La bambola rotta
Mariella, è stato uno spettacolo meraviglioso! Elena è brillante! E la voce! Non ho mai sentito niente di più incantevole! E sai, ormai vado spesso alla Scala, posso dirmi quasi unesperta. Deve cantare lì, là, senza dubbio!
Grazie, Bella, davvero, per aver apprezzato così tanto il talento di mia figlia! Elena ci è arrivata dopo tanti sforzi, quanta fatica, e alla fine, Carmen!
Stupendo! Stupendo! Mariella, ora che Elena ha raggiunto il successo, non credi sia tempo di pensare al futuro? Lei è unusignolo, certo, ma non può restare sempre a volare da un palco allaltro! E il nido? E i piccoli?
Non lo so, Bella. Mi sembra ancora presto. È giovane, e questo successo è solo il primo passo della sua carriera.
Mariella! Vittorio è pronto al matrimonio da un pezzo! Quanto deve ancora aspettare? Lui ama così tanto Elena! Non vive senza di lei! E noi? Sembriamo quasi un ostacolo alla loro felicità! Bella Borghese sfilò dalla borsetta un fazzoletto di pizzo e si asciugò gli occhi Chi siamo noi, Mariella, per metterci tra loro?
Maria Illiria tacque.
Sapeva perfettamente che linsistenza della sua amica non sarebbe mai bastata per lasciarla in pace, ma non aveva alcuna voglia di continuare quella conversazione infinita. Ormai aveva perso il conto delle volte in cui si era ripetuta.
Bella, lamica di una vita, donna decisa e ostinata, non ha mai sopportato ostacoli o contraddizioni. E bisogna riconoscere la sua intraprendenza: sulla memoria di Maria, mai un desiderio di Bella è rimasto inesaudito.
Persino la loro amicizia nacque così: da un desiderio.
Ricordava bene la sorpresa e il senso di ingiustizia provati allora. Era stato suo padre, tornando da un viaggio, a portare a Maria una bambola bellissima, che lei aveva subito chiamato Lisa. Capelli biondi, occhi blu, un abito così insolito. Maria la adorava, la faceva sedere al tavolino per il tè, pretendeva che tutto fosse fatto secondo le regole del galateo insegnate da mamma.
Bella scoprì Lisa una settimana dopo, e ne fu stregata. Ma stavolta, a differenza di altre occasioni, Maria non la cedette. Allora Bella si ammalò davvero, con la febbre e il pianto. Le mancava a tal punto che Maria stessa, commossa, portò la bambola a Bella. Come si poteva lasciarla così?
Subito però Maria se ne pentì: le lacrime di Bella si asciugarono nellistante in cui prese Lisa per una gamba, gettando con disprezzo la sua vecchia Caterina nel baule delle bambole.
Dora in poi vivrai lì!
Perché quella scena la colpì tanto? Maria non seppe spiegarselo. Aveva avuto così pena per la povera vecchia Caterina che la chiese in regalo, portandola a casa, ignorata da Bella ormai tutta presa dalla nuova bambola.
La chiese a sua madre di sistemarla. Lisa le mancava troppo e già sapeva che, presto o tardi, anche lei sarebbe finita in fondo a un baule, scartata come si fa troppo facilmente con le cose e con i sentimenti. Ma riprendersi la bambola? No. Non era giusto.
Caterina, invece, rimase nella cameretta di Maria per anni, seduta con le sue braccia spalancate e gli occhioni senza più ciglia.
Quella bambola divenne un ricordo: certi affetti, alcune persone li abbandonano non appena un nuovo desiderio si accende. “Così faranno anche con le persone”, pensava confusamente Maria.
Ma Bella era la vicina e, complice la mancanza di altre coetanee, anche lunica amica possibile. Litigarci? Meglio lasciar correre. Chissà! Tutto cambia, tutto può cambiare… Meglio vivere in pace.
In quella casa nuova Maria era arrivata da bambina, dopo la morte del nonno. Non lo ricordava quasi, ma a casa, di Yuri Pietro così si chiamava si parlava a voce bassa e con rispetto. Solo anni dopo scoprì chi era stato e cosa aveva fatto, e non cera da stupirsi: certi segreti i bambini non devono saperli.
