò lugubremente, come le vecchie ginocchia di Luigi Medici, ma si chiuse.

«E tu mi parli delle mutande! Sei sempre la solita, pratica, noiosa!» sospirò. «Lì fuori, invece, cè la vera libertà! Energia!»

«E questa energia, almeno, ha un nome?» chiese Donata, appoggiando con cura la camicia sulla gruccia e porgendogliela. «O è solo amore mio nella rubrica del telefono?»

«Si chiama Bianca!» rispose con orgoglio Luigi, raddrizzandosi. «E non è una semplice donna. È la mia musa.»

Donata sbuffò: sapeva bene che lunica poesia che Luigi amava erano i brindisi ai compleanni degli amici.

«Bianca, eh… Bel nome. E quanti anni ha questa musa?»

«Ventotto!» sparò Luigi, sfidandola con lo sguardo.

Donata posò il ferro e lo guardò a lungo, come si guarda un vecchio armadio, improvvisamente con lanta rotta.

«Luigi,» disse lei piano, in una voce dolce in cui si indovinava lacciaio, «hai sessantacinque anni. Hai la sciatica dopo dieci minuti dattesa al bagno e fai la dieta perché il fegato non regge più.»

Sospirò, poi aggiunse: «E che vorresti farci, con una di ventotto, leggere poesie?»

«Non sono affari tuoi!» replicò lui, stringendo la maniglia del baule. «Viaggeremo insieme! Passeggiate al chiaro di luna! Godersi la vita! Mi sento giovane!»

Tentò di sollevare di scatto il baule, ma quello era di un peso traditore. Una fitta alla schiena, ma Luigi strinse i denti: non doveva mostrare debolezza davanti allormai quasi-ex moglie.

«Non dimenticare le pasticche per la pressione, latin lover,» gli lanciò Donata, tornando a stirare. «Sono nel cassetto in alto. E la pomata per le articolazioni.»

«Non mi servono medicine!» mentì Luigi, col cuore che già gli batteva in gola. «Con lei mi sento come a trentanni! Addio, Donata, lascio a te la casa, sono generoso.»

«Grazie, benefattore,» accennò lei con la testa. «Lascia le chiavi sul mobiletto. E porta giù la spazzatura, già che scendi.»

Quella fu la mazzata finale. Nessuna scena madornale, nessuna tragedia. Solo «porta la spazzatura».

Luigi raccolse il sacco vicino alla porta e, col mento alto, uscì sul pianerottolo. La porta dietro di lui non sbatté, ma si chiuse silenziosa con un click.

Si ritrovò nellandrone che odorava di disperazione felina e fritto dalle case vicine. Il baule lo tirava da una parte, la schiena urlava, in tasca il cellulare vibrava. Forse Bianca aspettava il suo cavaliere.

Chiamò lascensore, e mentre aspettava prese il telefono. Il cuore sussultò dolcemente. Messaggio: «Amore, arrivi presto? Ho già prenotato il tavolo. Però cè un piccolo problema»

Lesse: «Devo mandare urgentemente cinquemila euro a mamma per le medicine, ma ho il limite. Me li presti? Appena ci vediamo te li ridò!»

Luigi aggrottò le sopracciglia. Cinquemila euro? Strano. Ieri erano tremila euro per il taxi, il giorno prima duemila per internet e una settimana fa ben diecimila per corsi di ispirazione.

Ascensore arrivato. Trascinò il baule nella cabina, premette il pulsante. Lo specchio rifletteva un uomo anziano col viso rosso e lo sguardo smarrito.

«Vado dalla ragazza», pensò, ma la frase era ormai spenta, senza eroismo.

Fuori, pioggia fina e vento che strappava le ultime foglie. Trascinava il baule fino alla fermata, perché Bianca abitava lontano, in un nuovo quartiere. Si sedette su una panchina bagnata e tirò fuori il telefono per fare il bonifico. Le dita irrigidite dal freddo, pensione appena accreditata: saldo 480 euro. La pensione sarebbe arrivata solo tra una settimana.

«Accidenti» mormorò.

Scrisse: «Bianca, cara, ho poco sulla carta. Vengo da te e ti porto i contanti, li ho nascosti da parte.»

Risposta immediata: faccina esasperata. Poi: «Luigi, ma fai sul serio? Chiedili a qualcuno! Mia mamma sta male! Se mi ami, trovi una soluzione!»