Maria seppe solo da adulta che il nonno era stato un agente segreto, dopo che anche suo padre, un chirurgo molto stimato a Milano, morì improvvisamente e lei e la madre rimasero sole.
Ora siamo senza una rete, Mariella. Dovremo farcela da sole. Ma come? Questo nessuno lo sa…
Perché?
Ho sempre vissuto dietro tuo nonno, e poi dietro tuo padre. Era lui a decidere ogni cosa: dove andare, cosa comprare, come vestirci. Era così. E dopo di lui, tuo padre…
Mamma! Ma non si può vivere così! Perché hai accettato tutto questo?
Figlia mia, cosa avrei dovuto fare? E poi non cè niente di male se un uomo si prende cura della famiglia. Sono arrivata in questa casa che non avevo niente, niente di niente. Una ragazzina dei quartieri popolari… Nemmeno so da chi sono nata, puoi immaginare che vergogna a quei tempi! Strano a dirsi, ma ringrazio persino mia madre per avermi lasciata…
Mamma…
Sì. Lorfanotrofio era lunica casa che ho avuto. Ma era comunque una casa, calda e piena di umanità. Gli educatori ci volevano davvero bene, a noi orfani. Ci preparavano al futuro e ci volevano bene, anche se non lo mostravano apertamente… Ma questo, sai, era la vera maternità: preoccuparsi per i bambini, quella è la vera forma damore!
Hai paura per me?
Tantissima! Non puoi immaginare quanto…
Papà invece?
Lui fu educato diversamente. Doveva stare in piedi da solo, prendere decisioni e rispondere di quello che faceva. Era cresciuto così… Anche lui orfano presto, come tuo nonno. E entrambi allevati dalle nonne. Una storia che si ripete. Andarono alla Scuola Militare, ma tuo padre lasciò, aveva deciso che sarebbe diventato medico. E tuo nonno lo lasciò fare, non oppose resistenza: “Se luomo ha deciso, che faccia come crede.” Anche se era solo un ragazzo.
E papà divenne medico…
Un medico meraviglioso! E lo sai bene!
E come vi siete conosciuti?
Per strada. Per caso. Ero con delle amiche, abbiamo rotto un tacco, piangevo disperata! Uniche scarpe decenti, e neppure mie…
Come mai?
Eravamo sei in camera alluniversità, tre paia di scarpe buone in tutto. Risparmiavamo ogni centesimo di borsa di studio per comprarle. I numeri dei piedi diversi? Facevamo così: si imbottiva la punta con cotone! Si faceva a turno chi aveva i piedi più grandi e poi adattavamo le vecchie. Una vera tragedia perdere un paio! Papà fu il mio eroe: corse dal calzolaio e mi fece riparare le scarpe, poi mi accompagnò a casa. Non ebbe paura…
Di cosa avrebbe dovuto temere?
Eh, Mariella… Dove vivevo, i ragazzi erano diffidenti con gli estranei. Ma tuo padre riusciva a mettersi daccordo con tutti bastava qualche parola, e già si stringevano la mano.
E come ti accolse il nonno?
Non subito. Osservava, in silenzio. Non ostacolò la scelta di papà, ma nemmeno si apriva con me. Solo quando nascessi tu, tutto cambiò. Papà lavorava sempre, io ero sola e non sapevo niente di bambini. Mi avevano insegnato solo il minimo in ospedale e quello che leggevo nei libri. Allambulatorio mi sgridavano, mi sentivo incapace. Ero sfinita, casa trascurata, e nessuno che mi aiutasse. Niente domestiche, perché lui e tuo papà facevano tutto da soli. E io lo stesso, grazie allorfanotrofio. Ma sui neonati… niente. E tu eri molto esigente! Piangevi sempre, forse avevo poco latte, ma allepoca non lo capivo. Facevo tutto, correvo da una parte allaltra, senza mai riposare.
E come te la sei cavata?
Fu il nonno ad aiutarmi. Tornò per un po da un viaggio di lavoro, giusto in quei giorni in cui ero completamente esausta. Una notte crollai, mi prese la bambina dalle braccia: “Vai a dormire! Ora ci penso io.” E davvero dormii fino al mattino, proprio tutta rannicchiata in poltrona. Al risveglio mi spaventai, non trovandoti vicino, ma il nonno aveva fatto tutto meglio di me! Ti cambiava, ti fasciava come una bambola, non aveva paura di nulla. Da allora per lui divenni Olivetta.
E prima come ti chiamava?
Olga, e mi dava del lei.
Poi Olivetta, e il tu era il suo modo di accogliermi davvero in famiglia. Da quel momento, ero diventata sua figlia, anche per lui. Ero così felice… Perché, sai, io un padre non lavevo mai avuto.
Ma la cosa più importante fu che lui ti adorava. Io mi sentivo in colpa per non aver dato alla luce un maschio, per la continuità del cognome, ma lui era così felice che fossi una bambina. Ti ricordi la foto in cui ti lega il fiocco tra i capelli? Era lui, e io ridevo dietro la macchina fotografica. Un uomo severo che aveva rischiato la vita, giocava con te… Fu lui a farmi capire che cosa vuol dire avere una vera famiglia. Peccato sia mancato presto… Ma in fondo forse meglio così: il mondo cambiava, e tuo nonno, uomo donore e di patria, non vi si sarebbe mai adattato. Lo sapeva, lo sapevamo. Così si lasciò portare via dalla malattia, non lottò più…
Mamma, perché dici così?
Negli ultimi giorni mi chiedeva sempre perdono, diceva che ci lasciava sole. Soffriva perché non avrebbe visto crescere te… Ma ha fatto di tutto perché potessimo andare avanti. Mi ha costretta a studiare, a laurearmi, anche se io avrei voluto solo unaltra figlia, occuparmi di casa. E ora gli sono grata… Sì, ho paura: ora dipende tutto da me, ma ce la faremo, Mariella. Grazie a quello che mi ha insegnato. Ho un lavoro, una casa, e cè anche quella del nonno, vuota, che un giorno sarà tua. Per ora non voglio affittarla, mi sembra quasi di tradirlo. Finché posso, facciamo da sole!
Maria era commossa per quella decisione. Andava spesso nellappartamento del nonno a mettere ordine, passava ore seduta a terra, a leggere i suoi libri, pensando che quelluomo lì, tanto amato, lascoltasse ancora mentre rifletteva ad alta voce.
Anche Olivetta, la madre di Maria, non si lasciò abbattere: cambiò lavoro chiedendo un favore a un vecchio amico del suocero. Così iniziò a lavorare in una clinica di Milano. La pensione bastava, ma capiva che la bambina sarebbe presto cresciuta e pensava al futuro.
Olivetta se ne andò lasciando Elena a Mariella quando la ragazza aveva solo dieci anni. Mariella si promise di non lasciarsi prendere dallo sconforto: era tutto ciò che aveva.
Con Bella aveva continuato a mantenere rapporti, pur senza grande confidenza. Si aggiornavano sui figli, seguendosi da lontano: Bella si era trasferita in campagna dopo il matrimonio, nella villa del marito, dove aveva anche il laboratorio. Il figlio Vittorio era diventato pure artista. E così Bella, sempre la stessa, insisteva che Elena non dovesse cercarsi nessuno fuori dal loro giro.
Le persone di talento devono stare insieme! Perché sprecare il proprio tempo con la mediocrità? Che carattere avranno poi i figli? Io voglio nipoti sani e talentuosi! Mariella, non sei daccordo?
Maria taceva. Che cosa rispondere? Non aveva mai raccontato a Bella tutta la storia della sua famiglia. La vecchia scuola del nonno: Ascolta tutto di tutti, di te stessa silenzio! Era diventata una regola doro.
Non aveva mai voluto Vittorio per Elena come genero. Ma a Bella non poteva dire nulla: la lite sarebbe stata inevitabile e inutilmente dolorosa.
Elena, invece, era cresciuta con il mito che papà sarebbe stato così fiero di te!. Mai un complimento fu più speciale. Sapeva anche che la madre lavrebbe sostenuta sempre, e crebbe scegliendo la sua strada con cura, consapevole che il cammino sarebbe stato affrontato insieme.