«Luigino». Non Luigi, né amore. Come il gatto del vicino.

Un sospetto appiccicoso si fece strada nel petto. Non era amore, ma qualcos’altro.

Ricordò di non aver mai parlato con Bianca in video. Telecamera sempre rotta, internet che non funziona eppure, che fotografie da modella nel profilo!

Provò a chiamare per sentirne la voce. Squilli lunghissimi, poi chiamata interrotta.

Messaggio: «Non posso parlare, sto piangendo!»

Luigi rimase seduto, abbracciato alla maniglia del baule. Le auto sfrecciavano, schizzandogli addosso acqua sporca.

Il freddo lo trafisse fino alle ossa, la camicia buona e la giacca autunnale non bastavano. Desiderò urlare dal dolore alla schiena.

«Bianca» sussurrò, assaggiando il nome sulle labbra. Aveva il sapore della plastica.

Il telefono tornò a vibrare: «Allora? Hai fatto? Se no, non venire. Non mi serve chi non risolve i problemi.»

Luigi fissava lo schermo, le lettere tremolavano.

Ripensò a Donata. A quando la sera prima, senza dire niente, gli aveva massaggiato la schiena dolorante. A come gli cucinava quelle polpette al vapore, insipide ma buone per il suo fegato ballerino.

A come lei sapesse sempre dove fossero i suoi calzini, meglio di lui.

«Non mi serve un uomo»

Si immaginò in casa di Bianca. Divano estraneo, odore estraneo, regole da imparare. Sempre pronto, sempre oh che uomo!

Pagare, pagare, pagare. Per stare vicino alla giovinezza.

E se lì la schiena gli avesse fatto male? Bianca lo avrebbe spalmato di pomata, o gli avrebbe detto «che schifo», andando in unaltra stanza?

Luigi si alzò piano, le ginocchia ossute che scricchiolavano come rami. Guardò il bus che arrivava per il nuovo quartiere, ma rimase fermo.

Il bus ripartì, lasciandolo in una scia di smog.

Rimase ancora un po sotto la pioggia. Poi si voltò, prese il baule e tornò indietro. Verso casa.

La strada del ritorno fu interminabile. Lascensore rotto, la classica sfortuna. Trascinò baule e cuore fino al terzo piano a piedi.

Si fermava su ogni pianerottolo, col fiatone e il sudore freddo sulla fronte. Il cuore batteva, ormai di tachicardia, non per amore.

Davanti alla porta di casa, si fermò e suonò. Silenzio.

Lo prese il panicodi quelli che ti ghiacciano dentro. E se fosse andata via? Se avesse cambiato davvero le serrature? Aveva lasciato le chiavi, da scemo! Suonò ancora, a lungo.

«Donata!» chiamò, rauco. «Donata, apri!»

Il chiavistello scattò e lei apparve, tranquilla, in vestaglia.

Luigi Medici si trovò davanti a lei, fradicio, sporco, col cappello zuppo in mano. Sul viso, scendevano lacrime vere, di amarezza, di vergogna, di età che non porta saggezza ma solo illusioni.

«Io» provò a parlare, la voce spezzata. «Io, Donata Cera lautobus il tempo ho pensato»

Non poteva dirle la verità. Che Bianca era tutto fumo e soldi. Troppo umiliante.

Donata lo guardò, poi il baule, poi sospirò.

«Hai buttato la spazzatura?» chiese.

Luigi controllò la mano libera. Niente sacchetto, lo aveva dimenticato sulla panchina.

«Mi sono scordato» bisbigliò.

Donata scosse la testa e si fece da parte.

«Entra, Romeo. Il tè si fredda. E lavati le mani, sei tutto sporco.»

Lui entrò, trascinandosi dentro il baule. Il buon odore di casa di biancheria pulita e un po di medicinali gli riempì il cuore.

Era il profumo più bello del mondo.

Si tolse le scarpe, andò in bagno, si lavò la faccia sotto lacqua fredda, cercando di dissolvere lacrime e umiliazione.

Quando rientrò in cucina, Donata versava il tè nella sua tazza preferita. Sul tavolo le polpette al vapore.

«Donata,» mormorò piano sedendosi. «Perdonami. Sono stato stupido.»

«Mangia,» rispose lei, senza voltarsi. «Si raffreddano.»

«No, sul serio. Bianca, la musa Io, senza di te nemmeno so dovè la polizza.»