Lunica cosa che non riuscì a prevedere fu innamorarsi proprio di Vittorio. Come fosse successo, neanche lei lo sapeva. Semplicemente, si sorprese a desiderare la sua presenza.
Vittorio era leggero in tutto, capace di trasmettere un entusiasmo che alla serissima Elena mancava. Non esitava a trascinarla per mano a sciare sulle Dolomiti in un weekend. Elena non sapeva neanche mettere gli sci! Ma lui non sentiva ragioni: comprava lattrezzatura, scherzava e la convinceva che ce lavrebbe fatta.
Perché aveva così bisogno di approvazione? Mai le era mancata in casa: la nonna, la madre. Eppure non bastava.
Il primo viaggio in montagna fu bello. Buona compagnia, Vittorio che pur gentile con le altre dimostrava che Elena era lì con lui.
Solo gli sci le rimasero invisi. Non era coordinata, aveva paura anche sulle piste facili.
Vittorio non la capiva, rideva, la sollecitava ma poi si rabbuiava se rifiutava:
E allora perché sei venuta?
Per te rispose lei, un nodo in gola.
Alla fine del viaggio, Vittorio la chiese in sposa, con tanto di champagne e applausi degli amici. Elena disse sì, ma pianse guardando lanello: un gioiello bellissimo, scelto da Bella.
Bella si occupò anche del matrimonio. Unorganizzazione perfetta: a Elena e Mariella bastò scegliere labito e sistemare lappartamento del nonno, dove i giovani sarebbero andati a vivere.
Le prime crepe nella storia arrivarono dopo circa un anno. Elena cantava, Vittorio dipingeva, ma per Bella questo non bastava.
È ora che Elena abbia figli! Perché aspettare? Finché possiamo aiutarli noi, bisogna approfittarne. La vita scorre!
Mariella non sapeva cosa rispondere. Sapeva bene che Elena voleva dei figli. Il problema era Vittorio, ostinatamente contrario.
Ma non dirlo a mamma! Ci manca solo, lei che pensa solo a nipoti… Ma ti immagini questi marmocchi che mi distruggono lo studio e costringono a lavorare tutto il giorno? No! Io non sono nato per questo! Voglio vivere, non sacrificarmi!
Per Elena fu un colpo duro. Tentò di parlare al marito, ma si rese presto conto che non era una fase.
Voglio diventare qualcuno, Lenù! Non puoi strapparmi dal mio sogno così! Siamo uguali, tu e io: per noi larte è tutto! Lo diceva anche mamma. No?
Sul genio di Bella Elena preferiva sorvolare. Aveva già ridotto al minimo i contatti con la suocera, sapendo che sarebbe solo stato fonte di delusione.
Non ti capisco, Elena! Solo aria e musica nella testa? Hai niente di veramente femminile?
Elena taceva di fronte alle accuse. Non poteva costringere il marito ad ammettere la verità davanti alla madre. E non intendeva abbassarsi a spiegare che la colpa non era affatto sua.
Mariella, fai qualcosa! Falli vedere un medico a questa ragazza! Quanto deve aspettare un figlio Vittorio? Bella era ormai insopportabile.
Poi arrivò quel weekend in montagna che chiuse la storia tra Elena e Vittorio e distrusse ogni rapporto tra le famiglie.
Vittorio era stranamente nervoso, scontroso. E quando Elena, timidamente, disse che non voleva sciare, lui perse la pazienza:
Basta con queste paure! Vieni con me, ti insegno io!
Per non scatenare altri nervosismi, Elena si lasciò trascinare e se ne pentì quasi subito.
Perché vuoi listruttore? Faccio io! Sempre la solita fifona! Non è la prima volta!
Perché acconsentì? Perché credette che un brutto compromesso fosse meglio di un litigio sincero?
Quando si risvegliò era già in ospedale. Mariella era lì, con gli occhi rossi, non si capiva neppure come fosse riuscita a entrare in rianimazione.
Mamma…
Stai tranquilla, Elena. Non parlare. Andrà tutto bene. Sono qui.