«Nella cartellina dei documenti, primo cassetto,» rispose automaticamente, sedendosi di fronte. «Ti prego, Luigi, non ricominciare la sceneggiata. Sei tornato, punto.»

Masticò la polpetta insapore che gli sembrò migliore di qualunque prelibatezza.

«E Bianca, poi…» balbettò, mentendo maldestramente per salvare la faccia, «si è rivelata un disastro. Fuma! E dice parolacce.»

Donata lo osservò attraverso gli occhiali, occhi pieni di minuscole scintille che cercava di celare.

«Un orrore,» commentò seria. «E tu, da vero esteta, non hai potuto sopportarlo.»

«Certo!» si riprese Luigi. «Le ho detto: Signora, il suo linguaggio non si addice alla sua classe. E lei»

Fece un gesto vago.

«In fondo, ho capito che era tutto finto. Un vuoto dentro, Donata. Un vuoto totale.»

«Meno male che lo hai capito alla fermata, e non in Comune.»

Si alzò, prese dalla credenza il tubetto della pomata e glielo mise davanti.

«Ti sarai fatto male trascinando il baule.»

Luigi arrossì.

«Un po, sì.»

«Spogliati. Ti massaggio.»

Tolse la camicia, gemendo. Sentì le sue mani forti e abituate stendere la pomata.

Bruciava ma era un bruciore che guariva.

«Donata?» mormorò, la faccia verso il tavolo.

«Sì?»

«Sapevi che sarei tornato?»

«Certo.»

«Perché?»

Gli diede una pacca sulla spalla sana.

«Perché nel baule non avevi né mutande, né calzini, né medicine.»

Sorrise con un angolo della bocca:

«In compenso cera il mio vecchio cappotto che ti avevo chiesto di portare in lavanderia.»

Luigi rimase fermo, poi si girò lentamente.

«Il cappotto?»

«Il cappotto. Ti ho visto infilarlo questa mattina. Pensavi che non me ne accorgessi? Ormai, senza occhiali, non ci vedi nulla.»

Sul tavolo calò il silenzio. Luigi realizzava: era partito per una nuova vita con il plaid e il cappotto della moglie.

Allimprovviso cominciò a ridere. Prima piano, poi più forte, finché il riso non si trasformò in tosse.

Donata lo guardava e le labbra tremavano appena.

«Sei proprio un vecchio testone,» disse senza rabbia. «Su, mangia. Domani si va allorto: dobbiamo portare le conserve in cantina. Ti farai un po di movimento.»

«Andiamo, Donatina. Andiamo di sicuro,» annuì Luigi, asciugandosi le lacrime di risa.

Il telefono in tasca vibrò ancora. Messaggio da Bianca: «Dove sei?? Mia mamma sta male!! Mandami almeno mille!!»

Luigi premette con decisione «Blocca». Poi «Elimina chat». Appoggiò il telefono, schermo verso il tavolo.

«Donata, e se lasciassimo stare i barattoli, domani?» propose con uno sguardo nuovo. «E facessimo una bella grigliata? Preparo io la carne, come ti piace, con la cipolla.»

Donata alzò un sopracciglio, sorpresa: Luigi non si avvicinava al barbecue da dieci anni.

«Una grigliata? E il fegato?»

«Al diavolo il fegato,» rispose lui con un gesto della mano. «Una volta si vive.»

Le prese la mano ruvida, vissuta e la baciò goffamente, ma con tutto il cuore.

«Grazie di avermi aperto, Donata.»

Lei liberò la mano, ma senza sgarbo; anzi, quasi timida.

«Mangia, Don Giovanni, o si raffredda tutto.»

Fuori la pioggia aumentava, il vento batteva sui vetri, ma in cucina era caldo e luminoso. Sulla sedia la camicia buona, lodore di pomata e di tè.

E quellodore era meglio di qualsiasi profumo.

Luigi guardava Donata e pensava che ventotto anni è una bella età, certo.

Ma chi, se non lei, poteva sapere che lui si sarebbe portato via il cappotto sbagliato, e lasciarlo tornare comunque a casa?

«Donata?» chiamò.

«Cosa cè ora?»

«Lo porto il cappotto in lavanderia, promesso. Domani.»

«Portalo, ma prima svuota il baule. E riprendi il plaid. Fa freddo ai piedi.»

Luigi annuì e addentò la polpetta al vapore.

La vita continuava. E, santo cielo, non era affatto così male.

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