E… Vittorio?
Mariella si voltò, incapace di dirle che Vittorio era partito per Milano, lasciandola là appena informato dellaccaduto con unalzata di spalle:
Ma che posso farci io? Non sono medico, ho una mostra da preparare. Non è il momento…
Questo Elena lo venne a sapere solo dopo, quando Mariella riuscì a trasferirla nella clinica dove lavorava, decisa a fare di tutto per rimettere in piedi la figlia.
I medici non erano ottimisti, ma Mariella non voleva crederci. Ogni mattina, preparando il camice, guardava le foto degli antenati e sussurrava:
Non mi arrendo! Non è questo che mi avete insegnato. Lei non ha nessun altro, devo proteggerla.
Parlò con il genero più volte.
Ti prego! Lei ti ama!
Lho amata, sì. Ma ora? Non abbiamo più senso. Non mi perdonerebbe mai. Non posso vivere con questo rimorso. Ho una sola vita.
Come puoi essere così?
È normale. Dite la verità: lo sapete anche voi.
Così Mariella smise i tentativi di rattoppare ciò che era rotto, dedicandosi solo a ridare a Elena una speranza.
Fu difficile, ma alla fine Elena stupì tutti i medici: prima si alzò, poi iniziò a camminare, timidamente, guardando ogni volta la madre che le diceva:
Così! Forza, sei la mia campionessa! Ce la fai! Papà sarebbe così fiero…
Ma Elena non poté più cantare. La voce era svanita. Non si seppe mai se per le operazioni o per quelle due ore di terrore in cui, abbandonata sul bordo della pista, aveva gridato per chiedere aiuto. Non ricordava nulla, ma proprio quelle grida permisero a un istruttore di trovarla. Il dettaglio che il marito non si fosse neanche accorto della sua assenza, Elena lo assimilò in ospedale. Alla domanda della madre rispose semplicemente coprendole le mani con le proprie:
Mamma, non serve… Ho capito tutto. Mi hanno buttata via. Non vogliono una bambola con le gambe rotte… Non vogliono Caterina.
Non sarai mai Caterina! Te lo prometto! gridò Mariella così forte che linfermiera entrò a controllare stupita. Mi scusi…
Non si preoccupi. Elena, hai bisogno di qualcosa?
No, grazie! Tutto bene… vero, mamma?
Ma certo. Tieni duro!
Anni dopo, nei giardini vicino ai Navigli, una giovane donna elegante, claudicante solo di poco, spingerà il carrozzino lungo il viale, farà scendere il suo bambino e gli dirà:
Avanti, amico mio! Il mondo ti aspetta! Ma… asseconda la mamma, lentamente, eh? Dammi la mano!
E il piccolo camminerà composto al suo fianco, prima di correre incontro alla nonna arrivata di corsa.
I miei tesori! Quanto mi siete mancati!
Elena abbraccerà sua madre:
Come sei stata? Ti sei riposata?
Sì, tutto bene! Indovina chi ho visto?
Chi?
Bella.
E come sta?
Soffre. Tutto va storto. Vittorio non si sistema, lei invecchia, niente nipoti.
E tu?
Niente, Elena. Non ho detto nulla. Né del tuo matrimonio, né che sto aspettando il secondo nipote. Mi fa quasi pena.
Anche a me… Strana la gente, vero mamma?
Siamo tutti diversi, figlia mia. Ma evitiamo di pensare al passato. Dimmi un po’ chi è questo bellissimo bambino? Fammi vedere se hai messo un altro dentino? Accidenti! Elena, non saranno troppi?
Oh, mamma! Mi fai morire dal ridere! Sono perfetti!
Elena prenderà la mano della madre, la porterà sul ventre e sorriderà:
Vuoi sapere una cosa?
Bella?
Di più! Presto sarai nonna due volte! Come la vedi?
Oh!
Non sei felice?
Tesoro, sono solo sorpresa… Felice è poco. Sono proprio felice! Esiste troppo amore?
Non so. So solo che ce lo siamo guadagnato. Soprattutto tu, mamma…
Mh?
Io non sono Caterina…
Certo che no. Te lavevo promesso.





